Mick Jagger e il ritorno dei Rolling Stones: “Con McCartney in studio abbiamo suonato punk”
di Simona Orlando«Non l’avremmo fatto uscire Hackney Diamonds, se non ci fosse piaciuto tanto». Mick Jagger chiama puntuale via Zoom. Parla come canta, allungando le vocali, ride spesso. A ottant’anni ha un’effervescenza adolescenziale. Quando sembra che le lancette abbiano inchiodato gli Stones ad acciacchi, tensioni e cali creativi, ecco che loro stanno già facendo un altro giro di vita. Un nuovo disco di inediti, dopo diciotto anni. Anzi un disco nuovo, fresco, contro ogni pronostico. «Ho dato una scadenza al gruppo e chiesto a Andrew Watt, il produttore, di rispettare il nostro stile ma di darci un suono moderno» dice Jagger.
In pochi lo fanno. Anche per questo gli Stones, dissero ai Måneskin, «i re del rock europeo», quando aprirono per loro a Las Vegas: «Suonate gli strumenti veri, continuate così». Qui c’è la storia dall’inizio ad una fine: la cover di Rollin’ Stone, il pezzo di …
«Non l’avremmo fatto uscire Hackney Diamonds, se non ci fosse piaciuto tanto». Mick Jagger chiama puntuale via Zoom. Parla come canta, allungando le vocali, ride spesso. A ottant’anni ha un’effervescenza adolescenziale. Quando sembra che le lancette abbiano inchiodato gli Stones ad acciacchi, tensioni e cali creativi, ecco che loro stanno già facendo un altro giro di vita. Un nuovo disco di inediti, dopo diciotto anni. Anzi un disco nuovo, fresco, contro ogni pronostico. «Ho dato una scadenza al gruppo e chiesto a Andrew Watt, il produttore, di rispettare il nostro stile ma di darci un suono moderno» dice Jagger.
In pochi lo fanno. Anche per questo gli Stones, dissero ai Måneskin, «i re del rock europeo», quando aprirono per loro a Las Vegas: «Suonate gli strumenti veri, continuate così». Qui c’è la storia dall’inizio ad una fine: la cover di Rollin’ Stone, il pezzo di Muddy Waters da cui il gruppo prese nome nel 1962 («Mai pensato di farlo prima, non so perché, forse sembrava scontato» ha spiegato), e due brani incisi nel 2019 con il batterista Charlie Watts, prima che scomparisse per swingare chissà dove. Live By the Sword, che sembra emerso dagli anni 60, è con l’ex bassista Bill Wyman, a restaurare la sezione ritmica originale. Poi ci sono gli ospiti eccellenti che si comportano da fan, senza mai invadere il campo: Elton John, e nel singolo Sweet Sounds of Heaven Stevie Wonder al Fender Rhodes più Lady Gaga: «Era lì che registrava nello studio accanto ed è passata a trovarci», minimizza Jagger, la cui voce si verticalizza su quel gospel, tradendo per sette minuti le bolge con le sfere celesti. In Bite My Head Off Paul McCartney sguaina un basso distorto costruito apposta per lui. Beatles e Stones uniti.
Un tempo erano fruttuosamente antitetici, gli spirituali contro i carnali, quelli che ti tenevano per mano contro quelli che ti avrebbero bruciato volentieri la casa. Si mischiarono già in ordine sparso (in We Love You, nell’avventura del Rock ‘n’ Roll Circus) ma mai così. Inoltre c’è il futuro (un documentario e un altro disco quasi pronti) e il presente, con Steve Jordan alla batteria, e dodici tracce dove gli Stones fanno gli Stones (Mess It Up sembra Start Me Up, poi vira alla disco anni 70). Tanto groove e poco sentimentalismo. Qua e là citano ancora il sesso e la compagnia del diavolo, ma poi vanno oltre. In Dreamy Skies evocano Hank Williams, in Tell Me Straight Keith Richards cala la sua voce nicotinica, in un episodio ad alta emotività che dal vivo potrebbe rimpiazzare You Got The Silver. La vita passa, ma i riff restano. Hackney Diamonds ne è pieno.
Jagger non è il bisnonno che ti aspetti, ma il rocker d’azzardo che, se non è morto troppo presto, ha deciso di tirare tardi, sfacciatamente tardi, oltre i limiti biologici e della decenza. Almeno su questo lui e Richards, che si conoscono da 75 anni e litigano da altrettanto, sono concordi: osare un’ennesima follia. Potevano ritirarsi dopo l’ultimo tour trionfale e risparmiarsi cadute più pericolose di quelle femorali. “La vita sa essere una rivolta, io posso essere il pilota” canta Jagger. Infatti ha messo in piedi lui il disco, in poche settimane, veloce come fu nel 1978 con Some Girls: «Perché pensarci troppo su può paralizzarti» spiega. Un disco a quest’età però può pure stroncarti. Ma il rock in fondo è anche questo: ammutinamento del tempo, il ribaltamento che rende gli eccessi gesta. Rischiare tutto, anche il ridicolo, dicevano gli Who.
