VENEZIA – "Ho detto che mi sento solo perché quando ho denunciato Hamas per gli attentati del 7 ottobre non sono stato compreso dai miei amici palestinesi in Marocco. Dopo, quando ho denunciato i bombardamenti sui palestinesi, non sono stato compreso dai miei amici ebrei in Francia. Alla gente piace il radicalismo”. Tahar Ben Jelloun è il presidente onorario della XIII edizione del premio Bookciak, Azione! 2024, ideato e diretto da Gabriella Gallozzi, che quest’anno pone la sua attenzione su un tema urgente: la pace quotidiana.
Lo scrittore marocchino naturalizzato francese ha pubblicato in Italia (La nave di Teseo) L'urlo. Israele e Palestina. La necessità del dialogo al tempo della guerra. e ne parla nel pomeriggio veneziano. “Non ho pubblicato il libro in Francia perché se critichi Israele passi subito per antisemita – ci spiega nel giardino delle Giornate degli Autori – ho voluto evitare di sollevare la tensione e oggi la parola palestinese è interdetta nei media. Non se ne può più parlare in Francia se non per dire che Hamas è un gruppo terrorista, quando Mélenchon ne ha parlato è stato attaccato da tutti i media anche se non era la sua intenzione. Il dialogo – continua lo scrittore - è praticamente impossibile perché dopo il 7 ottobre ci sono state molte aggressioni contro gli ebrei, gli ebrei in Francia hanno paura perché non si sentono in sicurezza. La Francia è stata lievemente antisemita dai tempi di Dreyfuss e la situazione è oggi molto tesa perché effettivamente c’è un razzismo nei confronti degli ebrei non solo da parte dei musulmani ma anche da parte dei cattolici. In Spagna e in Italia non mi sembra ci sia la stessa tensione, non c’è questa paura a parlare di Palestina. Nei media e nella politica si può parlare di genocidio solo nei confronti degli ebrei e questa, secondo me, è un'aberrazione”.
Se allarghiamo il ragionamento anche fuori dal conflitto mediorientale, lo scrittore riflette: “La guerra continua a diffondersi perché l’uomo l’ha sempre amata e poi perché viviamo in un sistema liberale capitalistico che fabbrica armi che vanno vendute; quelle con cui gli israeliani uccidono i palestinesi sono americane. Non ci sono sentimenti né morale né pensiero nei conflitti. Netanyahu ha detto ‘continuerò fino all’ultimo palestinese come hanno fatto gli americani fino all’ultimo nativo americano’. A questi dirigenti politici non interessa la pace. Assistiamo a una terza guerra mondiale sparpagliata che sta avendo luogo Sudan, Yemen, Ucraina, Gaza… e ci sono paesi che sono pronti a scendere in guerra. Siamo assistendo a una violenza di grado mondiale”.
Nonostante un generale pessimismo, lo scrittore crede ancora nel potere della cultura e dell’arte. “La cultura è fondamentale per lottare contro le ingiustizie e le guerre, i più grandi uomini di cultura e poeti francesi sono quelli della resistenza francese. Anche oggi pittura, poesia e narrativa sono resistenza. In Palestina ci sono poeti che non piangono ma fanno il loro lavoro di poeti, ugualmente importante è il cinema. Anche se la cultura da sola non arriverà a fermare la guerra. Quando ero un giovane studente – ricorda - manifestavo contro la guerra in Vietnam con Sartre, Simone De Beauvoir, Foucault. Avevo vent’anni, non abbiamo fermato la guerra ma il nostro sostegno è stato apprezzato dai vietnamiti. Ci sono state manifestazioni per sostenere i palestinesi a livello mondiale ma si è cercato di trasformare le manifestazioni per la pace e contro l’esercito israeliano e Netanyahu in manifestazioni contro gli ebrei. Non c’è cultura senza giustizia. Ricordo l’anno in cui Salman Rushdie è stato condannato dalla fatwa e al festival di Cannes Isabelle Adjani ha letto delle pagine del libro proibito, un gesto simbolico per mostrare solidarietà condannato dai fanatici iraniani. Questo può fare la cultura”.
Lo scrittore di lingua francese più tradotto nel mondo, nominato per il premio Nobel per la letteratura continua anche la sua quotidiana battaglia per sradicare il concetto di razzismo. “Il razzismo è sempre presente, ne esistono tante forme. Non c’è certo solo quello della pelle. L’uomo è ossessionato dal fatto che esistano persone inferiori a lui, ciò succede in quasi tutte le società, qualcosa di eterno, sempre esistito. La realtà biologica non è quella solo negli animali esistono le razze perché gli elefanti non sono serpenti, ma noi apparteniamo tutti alla razza umana e non esistono sotto razze questa è una menzogna biologica. Quando se ne parla ai bambini e l’ho fatto tante volte, sono colpiti. Certamente la razza non è un valore in sé sono le azioni che ci determinano. La natura ha creato differenze ogni essere umano è unico, ma l’uomo ha trasformato le differenze in diseguaglianze, in gerarchie come avviene tra uomo e donna è questo è un controsenso. Siamo tutti uguali di fronte alla genetica e di fronte al diritto e alla giustizia. Quando creiamo gerarchie creiamo l’Apartheid come in Sud Africa. Israele sta facendo lo stesso con gli arabi che vivono in Israele e sono più di due milioni. C’è un comico francese che dice: ‘Ci sono uomini più uguali degli altri’. Ecco ha reso l’idea”.