La parte migliore comincia quando le ragazze vanno a far visita a due vecchie conoscenze di Brooke: il suo ex-fidanzato e la moglie di questi, una ex-amica che s'è arricchita rubandole un'idea di marketing per le t-shirt. Qui si svolge un gioco delle parti pieno di umorismo, con momenti di assurdo che evocano Woody Allen; fino alla scoperta, da parte della ragazza più navigata, che la finta ingenua è ben più calcolatrice di lei. Baumbach non fa parte di coloro che hanno sposato l'ideologia del successo, né della guerra di tutti contro tutti pur di emergere. Da americano qual è, ama sì l'individualismo, però di un genere differente. Ossia il tipo d'individualismo della bionda Brooke, idealista generosa e un po' scombinata di cui la gente trova naturale approfittarsi (il talento non le manca affatto) per poi, magari, sbeffeggiarla. Poco a poco il film lascia venir fuori la sua vera natura, che è quella di una super-eroina del quotidiano, indomita e perdente "come un cow boy". Alla quale però (scopritelo nel finale) si potrebbe applicare il motto del teatro giapponese Daruma: "cadere sette volte e rialzarsi otto". Piccolo inno all'indipendenza e alla marginalità di chi non accetta di omologarsi, quasi senza parere Mistress America raggiunge un'intensità inaspettata attraverso mezzi semplici: gesti, sguardi, posture e dettagli di comportamento che la macchina da presa di Baumbach sottolinea con una naturalezza solo apparente; ma che danno, invece, sostanza e umanità al personaggio, cui Greta Gerwigh presta doti di attrice raffinata. È buffo pensare che presto ritroveremo Baumbach (appassionato di cartoon, è già stato sceneggiatore di Fantastic Mr. Fox e Madagascar 3) alla regia di un film d'animazione della DreamWorks con animali parlanti; perché pochi, oggi, sanno usare come lui la "cinepresa ad altezza d'uomo". O meglio di donna, come è più giusto dire in questo caso.
MISTRESS AMERICA
Regia di Noah Baumbach
Con Greta Gerwig, Lola Kirke
OOOO