Spettacoli

Il Sudafrica canta la vita di Nelson

Il Ravenna Festival viaggia nelle geografie del pianeta, punta a obiettivi di socializzazione e riflessione, filtra messaggi depositati dalla Storia, nega la kermesse estranea a un'armatura programmatica
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Creato e diretto da Cristina Mazzavillani Muti, ha una strategia che avanza negli anni evitando luoghi comuni "festivalieri" e mirando a temi che determinano un filo conduttore significativo, tendente spesso a tener conto delle comunità insediate in loco (è forte in Romagna la presenza degli africani). Insomma, piace a Ravenna ripensare il nostro tempo concentrandosi sul presente in rapporto a quanto hanno narrato, sul piano ideologico e culturale, i rivolgimenti del "secolo breve".Vedi il percorso del Sudafrica, di cui è simbolo dominante Nelson Mandela, al quale è dedicata l'edizione 2016 del festival, che dal 9 al 12 giugno accoglie un omaggio in forma di musical a questo personaggio iconico, identificato anima e corpo con la propria causa.
Chiuso in prigione per decenni, primo presidente eletto dopo la fine dell'apartheid, Nobel per la pace nel '93, Mandela ha ispirato questo spettacolo scandito da musica, canto e danza e organizzato drammaturgicamente in tre parti. La produzione si chiama "Mandela Trilogy", giunge a Ravenna da Cape Town e conta su testi e regia di Michael Williams. Le musiche sono di Peter Louis van Dijk e di Mike Campbell. I cantanti solisti, il coro etnico, le solenni e arcaiche danzatrici arrivano dal Sudafrica. Ma a suonare in buca c'è l'Orchestra Giovanile Cherubini, realtà italiana fondata e continuamente rimodellata da Riccardo Muti. Nelle quattro repliche avrà sul podio due direttori: Tim Murray (9, 12) e Alexander Fokkens (10, 11). L'insieme è coinvolto con slancio condiviso in questo "musical tribute to the life of Nelson MandelaI tre atti del musical rinviano a tre periodi chiave dell'esistenza di Mandela. Ognuno ha un diverso protagonista (secondo le tre stagioni della sua vita) ed è caratterizzato da differenti stili musicali (si va dall'etnico-tradizionale rielaborato in prospettiva classica al "jazzy" e alla modernità). Nel primo capitolo vediamo Mandela giovane, cresciuto in un piccolo villaggio africano fra riti tribali e cori stregati immersi nei suoni della lingua Xhosa, quella delle sue origini. È l'era dell'iniziazione, della presa di coscienza identitaria, della fierezza culturale.

Durante il secondo atto il nostro eroe ha scoperto la metropoli emigrando a Sophiatown, l'Harlem sudafricana, dove gli slanci di rivolta e gli eccitanti ritmi jazz s'intrecciano alla densità delle canzoni di Miriam Makeba. È l'era del leggendario Jig Club, a metà anni Cinquanta, prima delle incursioni della polizia. Lo spessore e la sensualità del mondo nero risuonano nei Song proposti dalla star del club, la bellissima Dolly Rathebe, con cui il "santo e peccatore" Mandela (definizione sua) ha un'appassionata relazione. Si danza e si ascoltano musiche mbaqanga, kwela e jazz, e lo stesso Mandela balla e canta col guizzo vanesio del suo abito gessato. La voglia di rivoluzione e riconoscimento preme nel cuore e nella mente. La terza fetta ci porta nell'epoca dura e pura della prigione, vissuta da Nelson col rigore e la tenacia della lettura e dello studio, dentro gli spazi claustrofobici della cella. Mai cede a compromessi o a esitazioni, come ci ha mostrato in principio il prologo del musical, dove un bianco in divisa ha offerto a Mandela una sorta di libertà condizionata, invitandolo a trasferirsi dal carcere al ghetto del Transkei. Mandela rifiuta: non può accettare la regola del "bantustan", cioè del territorio delimitato e forzato. Resterà integro e fiero nella sua rivolta alla segregazione razziale, fino alla marcia conclusiva che abolirà le violenze dell'apartheid. L'atto copre quasi un quarto di secolo, andando dal Sessanta, coi primi processi e l'incarcerazione fino alla conquista della presidenza. Il discorso dell'insediamento sarà un moderno "declamato".

Un focus sudafricano, nel Ravenna Festival, arricchisce l'ingrandimento sul mito di Mandela e sulla sua terra. Il 28 maggio sono in programma le voci di Ladysmith Black Mambazo, gruppo di vocalist "a cappella"; il 20 giugno va in scena il progetto For Mandela , con la MinAfrica Orchestra, che mescola jazzisti italiani e sudafricani, e in particolare lo "storico" batterista Louis Moholo, il quale suonerà anche il 21 giugno col suo gruppo; il 23 sarà la volta di Hugh Masekela, flicornista e vocalist, che è stato compagno d'arte e di vita di Miriam Makeba.

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