Ecco come nacque 'Let it be', il brano con cui McCartney voleva tenere insieme i Beatles
Ernesto Assante
In sala oggi la commedia di Danny Boyle 'Yesterday', un'occasione per raccontare - proprio nel cinquantesimo anniversario di 'Abbey Road' - come nacque 'Let it be'
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Pensate se fosse andata davvero così, come provocatoriamente suggerisce Danny Boyle nella sua ultima commedia Yesterday. Pensate se Paul McCartney fosse arrivato in studio a Abbey Road, avesse provato a far ascoltare la sua nuova canzone Let it be agli altri tre e nessuno gli avesse dato retta. Magari McCartney avrebbe lasciato perdere, magari quella canzone solo abbozzata che aveva fatto sentire per la prima volta agli altri durante le session del White Album nel 1968 i Beatles non l’avrebbero mai incisa, forse lui l’avrebbe realizzata dopo, con i Wings (come ironicamente suggerì Lennon, dopo la fine della band). E noi non avremmo quello che oggi, unanimemente, viene considerato come uno dei capolavori del repertorio beatlesiano.
Yesterday, se nessuno ricordasse più i Beatles - Let it be in esclusiva
Il brano nasce nel 1968, dopo che una notte a McCartney è venuta in sogno la madre Mary, che era morta quando Paul aveva solo quattordici anni, nell’ottobre del 1956. Il sogno non era un sogno qualsiasi, Paul aveva sognato la madre che lo invitava a non preoccuparsi, a lasciare andare le cose come dovevano andare, a non lasciarsi sopraffare dalle amarezze: "Una canzone positiva", disse McCartney, "lei era venuta nei miei sogni per rassicurarmi mentre ero ansioso e paranoico, per dirmi che sarebbe andato tutto bene". Quello che andava male, già ai tempi del White album era il clima all’interno dei Beatles, le tensioni dopo la morte di Brian Epstein si erano fatte via via più forti e all’inizio del 1969 nulla era migliorato davvero. Harrison soffriva dello strapotere degli altri due autori, Lennon era completamente perso nel suo amore per Yoko e in mille progetti paralleli, era McCartney a insistere per tenere insieme il gruppo, mettendo in piedi progetti nuovi, come un nuovo album registrato solo da loro quattro come alle origini, come un film fatto con le riprese della band al lavoro sul nuovo disco, come addirittura un concerto, per riportare dopo anni la band a suonare dal vivo.
Le cose non andarono esattamente così, il concerto si ridusse alla famosissima esibizione sul tetto degli uffici della Apple nel centro di Londra, a Savile Row; le riprese del film non fecero che accentuare le tensioni e la lavorazione del disco, provvisoriamente intitolato Get Back fu addirittura sospesa e il disco messo in “stand by”, superato poi dal lavoro che la band farà per Abbey Road. Non è un caso, quindi, se nei primi giorni di gennaio, quando la band prova a realizzare il film agli studi cinematografici di Twickenham, Let it be è una delle prime canzoni che provano. Non solo perché McCartney è il motore di quella operazione e quindi spinge gli altri con i propri brani (cosa che farà puntualmente infuriare Harrison di li a poco), ma anche perché la canzone, a ben guardare, parla esattamente di loro, dei Beatles, di quello che sta accadendo. I ragazzi si stanno separando l’uno dall’altro, sono lontani, distanti, come non sono mai stati fino ad allora, le loro vite procedono per proprio conto, non c’è più il “tutti per uno, uno per tutti” che solo fino a poco prima li aveva portati fin dove erano arrivati, sulla cima del mondo. McCartney lo sa, lo scrive, lo canta, in un brano che dipinge il suo stato d’animo e nel quale sembra, fatalisticamente, accettare il consiglio che la madre in sogno gli da: "lascia che sia", lascia andare le cose come devono andare, andrà tutto bene lo stesso.
Per un po' McCartney resiste al consiglio materno, combatte con gli altri e le cose sembrano andare sempre peggio. Poi, quando molla e lascia che gli eventi facciano il loro corso, i Beatles si ritrovano, per un ultima volta, magnificamente, e incidono un capolavoro assoluto come Abbey Road, solo pochi mesi dopo. Let it be diventerà il titolo del loro ultimo album in ordine di uscita, pubblicato dopo la fine della band, e sarà l’ultimo singolo pubblicato dalla band ancora in attività. Un piccolo gioiello melodico, carico di gospel e con un’apparente, ma immotivato, riferimento religioso. Una bellissima canzone di speranza che chiude la storia dei “favolosi quattro” in maniera clamorosamente sentimentale.