[[ge:rep-locali:repubblica:110985904]]
ATTORNO alla donna, anzi al suo utero, non si smette mai di discutere, neppure dopo la famosa frase femminista anni 70, "l'utero è mio e lo gestisco io". Eppure addirittura nel 1917, Luigi Pirandello aveva scritto un dramma teatrale in cui la protagonista Laura pur avendo un marito amato e che l'ama non riesce ad avere un figlio, mentre basta un odioso stupro a sedurre i suoi ovuli: il marito quel figlio lo rifiuta, lei invece, sopraffatta dall'istinto materno deluso, è decisa ad averlo. L'innesto coraggiosamente messo in scena per la prima volta nel 1919 al teatro Manzoni di Milano, protagonista gemente Maria Melato, fu ritenuto offensivo dal pubblico perché si accennava all'aborto, allora quanto mai peccaminoso, innominato, clandestino, diffusissimo e criminale: anche Antonio Gramsci come critico teatrale dell'Avanti! di Torino lo attaccò. Allora era impossibile immaginare che il testo di un grande drammaturgo potesse finire con un aborto, sarebbero andati in galera tutti, del resto così sarebbe stato in Italia sino al 1978, quando la legge 194 rese possibile l'interruzione di gravidanza.
Adesso questa storia è diventata ardita per le ragioni opposte, e molto contemporanea per il bisogno assoluto di maternità che spinge tante donne, per legge provviste di marito, quindi tutti e due, a ricorrere alla fecondazione assistita e, da una decisione del 2014 della Corte Costituzionale, anche a quella eterologa, se poi è troppo difficile basta andare in Spagna, Grecia, Ucraina, Olanda o altrove dove abbondano le case di cura specializzate. Non parliamo poi delle coppie dello stesso sesso che se donne, naturalmente andando all'estero, possono procreare ambedue, e se uomini possono ricorrere a un gentile utero in affitto.
Ispirandosi al dramma di Pirandello, Michele Placido ha diretto (e interpretato) La scelta (che sarà in concorso al festival di Pechino nella seconda metà di aprile), protagonisti due belle facce popolari, Ambra Angiolini e Raoul Bova, che riempiono lo schermo con espressioni d'amore, gelosia e sofferenza, purtroppo sussurrando sempre, non solo tra un bacio e l'altro, il che, per chi come me non ha un udito perfetto, al cinema rincorre disperato questo tipo di balbettio.
Placido, al suo undicesimo film come regista e cinquantunesimo come attore, innesta la storia nel presente e nella cittadina pugliese di Bisceglie, si immagina per due ragioni: primo perché è bella, tutta antichi vicoli e solenni palazzi, poi perché il film tra una serie di indispensabili finanziatori (ormai per il cinema italiano non ci sono più soldi e bisogna raggranellarli qua e là) ha la generosa Apulia Film Commission, per cui abbondano le pubblicità locali, da scene nelle botteghe artigiane a quelle degli impianti eolici ai negozi di divani.
C'è questa coppia innamorata che non riesce ad avere figli in mezzo a parenti e amici che ne hanno di molto rumorosi. Lei insegna al locale conservatorio, lui è proprietario di un bar. È lui a tenere il conto dei giorni fertili della moglie e non ha problemi a ricordarglielo ovunque si trovino. Lei entusiasta. Un giorno Laura cammina tra le viuzze agitando i capelli e improvvisamente scompare: segue visione di una montagna di spazzatura e poi il suo viso tumefatto e disperato. È il suo compleanno e il marito l'aspetta a casa fremente. Ma lei è andata dai Carabinieri e al capitano Michele Placido denuncia solo il furto della borsa. Qui il film si fa un po' thriller, Placido è volutamente misterioso: cosa è successo in quel vicolo, dato che non mostra nulla? Quando potrebbe esserci del sesso anche coniugale, il regista resiste alla moda di mostrarlo: al massimo un gridolino. Chi dei due coniugi dimostrerà più amore verso l'altro? Oggi l'aborto non è più un reato ma è fonte di grandissimo dolore, vuoto, mancanza per le donne che non possono evitarlo. Forse nella situazione di Laura sarebbero in molte a preferirlo per non perdere l'amore del proprio uomo o perché è più forte l'orrore della violenza subita che il desiderio di maternità. Ma è curioso che anche oggi Placido, e ai primi del Novecento Pirandello, decidano che sia l'uomo a rifiutare una paternità non sempre "eterologa".
