Si potrebbe impostare una controstoria del festival di Sanremo non già a partire dalla quota di canzoni “impegnate” nelle settantacinque edizioni, che in assoluto risultano poche. Più sottile potrebbe essere individuare la quota di conduttori e conduttrici propensi ad aprire la parentesi politica, ad accettare quando non a incentivare il rischio della polemica che poi mangia le canzoni. Era oggettivamente più frequente – e più necessario – ai tempi (un’intera epoca) in cui delle canzoni a Sanremo non importava quasi più a nessuno. E perciò il festival viveva degli interstizi fra canzone e canzone, delle ospitate e dei monologhi. Spesso oggettivamente imbarazzanti, brutti.
Carlo Conti ha dato il colpo di grazia e li ha espunti – forse per sempre – dal palco. Un peccato? Si vedrà. Ma direi a spanne che solo Fazio e Bonolis erano davvero interessati a costruire percorsi pensosi: se inviti Gorbaciov, se parli di lavoro, se scomodi il senso della vita, qualcosa di impegnato salta fuori. I conduttori disimpegnati – la maggioranza, una specie di allegro immarcescibile democristianismo – hanno tutt’al più lasciato margine di iniziativa a co-conduttori, co-conduttrici, comici, ma dietro l’angolo c’è il rischio fraintendimento, shistorm, voce che trema, saliva azzerata (ricordate, fra i tanti, i casi Crozza o Palombelli?). Giusto se arriva Benigni e spara qualche battutaccia nessuno si arrabbia, perché è l’iper giullare ormai molto istituzionale e molto autorevole.
Però ricordo pochi e lontani Sanremo dove perfino il pre-sigla era una piccola sorpresa: ora che diranno? Chi sbuca? Che succede? Siamo, nella sostanza, tornati in fretta al pippobaudismo: il conduttore si limita a scendere le scale e a dire – un po’ emozionato perché si emozionano tutti – buonasera e benvenuti. E via alla gara. Che quest’anno in effetti non ha punte di impegno social civile in forma di canzone. Qualcuno si dirà sollevato, perché la retorica può essere un non trascurabile effetto collaterale. E tuttavia quei titoli che già a novembre chiarivano “Conti dice no ai brani politici” non risultano, a testi letti, iperbolici. «Non parlano del macromondo, dell’immigrazione o della guerra, ma si ritorna a parlare del micromondo, della famiglia, dei rapporti personali». Che fortuna! Non che siano sul piano di Grazie dei fior, ma Vola colomba aveva, al confronto del pacchetto 2025, il timbro di un picchetto pacifista.
E poi mica è strano che prevalga l’amore, la febbre, la passione, l’incoscienza, damme ’na mano, cuoricini, chiamo io chiami tu. Si butta almeno un po’ la trentenne Joan Thiele e, come si dice, tra le righe: «Fidati è meglio sbagliare che restare immobile / E se potessi dirti che / Qui la paura non ha età / E se capissi perché contano sempre più le idee / Rimangono negli occhi della gente / Hanno più potere della rabbia / Tu difendile». Marcella Bella sostiene che il suo è un inno femminista («Non mi fa male niente / stronza / forse / ma sorprendente»). Il cuore evocato dalla canzone di Massimo Ranieri (autori Tiziano Ferro, Nek, Giulia Anania) in guerra o in mare, chissà, potrebbe essere una metafora larga più di quanto appaia. La spallata la dà Willie Peyote: «Dovresti andare a lavorare e non farti manganellare nelle piazze, grazie ma no grazie».