Luca Barbareschi consegna alla sala - da attore, produttore, regista – The Penitent, il suo nuovo film, (200 copie con 01 distribution). Una collaborazione con l’amico di lunga data David Mamet. Presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia, il film è un atto di accusa contro la stampa a caccia di colpevoli e la giustizia sommaria della collettività. Ispirato dal caso Tarasoff del 1969, The Penitent si sofferma sul deragliamento emotivo di uno psicanalista newyorkese, chiamato a confrontarsi con la sua coscienza e la professione dopo l’omicidio di otto persone commesso da un suo ex paziente, appartenente alla comunità LGBTQ+. Lo psicanalista, interpretato da Luca Barbareschi, viene schiacciato dalla macchina del fango quando viene chiamato in causa un suo articolo in cui – per errore - l’omosessualità come “adattamento” viene trasformata in “aberrazione”. Nel cast del film ci sono Catherine McCormack, Adam James, Adrian Lester, Robert Steiner, Douglas Dean, Fabrizio Ciavoni. Incontriamo a Roma Luca Barbareschi.
Quello con Mamet è un sodalizio importante.
“Ci siamo conosciuti quando avevo 19 anni, lui 29 anni, metteva in scena American Buffalo. Andai a trovarlo perché avevo capito che era un grande scrittore, ci siamo piaciuti e io ho tradotto praticamente tutte le sue opere e tutto quello che aveva fatto. L'ho portato in Italia, anche prima che uscisse in Inghilterra. Ed è stato un mio mentore, anche intellettuale, perché è una persona molto intelligente, libera, che ha patito molto. È stato uno dei pochi che aveva scritto delle cose da democratico contro i democratici e questo gli è costato quattro anni di gioco del silenzio. Qualsiasi cosa dicesse Mamet, era come se parlasse un deficiente. Anche in Italia, con le prime commedie: conservo delle recensioni in cui si descriveva come un autore inesistente, avvezzo al turpiloquio. In quegli anni ho portato in Italia i migliori autori sconosciuti. Tutto nasce dalla mia passione per la scrittura. Penso, che tutto nasca dalla scrittura e Mamet è un genio della scrittura. È come Mozart”.
Perché oggi questo film?
“Mamet ha parlato di cancel culture in Oleanna, c’era la battuta folle, una donna diceva sono stata stuprata verbalmente. Lì c’era il seme della stupidità nell’uso della lingua. Lui l’ha scritto nel ’90. Siamo scesi in una deriva folle”.
Cosa ha imparato lavorando con Mamet?
“Che non puoi bluffare, mai. E ho imparato il rigore delle parole. L'anno prossimo farà November, un testo sulle elezioni americane. Un testo bellissimo che ha rivisto quaranta volte, David è come uno scultore. come Auguste Rodin, che prende il marmo e continua a ripassare, finché poi decide che la forma è quella. E tu come regista non puoi che rispettarla in tutto”.
Di che racconta la pièce?
“Non voglio bruciarmi, la cosa uscirà tra un anno, ma è una pièce che racconta come la polis non esiste più, quel gruppo di persone che in modo logico dovrebbe votare qualcuno per ottenere qualcosa di utile. Ormai di fronte ad alcuni slogan, a destra e sinistra, rido, tale è la semplificazione: “più rose per tutti”, o “contro chi non rispetta le gomme delle vostre auto”. Le cito solo una battuta del testo, un momento esilarante, quando il presidente degli Stati Uniti, che potrebbe essere sia Biden che Trump in modo uguale. Siccome non gli dà abbastanza soldi la lobby dei tacchini, il presidente fa una nuova legge per cui nel giorno del Ringraziamento si venderanno salmoni. E si fa scrivere una narrazione dal suo ghostwriter per spiegare che un tempo tutti mangiavano salmone, nella festa del ringraziamento. Quando esci dalla logica kantiana entri nel delirio. In America dici “voto democratico perché son buoni”. Ma non si ricordano che le guerre peggiori le hanno fatte i democratici. Allora: dici voto gli altri, ma sono quelli a favore delle armi, nell’unico paese in cui i ragazzini fanno stragi a scuola. Ma possibile che non esiste in un Paese di 250 milioni di abitanti un cinquantenne che parla tre, quattro lingue e che abbia girato il mondo? Ricordo quando a George Bush chiesero chi fossero i talebani e lui risposte “una band olandese”, e non era una battuta. Ormai lo dichiarano “fottiamo l’Europa”. Oppure dichiarano finita la guerra in Ucraina “perchè sono finiti i soldi”. Il mio film parla anche dell’uso della comunicazione del tutto folle. Parliamo di uno psicanalista ebreo e siccome l’assassino è ispanico e gay diventa una vittima. La comunicazione funziona in maniera speculativa, non importa vero o falso. Ma quando la maldicenza perpetrata attraverso la comunicazione, si perde legittimità”.
Un altro autore che le è caro è Roman Polanski, di cui ha portato l’ultimo film, The Palace, alla Mostra di Venezia.
“Dove c’è stata molta maleducazione nei suoi confronti, ma Dio perdonali perché non sanno quel che fanno. Perché questo è un film a lungo rilascio vedrai che tra dieci anni vedrete che vi piacerà”.
Avete un nuovo progetto insieme?
