Il padrino fu il film che cambiò la vita di Al Pacino, la carriera e quindi l’esistenza per un uomo che fin da ragazzo aveva capito che il palcoscenico era l’unico posto dove si sentiva a casa. Nella sua autobiografia Sonny boy, uscita per La nave di Teseo, l’attore racconta dell’incontro che modificò il suo destino: con Francis Ford Coppola, e l’esperienza del set del primo film, il famoso pranzo con Marlon Brando: "Mangiava il pollo con le mani ed era ricoperto di sugo" come ha raccontato anche in tv.
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Ora che però, per tre giorni dal 4 al 6 novembre, torna in sala Il Padrino - Parte II in due differenti versioni restaurate: una originale, con i sottotitoli, e l’altra, con il doppiaggio originale del 1974 in audio stereo, siamo andati a rileggerci i ricordi, gli aneddoti e le considerazioni che l’attore ha scritto su questo secondo set. Che aveva il vantaggio, ma anche il grande svantaggio, di venire dopo il clamoroso successo del primo film.
"Che tempo che fa", Al Pacino ricorda il primo bizzarro incontro con Marlon Brando: "Mangiava il pollo con le mani ed era ricoperto di sugo"
Il no a Guerre stellari
Era passato circa un anno e mezzo dall’uscita del primo film di Coppola, il primo Padrino aveva ottenuto un grandissimo riscontro sia di critica che di pubblico, Pacino era stato candidato all’Oscar per il ruolo di Michael, ma non era andato alla cerimonia. Nel libro racconta che aveva paura di volare, stava lavorando a teatro ed era intimidito dalle cerimonie di premiazione, per cui rinunciò alla serata e per anni girò la voce a Hollywood che fosse troppo snob per partecipare. Improvvisamente lo fermavano per strada, le ragazze nei locali lo chiamavano Michael e “mi avrebbero preso per qualunque cosa – scrive nel libro – Mi offrirono la parte di Han Solo di Guerre stellari. Ricordo che passai la sceneggiatura a Charlie (il suo manager, ndr.) dicendogli: ‘Charlie, da questa roba non cavo fuori un bel niente”. Mi telefonò e mi disse: “Neanch’io”. Così dissi di no”.
La generazione dei padri che si sacrifica per i figli: la metafora del Padrino 2
La Paramount aveva commissionato a Mario Puzo, autore del romanzo e cosceneggiatore del film con Coppola, già un sequel prima ancora di aver girato il primo capitolo. Quando Puzo portò a Al Pacino il progetto l’attore storse il naso. “Quello che lessi non aveva nulla a che fare con Il padrino” scrive nell’autobiografia. Inoltre Coppola in un primo momento aveva rinunciato a girare il seguito. “Volevano me che ero uno dei pochi che non moriva alla fine del primo film”. Pacino non era convinto dalla sceneggiatura e tentennava, i produttori continuavano ad alzare la posta: 100.000 dollari, poi 200.000 alla fine 600.000. Alla fine convinsero il regista dandogli anche il ruolo di produttore e Coppola disse alla Paramount: “Smettete di alzare l’offerta. Non sono i soldi che gli interessano. Quello che vuole è una buona sceneggiatura”. Si misero tutti al lavoro in una stanza del Fairmont hotel di San Francisco: Puzo, Coppola, ma anche Pacino e il suo manager Charlie. “Quando partimmo, alla fine della settimana, Charlie guardò il numero della stanza, la 617, e disse: ‘Al, penso che qui abbiamo fatto la storia’. E ce ne andammo”. “Una volta Coppola mi spiegò che Il padrino – Parte II era una specie di metafora di ciò che era successo agli italoamericani di seconda generazione, anche se penso valga per qualunque altro gruppo etnico – scrive in Sonny boy – La generazione dei padri, quella di chi era immigrato negli Stati Uniti, si era sacrificata perché i loro figli potessero avere l’opportunità di vivere da americani, Ma i figli hanno in testa una gran confusione. Sono nati qui, sono americani a tutti gli effetti, ma devono capire come integrarsi”. In fondo era quello che era successo a lui. Entrambi i suoi nonni erano di origine italiana: Alfred Pacino, da cui aveva preso il nome, era arrivato dall’Italia a inizio Novecento, l’altro, il papà della mamma, veniva da Corleone (cosa che l’attore scoprì solo dopo essere stato scritturato per Il padrino) ed era immigrato negli Stati Uniti a quattro anni, faceva l’imbianchino, aveva lavorato tutta la vita. Al Pacino si era integrato grazie al teatro.
