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LA CRITICA

Minor Victories, non chiamatelo "supergruppo"

Una componente degli Slowide, uno dei Mogwai, uno degli Editors e suo fratello. Sono i quattro membri della formazione che debutta con un album pieno di illuminazioni da rock cinematografico

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Minor Victories, Minor Victories (Pias)

La formazione. La musica come l'esperanto, un linguaggio universale capace di unire persone, in questo caso artisti, che fino a oggi si conoscevano solo di vista o di fama. Nasce quasi per caso il progetto Minor Victories. La voce è quella angelica di Rachel Goswell, icona del miglior rock - per i puristi, shoegaze - inglese degli anni Novanta con gli Slowdive. Le visioni musicali sono affidate a Stuart Braithwaite (chitarrista e leader quasi silenzioso dei post-rockers Mogwai) e Justin Lockey (dei revivalisti new wave/post punk Editors), ai quali si aggiunge suo fratello James.
Pensato inizialmente come un progetto solista di Lockey si è presto trasformato in un quadrilatero rock pieno di intuizioni e sorprese, come può accadere quando i protagonisti si incontrano e sperimentano musica insieme per la prima volta.
La copertina dell'album "Minor Victories" 
Non chiamatelo super gruppo. Ed è proprio un'inaspettata e totale sinergia tra le varie componenti, umane e stilistiche, a essere il punto di forza dell'omonimo debutto dei Minor Victories. Aspetto che trapela anche dalle loro dichiarazioni: “Creare una band nella quale alcune delle persone non si sono mai incontrate è una cosa di cui non ho mai sentito parlare” (Braithwaite). “La cosa più emozionante che abbia fatto fino a oggi” (Goswell). Stupore e grande intensità anche per chi si imbatte nella loro musica, un blend equilibrato e mai scontato delle sonorità di riferimento dei vari componenti, ai quali si aggiungono degli ospiti vocali come Mark Kozelek (Red House Painters, Sun Kil Moon) in For You Always e James Graham (The Twilight Sad) in Scattered Ashes (Song For Richard). Assalti rock, sospensioni elettroniche e aperture orchestrali: canzoni che si mostrano fragili e fiere al tempo stesso, capaci di mutare nel loro svolgimento e anche negli ascolti, grazie a un'ottima produzione firmata dallo stesso Lockey. Insomma quanto di più lontano, per fortuna, da quello che si attende dal classico super gruppo tutto hype e battage mediatico.
 
Rock in widescreen. Le dieci tracce suggeriscono grandi spazi, reali, emotivi e cinematografici. Ci sono la tempesta e la quiete, prima di ritrovarsi ancora nell'occhio del ciclone o in un campo di battaglia, come narra il bellissimo video in bianco e nero al rallenty di A Hundred Ropes. Rock evoluto che si muove per immagini, con dei riferimenti precisi ma con l'obiettivo sempre e volutamente fuori fuoco, per dare quella sensazione di indefinibile ed evocativa alterità. Saranno anche per (auto)definizione delle “vittorie minori”, ma le emozioni che trasmette questo debutto rimangono sottopelle davvero a lungo, accrescendo la curiosità di battezzarli dal vivo il 7 agosto a Castelbuono (Palermo) all'interno della 20° edizione dell'Ypsigrock, uno dei migliori festival in Italia, non solo per la qualità dei nomi in cartellone.