“Uno finché è vivo sogna. Io e lui abbiamo sempre progetti. Roman ha 91 anni, sta ancora benissimo. (mostra un video in cui il regista scia leggero e abile e a fine pista regala un sorriso da ragazzino ndr.). Penso che avrei dovuto avere il David, non per questo film – non mi invitano da trent’anni, neanche con J’accuse… –Avrei avuto il coraggio di difendere Roman. Oggi produrre Roman significa inimicarsi tutte le major e Piattaforma americane. È una posizione di coraggio, non me lo dice nessuno e così me lo dico da solo. E non mi costa fatica farlo perché fa parte di un’amicizia quarantennale tra due persone che si vogliono bene, che si stimano. E questo nella vita vale più di qualunque cosa. The Penitent a Roma è piaciuto moltissimo. E se alla mia età i miei amici sono artisti del suo calibro posso dire di essere felice. Gli artisti sono al di sopra della politica, si occupano del bello, delle emozioni, della restituzione delle emozioni. Ed è questa la funzione del teatro. Ne hanno chiusi mille e noi artisti siamo eroi del pensiero. Io rispetto i miei colleghi e soffro quando non sono così generosi, come me come io con loro. Noi dovremmo combattere per essere rispettati per ciò che siamo, per la ricerca culturale che facciamo”.
Mamet cos’ha detto di The Penitent? Uscirà negli Stati Uniti?
“David lo ha amato, abbiamo fatto una proiezione per lui e altri amici. Farlo uscire sarà una battaglia, come pure lo è stato far uscire il film di Polanski in Francia. Ma del resto Mamet non è più amato in America. Perché purtroppo oggi l’avere una libertà di pensiero è qualcosa che paghi con un prezzo altissimo. Siamo in un conformismo totale, una omogeneizzazione del pensiero. Lo vedo con la musica: per uno della mia generazione è molto difficile guardare i Maneskin. Io sono cresciuto con Oliver Reed, David Bowie, a cena la sera. Ma loro erano veri. Ora vedere uno che si veste da Bowie e finge di essere trasgressivo e dà calci alle rose, poi dopo paga il conto mi fa ridere, è solo marketing”.
Com’era David Bowie?
“Un gentiluomo, di educazione inglese, lo chiamavano the Prince. Intelligente, colto, sofisticato, innamorato pazzo di Iman. Erano anni meravigliosamente creativi. Fiorucci e Toscano in quegli anni erano dèi: ogni settimana c'era un evento, in cui arrivava Oliviero con le modelle, i cantanti, Lou Reed, Annie Leibovitz. E si prendevano per il culo. Toscani regalò a Leibovitz un vibratore alto così, a stelle e strisce, perché era lesbica, ma nessuno l’ha denunciato. Lei gli rovesciò in testa un piatto di pasta. Ma era tutto molto vivo. La sessualità era ricerca, non era esibizione. C'era anche un po’ di esibizionismo, ma era libertà, non c’erano censure”.
Lei si è mai sentito una vittima dell'informazione?
“Totalmente. Non c'è una scena del film che non ho vissuto sulla mia pelle. Eppure, io credo ancora nella mediazione del giornalista, non credo nel rutto libero”.
L'esperienza della politica la rifarebbe? Glielo hanno chiesto?
“Si, da centro e destra. Ma io sono un vecchio socialista. Pur avendo una grande passione per la politica, per via della mia famiglia, mio padre era il capo dei partigiani di Milano, il papà di mio nonno ha fondato il Parlamento italiano a Torino. Penso che la politica debba essere parte integrante di qualsiasi individuo. Però il teatro è un luogo dove mentendo dici la verità, mentre la politica è un posto dove sei costretto a mentire, perché sennò non prendi voti. Non puoi dire: se mi leggerete, se ce la farò, probabilmente farò il dieci per cento del mio programma elettorale. La gente vuole essere anche un po’ rimbambita”.
L’energia e la passione la muovono ancora?
“Io dentro ho sempre tra i 12 e i 14 anni. Ho trentaduemila volumi, mia moglie mi prende in giro perché leggo 4,5 libri insieme, sento la musica. È molto rinascimentale, come lo siamo noi italiani, multitasking. Io a 68 anni studio composizione, ancora ho sogni: dentro vorrei ancora fare la rockstar, essere un grande fotografo, un cuoco. Ed è bello che sia così, altrimenti muori. Io sono pensionato. Ricevo la pensione da parlamentare, 400 euro al mese. E da artista, dopo aver versato anche 2 miliardi di Enpals nei tempi dei contratti migliori, arrivo a 2.300 euro lordi, su cui pago le tasse. Non farei mai il pensionato. Paradossalmente, il momento della vecchiaia è un momento in cui hai più energia di prima. Io faccio ancora dei one man show, suonando per un’ora e 40, senza fiatone. E, per la prima volta, senza copione, senza rete, come faceva Walter Chiari. L’ultima volta l’altra sera: mi è piaciuto da pazzi. Ho preso un cappello, detto alla gente: scrivete i temi, e io improvviserò. Ho detto tutto, su tutto, è stato bellissimo”.
Prepara un nuovo film?
“Già pronto e già montato, si chiama Svenduti: è. la storia dell'Italia svenduta ai francesi”.