CANNES - Un film che - questa volta per davvero - è adatto a un pubblico da 0 a 99 anni. È il film d'animazione Robot dreams, presentato come proiezione speciale a Cannes, del regista spagnolo Pablo Berger premiato per i suoi lungometraggi precedenti Blancanieves e Abracadabra e alla sua prima prova con il genere. Un film che racconta l'amicizia tra un cane e un robot alle prove con la lontananza, del tempo che passa, delle avversità sullo sfondo di una New York anni Ottanta che il film celebra. Il cartoon è tratto dal graphic novel della illustratrice americana Sara Varon.
Perché dopo due film con attori questa incursione nell'animazione?
"Ho letto il graphic novel di Sara Varon molto tempo fa e mi ha fatto impazzire, mi ha fatto ridere, mi ha sorpreso e alla fine mi ha commosso cosa che non mi capita spesso con i graphic novel. Era il 2010, non avrei mai immaginato neppure nei miei sogni di fare un film d'animazione. Quando dopo aver realizzato gli altri miei due film mi sono ricordato di Robot dreams di cui mi interessavano moltissimo i temi: l'amicizia, la fragilità, la perdita e il suo superamento e sapevo che se volevo raccontare questa storia con gli animali antropomorfi del graphic novel avrei potuto farlo solo con l'animazione. Mi sono detto imparerò una nuova tecnica e gli ultimi cinque anni della mia vita li ho dedicati a questo".
L'animazione è un processo lungo. Ci sono stati momenti di scoraggiamento?
"Tutti i miei film precedenti mi hanno preparato a questo film. Ho sempre fatto cinema dal vivo con gli attori, ma ho sempre preparato storyboard, lavoro per circa un anno sui miei film prima di cominciare a girarli, sono un regista atipico, ho molta pazienza e faccio pochi film, uno ogni cinque. Sono perfetto per l'animazione, sono molto paziente e poi siccome firmo anche la sceneggiatura li considero i miei bebé. Non ho avuto momenti di scoraggiamento durante la lavorazione ma devo ringraziare anche i miei compagni di viaggio, i miei produttori e mia moglie Yuko Harami che è produttrice associata e music editor. Mi hanno sostenuto e incoraggiato sempre. Non esiste il film 'di' perché il film è di tutti. Nei crediti ci saranno 400 persone in momenti diversi del film".
Cosa ha amato del graphic novel che voleva ci fosse assolutamente nel film?
"Sara Varon è un'illustratrice importante ha realizzato più di venti libri per l'infanzia, Robot dreams ha venduto più di centomila copie sempre con il mondo antropomorfico e New York come sfondo urbano. C'è sempre umorismo, emozioni con leggerezza in Robot dreams era importante che rimanesse l'essenza del racconto. Il libro parla delle relazioni e io volevo fare un film molto aperto e il fatto che fosse senza dialogo permette a ogni spettatore di metterci qualcosa di suo. Rispetto a un romanzo che viene adattato a film trasformare un graphic novel in un cartoon è più facile perché significa aggiungere invece che togliere e il pubblico non rimane deluso perché manca qualcosa che aveva amato. Varon ha scelto di non essere coinvolta: 'Fai il tuo film mi ha detto'".
Il film ha per protagonisti un cane e un robot ma chiunque si può identificare. Cosa si impara sull'amicizia vedendo questo film?
"Lo spettatore pensa che siano esseri umani. Nella mia esperienza di vita penso che l'amicizia sia la condivisione, dare senza aspettarsi niente in cambio, il perdono: un tema complesso e meraviglioso. In una società sempre più complessa possiamo solo cercare di essere uniti, è un tema talmente universale che può essere compreso in tutto il mondo. Va molto bene che sia girato a New York perché è un po' la capitale del mondo, tra le più universali perché trovi persone da tutto il mondo".
Il film è muto ma è ricco di suoni, musica, canzoni come la strepitosa 'September' degli Earth, Wind & Fire. Come avete costruito la colonna sonora del film?
"Lavorando con l'animazione e partendo da un graphic novel senza dialoghi la colonna sonora è molto importante ed è una sfida perché bisogna creare tutto da zero. Ogni respiro, ogni passo, ogni rumore... è stato un lavoro che è durato sette mesi da parte di un montatore di suoni che ha sempre lavorato in tutti i miei film. La creazione della colonna sonora è stata molto complessa perché poi ai rumori abbiamo aggiunto la musica che è assolutamente protagonista. Alfonso Vilallonga che è il compositore di tutti i miei film è un grande musicista che sa comporre melodie molto emotive, con il piano è capace di toccare la sensibilità dello spettatore ma in modo molto onesto".
Il film è veramente per tutti: è senza dialogo, lo possono capire in tutto il mondo. Ha pensato a uno spettatore mentre lo realizzava?
"Sono convinto che la maggior parte dei registi faccia i film principalmente per se stesso. Io prima che regista sono spettatore e mi piace più vedere i film che farli. Quando faccio un film immagino il pubblico che andrà a vederlo e la mia speranza è che ci sia connessione. Credo nel concetto del film lasagna. Lo può vedere un bambino, una coppia, un cinefilo, un padre con un figlio e ognuno vedrà qualcosa di diverso nel film, sono ambizioso nel senso che credo che la definizione 'per tutti' valga come un valore e non il contrario. Il cinema è un'arte popolare che vale per persone molto diverse".
Cosa significa per lei e per il film essere a Cannes?
"Cannes è oro puro per un cineasta. Essere qui è un sogno che si avvera ma sono consapevole che i festival sono una lotteria e io mi sento fortunato a essere qui. Essere a Cannes è un premio perché il festival è il maggiore influencer cinematografico del mondo. Se il viaggio del film parte da Cannes sei sicuro che avrà un futuro internazionale e siccome ogni film vive dell'eredità del successo di quello precedente. Io ora per almeno un anno accompagnerò Robot dreams nel mondo, il mio obiettivo è che lo vedano più persone possibile".
Lei ha vissuto a New York. Ha dei ricordi personali che ha inserito nel film?
"Ho vissuto dieci anni a New York, ma prima l'avevo frequentata molto negli anni Ottanta e anche Settanta quando ero bambino. Ho studiato cinema a New York e ho conosciuto mia moglie Yuko lì, quindi nel film c'è la nostra New York, è un film che ha elementi di nostalgia anche perché parliamo della città quando era al centro culturale del mondo, oggi con la globalizzazione non è più esattamente così. L'appartamento di Dog è quello che avevo io allora".
"Blancanieves", una favola in bianco e nero
Dieci anni fa c'è stato il successo del suo film Blancanieves che ha vinto dieci Goya, gli Oscar spagnoli. Come quello ha cambiato la sua vita e carriera?
"Sicuramente quel film è stato un 'turning point' della mia vita. Un film muto in bianco e nero è sicuramente qualcosa che andava in una direzione diversa della tendenza. È stato un film che mi ha dato infinite soddisfazioni, ha rappresentato la Spagna agli Oscar, ha avuto un successo incredibile, è uscito in tutto il mondo e io di conseguenza ho viaggiato in tutto il mondo. Se segui le tue intuizioni e il tuo cuore e non pensando all'interesse economico il film incontrerà il pubblico, ci vuole pazienza, Blancanieves ci ho messo otto anni e ne è valsa la pena, Abracadabra cinque anni e ne è valsa la pena e infine anche Robot dreams cinque. E ne è valsa assolutamente la pena".