OOOO
ATTORNO alla donna, anzi al suo utero, non si smette mai di discutere, neppure dopo la famosa frase femminista anni 70, "l'utero è mio e lo gestisco io". Eppure addirittura nel 1917, Luigi Pirandello aveva scritto un dramma teatrale in cui la protagonista Laura pur avendo un marito amato e che l'ama non riesce ad avere un figlio, mentre basta un odioso stupro a sedurre i suoi ovuli: il marito quel figlio lo rifiuta, lei invece, sopraffatta dall'istinto materno deluso, è decisa ad averlo. L'innesto coraggiosamente messo in scena per la prima volta nel 1919 al teatro Manzoni di Milano, protagonista gemente Maria Melato, fu ritenuto offensivo dal pubblico perché si accennava all'aborto, allora quanto mai peccaminoso, innominato, clandestino, diffusissimo e criminale: anche Antonio Gramsci come critico teatrale dell'Avanti! di Torino lo attaccò. Allora era impossibile immaginare che il testo di un grande drammaturgo potesse finire con un aborto, sarebbero andati in galera tutti, del resto così sarebbe stato in Italia sino al 1978, quando la legge 194 rese possibile l'interruzione di gravidanza.
Adesso questa storia è diventata ardita per le ragioni opposte, e molto contemporanea per il bisogno assoluto di maternità che spinge tante donne, per legge provviste di marito, quindi tutti e due, a ricorrere alla fecondazione assistita e, da una decisione del 2014 della Corte Costituzionale, anche a quella eterologa, se poi è troppo difficile basta andare in Spagna, Grecia, Ucraina, Olanda o altrove dove abbondano le case di cura specializzate. Non parliamo poi delle coppie dello stesso sesso che se donne, naturalmente andando all'estero, possono procreare ambedue, e se uomini possono ricorrere a un gentile utero in affitto.
Ispirandosi al dramma di Pirandello, Michele Placido ha diretto (e interpretato) La scelta (che sarà in concorso al festival di Pechino nella seconda metà di aprile), protagonisti due belle facce popolari, Ambra Angiolini e Raoul Bova, che riempiono lo schermo con espressioni d'amore, gelosia e sofferenza, purtroppo sussurrando sempre, non solo tra un bacio e l'altro, il che, per chi come me non ha un udito perfetto, al cinema rincorre disperato questo tipo di balbettio.
Placido, al suo undicesimo film come regista e cinquantunesimo come attore, innesta la storia nel presente e nella cittadina pugliese di Bisceglie, si immagina per due ragioni: primo perché è bella, tutta antichi vicoli e solenni palazzi, poi perché il film tra una serie di indispensabili finanziatori (ormai per il cinema italiano non ci sono più soldi e bisogna raggranellarli qua e là) ha la generosa Apulia Film Commission, per cui abbondano le pubblicità locali, da scene nelle botteghe artigiane a quelle degli impianti eolici ai negozi di divani.
C'è questa coppia innamorata che non riesce ad avere figli in mezzo a parenti e amici che ne hanno di molto rumorosi. Lei insegna al locale conservatorio, lui è proprietario di un bar. È lui a tenere il conto dei giorni fertili della moglie e non ha problemi a ricordarglielo ovunque si trovino. Lei entusiasta. Un giorno Laura cammina tra le viuzze agitando i capelli e improvvisamente scompare: segue visione di una montagna di spazzatura e poi il suo viso tumefatto e disperato. È il suo compleanno e il marito l'aspetta a casa fremente. Ma lei è andata dai Carabinieri e al capitano Michele Placido denuncia solo il furto della borsa. Qui il film si fa un po' thriller, Placido è volutamente misterioso: cosa è successo in quel vicolo, dato che non mostra nulla? Quando potrebbe esserci del sesso anche coniugale, il regista resiste alla moda di mostrarlo: al massimo un gridolino. Chi dei due coniugi dimostrerà più amore verso l'altro? Oggi l'aborto non è più un reato ma è fonte di grandissimo dolore, vuoto, mancanza per le donne che non possono evitarlo. Forse nella situazione di Laura sarebbero in molte a preferirlo per non perdere l'amore del proprio uomo o perché è più forte l'orrore della violenza subita che il desiderio di maternità. Ma è curioso che anche oggi Placido, e ai primi del Novecento Pirandello, decidano che sia l'uomo a rifiutare una paternità non sempre "eterologa".
OOOO