Quando un “Vaffanculo” ti costringe a rigirare una scena
L’attore racconta che le riprese del secondo capitolo furono più impegnative di quelle del primo, c’era molta più tensione sul set a causa delle alte aspettative e anche Coppola sentiva una grande responsabilità essendo pure produttore. “Passammo dei momenti difficili – racconta Pacino – ma continuavo ad avere grande ammirazione per lui, entrambi eravamo decisi a lavorare insieme, a tutti i costi”. La prima scena che venne girata del Padrino 2 fu quella della comunione del figlio. “Eravamo seduti attorno al tavolo, di notte, e faceva così freddo che dovevamo metterci del ghiaccio in bocca perché non uscisse il vapore dalle nostre bocche mentre parlavamo. Avevano finito di girare le mie battute e adesso dovevano girare i controcampi con Mike Gazzo che era incredibile nella parte di Frank Pentangeli. Alla fine lui gridò in italiano “Vaffanculo” rovesciando una bottiglia di vino. A quel punto tutti cominciarono a smontare le attrezzature, felici che quella giornata fosse finita. Tanto più che si gelava. Ma io dissi: “No Francis. ‘Vaffanculo’ prima non lo ha detto. Dobbiamo tornare indietro e girare il controcampo con l’espressione che fa Michael quando lo sente”.
"La mia interpretazione? Una delle migliori della mia carriera”
Fu una lavorazione difficile, Pacino lottava con la depressione (di cui era stata colpita anche sua madre che era morta proprio per abuso di pillole), con l’alcol e con una grande ambizione come la scena della comunione ha dimostrato. Il risultato però ricompensò tutta questa sofferenza. “Quando vidi Il padrino – Parte II in una proiezione privata insieme a Charlie, qualche mese prima che uscisse, pensai che Francis avesse fatto un lavoro incredibile. Ricordo anche che Robert De Niro mi fece un’ottima impressione, e fui molto colpito dalla sua interpretazione di Vito Corleone da giovane, per la quale vinse l’Oscar. Quanto alla mia interpretazione, forse fu una delle migliori della mia carriera”.
La storia d’amore con Diane Keaton
Diane Keaton, che nel film interpretava Kay Adams prima fidanzata e poi moglie e madre dei figli di Michael Corleone, e Al Pacino vissero una storia d’amore un po’ a intermittenza tra il secondo capitolo del Padrino e il terzo e terminò quando l’attrice dopo diversi anni (la parte II è del ‘74 e la III è del ‘90) gli diede un ultimatum: “o ci sposiamo o ci lasciamo”. “Mi sono sempre piaciute le donne, ma fin da ragazzo sono stato molto timido. Non le corteggio e non le assillo. Le donne o ti rispondono o no, e se non sono loro a fare la prima mossa, esito a insistere. Ma con Diane era diverso. Eravamo sempre stati in sintonia. Capiva come vedevo le cose e questo mi confortava. Così la cercai, ci frequentammo e dopo un mese ci mettemmo insieme. [...] Diane conobbe anche alcuni dei miei parenti e rimase così colpita da mia nonna che decise di fare un documentario su di lei. Mia nonna era nata a New York ma la sua famiglia era napoletana. Con i suoi capelli bioni e gli occhi azzurri non era la solita italiana. Era un’eccentrica, forse la persona più fuori di testa che abbia conosciuto, e fu lei a crescere il piccolo Al”.