Spettacoli

LA CRITICA

A Tribe Called Quest, l'hip hop nell'era di Trump

I rapper statunitensi tornano con un nuovo album dopo diciotto anni con ospiti come Kendrick Lamar, Elton John e Jack White

2 minuti di lettura
A Tribe Called Quest, We Got It from Here... Thank You 4 Your Service (Epic/Sony)
 
Attivisti ed esploratori hip hop. Basterebbe un brano come Solid wall of sound - traccia 4 del nuovo album - per spiegare e comprendere la grandezza, la genialità e la centralità non solo musicale degli A Tribe Called Quest. Hip hop, jazz, soul ed elettronica a dispetto del titolo si sciolgono in qualcosa di indefinito e vanno oltre le dimensioni che conosciamo e abitiamo. Si ritrovano in un luogo altro e come il protagonista di Interstellar riescono a comunicare con il nostro mondo, a stravolgerlo ed educarlo attraverso suggestioni e idee che in altri ambiti farebbero esclamare: “Eureka!”.
Ovviamente c’è molto di più. La loro storia trentennale, il collettivo Native Tongues, tra tensioni e illuminazioni hanno scalato l’Olimpo della scena hip hop di New York, godendosi la vetta e la vista insieme a De La Soul, Public Enemy, Beastie Boys e pochissimi altri. Il tutto pur avendo pubblicato in carriera “solo” cinque album ufficiali, e tutti negli anni 90. E poi il presente. Ritornano con un disco – e che disco - dopo diciotto anni e debuttano al primo posto negli Stati Uniti. C’erano riusciti solo un’altra volta nel 1996 con Beats, Rhymes and Life, titolo poi utilizzato anche nel bel documentario del 2011 firmato Michael Rapaport e dedicato all’arte e alle lotte musicali degli ATCQ.
La copertina dell'album "We got it from here..." 
Nessuna nostalgia. Occorre fare un passo indietro, al 13 novembre 2015. I riformati ATCQ – Q-Tip, Phife Dawg, Ali Shaheed Muhammad e Jarobi White - sono ospiti al Tonight Show di Jimmy Fallon. Al netto del fuso orario poche ore prima si erano verificati i tragici attentanti a Parigi, con il Bataclan epicentro e simbolo di quell’orrore fondamentalista. Quelle immagini, quella follia deve aver fatto scattare qualcosa nel gruppo originario del Queens, tanto da decidere di tornare in studio dopo tantissimi anni. Episodio che ha rimesso in moto anche altri artisti tornati in attività come i canadesi Broken Social Scene. Durante la lavorazione del disco viene a mancare Phife Dawg, ma gli altri componenti non demordono e portano a termine il progetto. L’album è ovviamente dedicato all’amico scomparso e compagno di mille battaglie sopra e sotto un palco. Anche il titolo We got it from here... Thank You 4 Your Service è una sua scelta, probabilmente l’ultima prima della prematura dipartita. Una scelta criptica, gli altri membri hanno ammesso di non sapere esattamente quale fosse il significato esatto del verso ma di aver deciso di rispettare la sua volontà. Il disco esce subito dopo le presidenziali vinte a sorpresa – o forse no? - da Trump e questa tempestiva casualità non può che accrescere il suo valore sociologico/politico. L’unico elemento di nostalgia si manifesta nella dovuta gigantografia di Phife Dawg che fa da sfondo durante l’esibizione del 12 novembre 2016 – un anno esatto da Parigi... - al Saturday Night Live. Eseguono il singolo We the people... e con il pugno alzato lo annunciano così: “We are all one. We are the people”.
 
Il meglio del meglio.  Per un comeback album che ha il sapore dell’evento è normale trovare una imponente, per numero e spessore, lista di ospiti. Dagli amici e collaboratori di una vita, Busta Rhymes e Consequence, ad altre stelle del mondo black e hip hop come Kanye West, André 3000, Kendrick Lamar, Anderson Paak, Talib Kweli. Fino a due dei prezzemolini da novanta, Elton John e Jack White, grandi amanti del featuring mirato in nome della sorpresa e della versatilità. La loro presenza non scalfisce affatto l’organicità del disco, la sua visione d’insieme, anzi aggiunge sfumature, imprevedibilità, aperture stilistiche, densità e qualità a una scrittura, musicale e di testi, già di suo eccellente. Fatevi un favore, ascoltate questo disco. E fatelo ascoltare agli amici, ai vostri figli che magari sono grandi appassionati di rap e hip hop italiano. Fatelo non per mortificare il loro attuale background musicale o i loro beniamini ma per suggerire e indicare un punto di riferimento di sicuro spessore artistico in ambito hip hop. Una stella polare da riscoprire e seguire in un mare magnum vorticoso e sempre più pericolosamente (im)mischiato in qualunquismo pop e faccende commerciali.
Molto probabilmente We got it from here... Thank You 4 Your Service sarà l’ultimo album firmato ATCQ. Beh, non potevano immaginare e realizzare un commiato migliore. Un mirabile atto finale che rimarrà nella testa e nel cuore davvero a lungo.