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Schermi senza scandalo

Robert De Niro e Donald Sutherland in "Novecento" 

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Altro che “Ultimo tango a Parigi” e “Novecento”. Le opere del nuovo millennio sono rivolte a intimità più identitarie. Come nella psicoanalisi, si è passati dall’enfasi pulsionale a quella relazionale. Conta più essere che desiderare
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In cinquant’anni il cinema non è cambiato solo nelle tecniche, nei linguaggi, nei formati; è cambiato nel suo rapporto con il corpo e il desiderio. Se penso al cinema del 1976, rivedo le sale ora chiuse di Milano – il Mignon, l’Apollo, l’Excelsior – illuminate dai grandi film di quell’anno. Mi limito agli italiani: Il Casanova di Fellini, Brutti sporchi e cattivi di Scola, Cadaveri eccellenti di Rosi, Io sono un autarchico di Moretti, L’ultima donna di Ferreri. E naturalmente i due magnifici atti di Novecento di Bertolucci e il loro sequestro.

Non solo: il 1976 è anche l’anno in cui la Corte di Cassazione conferma la condanna di Ultimo tango a Parigi, scandalosa meteora filmica che aveva attraversato i cieli del pudore quattro anni prima, e lo dichiara colpevole di “esasperato pansessualismo”, ordinandone la distruzione delle copie.

Fresco d’uscita settembrina (l’Atto I il 3 e l’Atto II il 24) anche Novecento rischia la stessa sorte: sequestro per oltraggio al pudore, poi dissequestro…

In cinquant’anni il cinema non è cambiato solo nelle tecniche, nei linguaggi, nei formati; è cambiato nel suo rapporto con il corpo e il desiderio. Se penso al cinema del 1976, rivedo le sale ora chiuse di Milano – il Mignon, l’Apollo, l’Excelsior – illuminate dai grandi film di quell’anno. Mi limito agli italiani: Il Casanova di Fellini, Brutti sporchi e cattivi di Scola, Cadaveri eccellenti di Rosi, Io sono un autarchico di Moretti, L’ultima donna di Ferreri. E naturalmente i due magnifici atti di Novecento di Bertolucci e il loro sequestro.

Non solo: il 1976 è anche l’anno in cui la Corte di Cassazione conferma la condanna di Ultimo tango a Parigi, scandalosa meteora filmica che aveva attraversato i cieli del pudore quattro anni prima, e lo dichiara colpevole di “esasperato pansessualismo”, ordinandone la distruzione delle copie.

Fresco d’uscita settembrina (l’Atto I il 3 e l’Atto II il 24) anche Novecento rischia la stessa sorte: sequestro per oltraggio al pudore, poi dissequestro, ma anche un avvicendarsi di censure, denunce e tribunali.

Bernardo Bertolucci sul set di "Novecento" 

Sempre nel 1976, un altro film accende scandali: Ecco l’impero dei sensi di Nagisa ?shima, erotismo estremo e masochismo amoroso, ritirato dalle sale, massacrato dalla censura, processato per oscenità, celebrato dalla critica.

Addio a Nagisa Oshima, il trailer di "Ecco l'impero dei sensi"

A parte l’episodio censorio del 2012 per Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco (“vietato a tutti” dalla Commissione di revisione cinematografica in quanto degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”), il rogo dei film è un ricordo del passato. Nel 2021, con decreto del ministro Dario Franceschini, la censura cinematografica viene abolita. Una bella notizia che mi invita a pensare a quanto è lontano il mondo di ieri, quando c’erano un corpo da scoprire e un senso comune del pudore da affrontare.

Oggi facciamo i conti con una società eroticamente più nebbiosa, dove il corpo è spesso un’interfaccia virtuale, un’assenza performativa e disincarnata. Il corpo è dappertutto ma da nessuna parte. Meno interessato alla sessualità, il cinema del nuovo millennio si è rivolto a intimità più identitarie. Forse al cinema è successo qualcosa di simile a quanto è accaduto in psicoanalisi: un passaggio dall’enfasi pulsionale a quella relazionale. Una domanda che riguarda l’essere più che il desiderare. Col rischio di approdare a un Sé poco incarnato. Del resto, la vita online e il reddito algoritmico facilitano questa opzione.

Cambio (in parte) argomento per chiedermi cosa “scandalizza”, oggi, al cinema. Forse niente. Per indifferenza? Perché il controllo si è spostato altrove? Perché il cinema interessa meno e l’eros filmico si è dissipato in fiction-addiction belle senz’anima e filmoni tutta confezione e sfizio natalizio? L’eros cinematografico è diventato meno trasgressivo, più negoziale e netflixizzato, filtrato dalle sensibilità contemporanee e dalla necessità di rappresentare il desiderio senza ferire nessuno.

Verrebbe da dire: “ci fosse un film da sequestrare!”. Non per nostalgia del moralismo, ma perché il sequestro era la misura distorta di un conflitto reale e di un limite tangibile. Non fraintendetemi, il genio del cinema non è andato in letargo (due meravigliosi esempi recenti? Estranei di Haigh e Emilia Pérez di Audiard), ma è come se il suo impatto sul mondo si fosse attenuato (Lo spettatore emancipato di Rancière è un’utile lettura).

Karla Sofia Gascon and Zoe Saldana in "Emilia Perez" 

 

Un altro pensiero: se nel 1976 il problema era mostrare troppa pelle del corpo psichico, oggi la pelle filmica si squarta in masochismi chirurgici e body horror alla The substance o in contaminazioni cyborg alla Titane.

La moltiplicazione degli sguardi e l’inafferrabilità dei corpi hanno dissolto le pareti rigide dei contenitori morali e con questi la possibilità dello scandalo. Magari (è un paradosso) sequestrassero i film che raccontano le neotirannie globali e gli interessi della guerra! Perché questi film ci sono, e sono potenti. A volte passano guai, ma alla fine sono ignorati. Come mai film come Green Border di Holland (storia di rifugiati braccati, respinti, bastonati dalle milizie bielorusse e polacche che presidiano il confine tra i due paesi), No other land di Adra (film-documentario sullo smantellamento sistematico della piccola comunità rurale di Masafer Yatta in Cisgiordania) o The Apprentice di Abbasi (biopic agghiacciante sull’ascesa del primo Trump) non risvegliano il mondo dall’anestesia politico-algoritimica per cui mentre dormiamo, ci espiantano gli organi, coscienza politica e ribellione comprese?

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