Spettacoli

LA CRITICA

Wilco, con 'Schmilco' il folk torna essenziale

La band di Jeff Tweedy procede per sottrazione: pochi colpi a effetto ma grande piacevolezza

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Wilco, Schmilco (dBpm)

Altro disco, altra storia. È passato poco più di un anno dagli effetti speciali avant rock/pop di Star Wars, un disco uscito a sorpresa come il Millennium Falcon dall'iperspazio, in concomitanza con il battesimo del Global Release Day. Era il 17 luglio 2015. A mo' di provocazione i Wilco l'avevano offerto in free download nelle prime quattro settimane e come ricompensa, oltre discrete vendite e ottime recensioni, si sono guadagnati l'ennesima candidatura ai Grammy.

Questa volta con Schmilco, decimo album in studio per la band di Chicago, Jeff Tweedy e soci hanno optato per un restyling completo, a partire dalla strategia promozionale e le varie iniziative collaterali. L'uscita, il 9 settembre, è stata annunciata con quasi due mesi d'anticipo e supportata da ben tre brani in anteprima, in ordine cronologico: Locator, If I Ever Was a Child e Someone To Lose.

Il 6 settembre è stato organizzato in circa 200 negozi di musica in Nord America ed Europa, rigorosamente indipendenti, I Heard Schmilco il classico “listening party” nel quale è stato possibile ascoltare l'album in anteprima ed eventualmente comprarlo in vinile nelle diverse edizioni limitate colorate.

Tra le varie trovate sul versante merchandise vale la pena segnalare la collaborazione con la Pro-Ject Audio Systems: un giradischi in edizione limitata a 100 esemplari customizzati con il progetto grafico di Schmilco curato dal quotato illustratore catalano Joan Cornellà. Inutile dire che sono esauriti in un baleno.
 
La copertina di 'Schmilco' 
A tutto folk. Per confermare la loro congenita e virtuosa (in)coerenza il cambio di rotta non può che riguardare anche l'approccio musicale. Mai come in questo album i Wilco hanno suonato così folk. A partire dal titolo, Schmilco, un gioco/omaggio al disco più fortunato e conosciuto del cantautore americano Harry Nilsson, Nilsson Schmilsson uscito nel 1971. La strumentazione è in prevalenza acustica e si lavora più per sottrazione che per strati sonori – una vera e propria sfida per una band composta da sei elementi - ma per fortuna non mancano le trovate e i colpi di scena negli arrangiamenti che hanno reso i Wilco così riconoscibili e necessari. Un folk che spesso flirta con il pop, in qualche caso con il rock ma senza gli strappi, le dissonanze o le fughe per chitarra tipiche di Nels Cline.

Inutile negare che in questa veste seminuda, a suo modo neotradizionalista e nostalgica, a emergere sono la voce, le melodie e le parole di Tweedy. Quando il tutto combacia ci si ritrova di fronte a delle piccole/grandi gemme d'autore come Cry All Day, If I Ever Was a Child, Shrug and Destroy o Just Say Goodbye, brani che colpiscono dove fa più male, o bene, dipende dai casi. L'unico aspetto che accomuna Schmilco al suo recente precedessore Star Wars è il fattore temporale. Sono entrambi concisi, l'ultimo dura 37 minuti per 12 brani, come a voler ribadire che i Wilco odierni non hanno bisogno di fronzoli, hanno le idee chiare e sanno come arrivare dritti al punto, anche con gli amplificatori abbassati o del tutto staccati.
 
I Radiohead d'America? Qualche anno fa, alla luce della mirabile complessità e ricchezza musicale di album come Yankee Hotel Foxtrot (2001) e A Ghost is Born (2004) in molti tra critica e pubblico hanno iniziato a paragonare la parabola artistica dei Wilco a quella dei Radiohead. Certo, il triplo salto mortale verso il futuro di Kid A Tweedy & co. non l'hanno mai fatto e probabilmente non lo faranno mai. Ma dal canto loro i Wilco hanno avuto un'altra visione/capacità, quella di destrutturare la tradizione folk/country/rock/pop americana, rilegandola con un approccio avanguardistico e con sonorità di culto come il krautrock. In questo sono molto simili: ogni disco è un esperimento, una tappa per conoscere meglio loro stessi e il mondo che li circonda, pubblico compreso.

Entrambe le band hanno superato di slancio i venti anni di carriera e godono ancora di ottima salute, come certificano gli ultimi lavori usciti nel 2016. E se i Radiohead sono gli esploratori, la punta di diamante del rock mainstream di qualità, i Wilco pur non essendo così famosi - almeno dalle nostre parti - non sono certo da meno in quanto a centralità culturale e camaleontica abilità nel rinnovare e aggiornare il proprio songbook.