Spettacoli

Childish Gambino è di nuovo Donald Glover e dopo aver parlato all'America ora parla di sé

Il nuovo album, '3.15.2020', riprende il discorso interrotto dopo il video violentissimo di 'This is America'

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Per il suo nuovo album 3.15.2020, Childish Gambino torna a farsi chiamare Donald Glover e riprende il discorso da dove lo aveva interrotto, e cioè dal video di This is America, la sua hit del 2018 in cui un gruppo di ragazzi neri ballava armoniosamente mentre tutto intorno esplodevano scene di violenza e sangue. Glover descriveva così un paese caotico, gli Stati Uniti, eppure ancora dinamico, soprattutto se visto dal punto di vista della strada, dove resistere è una forma per molti aspetti anche nuova di contestazione politica. Nel nuovo album continua su questa falsa riga, anche nei suoi aspetti esteriori e cioè a cominciare dalla copertina che presenta un disegno in bianco e nero di palazzi in fiamme e gente in fuga mentre in primo piano ragazzi si scattano selfie e sembrano ignorare la paura e le conseguenze di quanto accade intorno.

Dove sia la reale spiegazione di questo atteggiamento Glover non lo dice. Questo ballare e ridere mentre tutto intorno infuriano violenza e morte, questo trasformare l’ansia e la paura in divertimento come accade anche nei video dei rapper dei ghetti americani non è però follia, Glover sembra lasciare a noi il compito di interpretare cos’è. O forse ci suggerisce di lasciar cadere ogni possibile spiegazione. L’invito a ballare è soltanto un esercizio di sarcasmo come nel ritornello del secondo brano Algorhythm, in cui si ironizza sui social e sui giudizi tranchant richiesti dalla modalità binaria del mi piace/non mi piace.


Non è un album semplice 3.15.2020, di melodie dritte, anche se ce ne sono di bellissime. Il fatto è che i brani si muovono su un tappeto di frequenze disturbate, di noise e di effetti vocali. C’è la volontà di rappresentare un mondo dove la bellezza fa i conti con il suo versante opposto e disturbante. In 19.10 Childish ricorda la sua infanzia in cui parla a suo padre e parla a se stesso come parlasse a suo figlio, riflette sulla sua negritudine, sulla bellezza invidiata e perseguitata dei neri: “Quanto è bello essere inseguiti e cacciati”, canta in uno slancio per uno dei tanti paradossi che questo album contiene. “Per uno che è felice, ce n’è un altro che non lo è”, dunque preparati e impegnati perché nulla ti viene concesso, sembra dire. E poi c’è molto sentimento, canzoni d’amore, torch song in stile Prince, scenate di gelosia come in 24.19, un brano che finisce come deve finire. Dopo essere diventato un portavoce della comunità afroamericana con This is America ecco un album in cui David Glover ripiega su se stesso e mette in guardia dal prendere per vero tutto ciò che la realtà ci mette di fronte agli occhi. Specialmente se passa attraverso lo schermo di un telefonino.