Carlo Verdone festeggerà i 75 anni indossando, il 17 novembre, la fascia da sindaco di Roma, per un giorno. E, con Roberto Gualtieri, dal Campidoglio partirà per un giro nei quartieri della Capitale.
Lo raggiungiamo al telefono sul set del film a cui lavora dall’alba, Scuola di seduzione, mentre il 24 ottobre alla Festa di Rompa porterà la quarta e ultima stagione di Vita da Carlo, serie Paramount+ sulla piattaforma dal 28 novembre.
Che cosa ha pensato quando ha avuto la proposta di fare il sindaco? Si è preoccupato, è stato felice, emozionato, agitato?
“Mi sono sentito molto emozionato e felice. Anche perché il ricordo è andato chiaramente a quando Alberto Sordi, nel 2000, fece la stessa cosa. Quindi, dopo venticinque anni, insomma, e dopo un un attore così grande, che resterà il più grande della storia della commedia italiana, mi fa particolarmente piacere, questo è ovvio. E poi mi ha fatto comprendere quanto affetto, quanta stima ci sia intorno a me. Però vorrei anche dire che io mi sento profondamente romano, quindi per me è una gioia veramente impagabile, anche se sarà solo per ventiquattr’ore. Per una giornata avrò la fascia, con una bella cerimonia al Campidoglio, e poi faremo qualche giro per qualche periferia. Io ho detto a Roberto Gualtieri che mi sembrano le zone più delicate di Roma. Al centro si sta facendo tanto, ma si dovrebbe far di più fuori, soprattutto in periferia. Quindi volentieri farò questo giro con lui e ringrazierò tutti quanti”.
In questo suo primo e unico giorno da sindaco, qual è il problema su cui le piacerebbe puntare i riflettori?
“Il grande problema è sicuramente la viabilità. La viabilità riguarda veramente tante, tante zone. Per arrivare a Roma da fuori è un problema enorme, e questo è qualcosa che si risolverà nel tempo, perché sono lavori mastodontici: strade, collegamenti, eccetera. L’altro problema è l’illuminazione. Ci sono delle zone di Roma che andrebbero veramente riviste dal punto di vista dell’illuminazione. Ci sono strade dove la gente è in difficoltà perché non legge più le targhe di marmo, le vecchie targhe di marmo, non si leggono più perché sono sporche, impolverate e non c’è luce e la gente deve andare col telefono e mettere Maps per capire dove cavolo sta. Quindi l’illuminazione, soprattutto in periferia: ci sono delle periferie dove tu, per capire dove stai, è un terno al lotto. E oltre all’illuminazione e la viabilità, chiaramente la manutenzione delle strade — quello è un problema atavico — ma riguarda sempre di più le periferie. Trasporti pubblici e periferie, sempre. La periferia è il nostro tallone d’Achille”.
Lei quel giorno di venticinque anni fa era accanto a Sordi. C’è un ricordo intimo di quella giornata?
“Andammo a pranzo dopo che lui si era fatto tre o quattro periferie. Andammo alla Cascina, che è un ristorante di fronte a Cinecittà. E lui mi disse: “Io, sindaco? Ma io manco morto! Se devo passare una giornata come quella che ho fatto stamattina, c’è da diventa’ pazzi! M’hanno sballottato a destra e a sinistra, non ce la faccio più. Mò me devo mette a dormì”, perché la sera poi ci sarebbe stata la grande cena a Villa Caffarelli, dove sarebbe venuto pure Berlusconi”.
Lei Roma la conosce bene.
“Si, con i film io giro praticamente per tutta Roma, dalla periferia al centro. Ormai Roma l’ho girata tutta, conosco perfettamente le zone che sono deboli, fragili. Mi piacerebbe avere voce in capitolo per dire: “Fate qualcosa per quella strada, per questo, per quell’altro”. A volte ho segnalato alcuni problemi che ho notato e mi pare siano stati risolti più velocemente. Ho pensato: “qualche volta serve dirle le cose”.
Oggi come la vede Roma?
“Riesco a vederla dall’alto, e mi sembra sempre bella. Certo, poi quando entri nel dettaglio, giù in basso, ti viene un po’ di paura, perché vedi un sacco di magagne. Però dall’alto alla fine ti sembra sempre la stessa. In realtà non è la stessa, però c’è anche da dire che molte cose sono state fatte. Alla fine, sul rush finale, i sottopassi, il rigore della viabilità, la zona San Pietro è un po’ migliorata. Certamente abbiamo dei problemi con la valanga dei turisti che non finisce più, però saranno contenti gli albergatori, i ristoratori. Gli automobilisti un po’ meno. Però c’è anche da dire che ci sono i grandi lavori a piazza Venezia, che toccano tutto, però quando saranno finiti, tutto andrà per il meglio”.
Cosa di Roma oggi le piace ancora?
“Sai dove la ritrovo, la mia Roma? Purtroppo, è triste dirlo, ma sarò sincero: quando finiscono le riprese, di notte, magari alle due o alle due e mezza, torno a casa — perché il nuovo film A scuola di seduzione è praticamente quasi tutto notturno — e vedo la città finalmente come deve essere: senza auto, senza niente, una poesia. Ma una poesia anche a San Giovanni, anche al Tuscolano. Tutto ha una sua poesia, anche le zone che durante la giornata, col traffico, con le cose, sono meno belle, caotiche. Vedi un sacco di magagne, ma di notte le magagne spariscono magicamente, e respiri”.
E invece dove ritrova la romanità, il sentimento dei romani di una volta?
“Devi andare in pochi quartieri dove ancora riesci a trovare qualche elemento che sopravvive. Mi riferisco a Testaccio, mi riferisco a — dico qualcosa - a Trastevere, piazza San Cosimato. Per il resto è tutto cambiato. Non è più come prima. Credo che ognuno di noi — e mi ci metto pure io — ormai abbia la testa sul cellulare. Non ci si guarda più in faccia, ognuno è isolato, con lo sguardo sullo schermo, ipnotizzato. Quindi manca quel guardarsi, vedere la faccia delle persone. Tutti quanti più cinici, più insofferenti. È cambiato l’umore della gente: si è un po’ incattivita, ecco”.
Se pensiamo a una mappa dei suoi film: c’è un luogo dove ha girato che ogni volta che ci passa le strappa un sorriso o un ricordo?
“Via Garibaldi, che è il finale di Un sacco bello. Quando vado su via Garibaldi, che adesso purtroppo la trovo piena di macchine, da sinistra a destra, non è più quella via Garibaldi un po’ vuota di Un sacco bello, dove lui va con la sporta, con l’olio, dalla madre, a Ladispoli, e finisce il film. Quella era una grande Roma, una grande Trastevere, c’era veramente tanta poesia. Io sono molto affezionato a Trastevere, ma sono anche molto affezionato a Monteverde Vecchio. Sono affezionato all’Aventino, dove sto girando ora, dove ci sono i polmoni verdi. È finita già dalla fine degli anni Ottanta, quando sono stati mandati via tutti gli abitanti dei quartieri popolari storici e sono stati mandati in periferia. E quindi sono diventati tutti appartamenti per stranieri, appartamenti di funzionari. Va benissimo, tutto, però l’anima si è persa: quell’anima romana del “parlamose da finestra a finestra”, del chiacchiericcio, di quel teatro popolare, non c’è più”.