E sì i Rolling Stones oggi sono straricchi, fanno ginnastica e mangiano sano, ma senti come suonano su questo disco. Faccia a faccia, ruga a ruga, tenendo dentro anche gli stacchi, i falsi finali, le riprese. Un metodo sempre più raro fra i nuovi gruppi. È tornata la linfa. Non sempre gli Stones sono stati più giovani di ora. Stanno tentando di disegnare un’altra parabola: prima sei giovane e ribelle, poi sei vecchio e ostinato, infine sei meraviglioso.
Mr. Jagger, era importante farci sentire l’atmosfera tra voi nel disco?
«Ci abbiamo tenuto a registrare live in studio, niente è stato editato, è tutto più che mai in movimento. Molta della mia voce è in diretta, qualcosa è ovviamente sovrainciso, come fanno tutti, perché le nuove canzoni dovevo imparare a cantarle. Farle tre o quattro volte, per un cantante, non è abbastanza. Devi trovare il modo, entrarci dentro, finchè non restituiscono il feeling giusto».
Keith Richards dice che il disco è “una follia controllata”. Lui la follia, lei il controllore.
«Ho dovuto farlo, altrimenti non sarebbe uscito Hackney Diamonds. Nessuno ci chiedeva: ma il disco nuovo? Abbiamo fatto addirittura un tour, senza materiale inedito! Siccome però ogni album degli Stones è stato come spingere un masso su per la collina, stavolta l’attitudine mentale era: prendiamo il ritmo, suoniamo e basta. Se un pezzo fa schifo, abbiamo perso un’ora. Invece ogni giorno uscivano due canzoni, veloci. Keith l’ha chiamata “la guerra-lampo”».
Con Paul McCartney siete finiti a fare un pezzo punk. È andata come ragazzini in un negozio di caramelle?
«Sì, è un pezzo davvero punk! Quando Andy (il produttore ndr) ha proposto che Paul suonasse su quel pezzo superveloce e energico, non ero convinto. Per Paul pensavo più ad una ballata. Mi chiedevo: “Ma siamo sicuri che gli piaccia una roba simile? Be’, lo ha adorato, ed è stato bravissimo. L’ha imparata in una sola take. È un musicista dall’apprendimento rapido. Mi sono divertito un mondo. Quella canzone incarna appieno il carattere di questo disco. Un’altra è World Wide Word, la considero indie. È rock, ma un rock di adesso, non del passato».
La rivalità Beatles-Stones fu ottima per il marketing. Oggi riuscite a collaborare perché siete più liberi dai ruoli?
«Certo, anche se di tanto in tanto Paul se ne esce ancora con cose divertenti, tipo che gli Stones sono una cover band di blues. Ero in tour quando lo disse, gli risposi con un messaggio: "Non sono offeso, Paul. Mi stai dando un sacco di materiale comico per una commedia”».
Non è l’ultimo pezzo con Macca, vero?
«L’altro che abbiamo registrato sarà nel prossimo disco».
Un nuovo disco?
«Abbiamo almeno undici tracce buone, uscite durante le stesse session, e parecchio materiale in cui suona Charlie. Sarebbe felice di sapere che continuiamo».
“Sweet Sounds of Heaven” suona come una preghiera. Per Charlie Watts?
«È sicuramente influenzato dal pensiero di Charlie, ma in generale è una riflessione su tutte le persone che abbiamo perso, sulla natura mortale dell’uomo, e la felicità».
Con Stevie Wonder in stanza avete improvvisato anche “Satisfaction”?
«Sì, lui ha iniziato a suonarla come un pianista da piano bar, e io ho l’ho cantata nello stesso stile, da cocktail. Ci ho fatto un video con il telefono. Uno spasso».
Nel 1972 apriva i vostri concerti, la sua popolarità esplose lì.
«Ci siamo ricordati di quella sera a fine tour. Facemmo un medley di Uptight/Satisfaction, saltellammo come molle sul palco e ci tirammo torte in faccia. Molto ingiusto verso Stevie (ride)».
Lady Gaga in studio era ai suoi piedi.
«Non era troppo sicura di sé all’inizio. Seduta a terra, gambe incrociate, faceva solo vocalizzi, poi le ho dato il mio iPad con il testo e ha tirato fuori una gran voce».
È uscito un pezzo clamoroso.
«Sì, perché nato spontaneamente, per niente pianificato. È cresciuto lì per lì con gli accordi di Stevie al piano e le nostre voci. Mi ero chiesto: ma non è che sono troppo dolce? Così nel testo ci ho messo un motel polveroso per smorzare».
Elton John è una presenza discreta in due brani. In Colorado, nel 1975, salì sul palco con voi per fare “Honk Tonk Women” e non scese più, facendovi infuriare.
«Ah no! (ride) stavolta è stato molto disciplinato. Volevamo qualcuno che suonasse un piano woogie-boogie, non cercavamo l’Elton delle ballatone o delle grandi intro, e lui, a sorpresa, è stato felicissimo. Mi ha detto: “Sai, è così che ho iniziato, ero un turnista, nemmeno cantavo”».
In “Dreamy Skies” sogna la solitudine?
«Almeno per il tempo della canzone. Oggi non sei mai davvero “via”, c’è sempre qualcuno che ti raggiunge con i messaggi. Fuggire è avere una radio che ti fa compagnia, non il telefonino. Il nuovo lusso è non essere raggiungibile».
Gli Stones furono protagonisti e testimoni di una rivoluzione culturale. Le spiace che la musica non riesca più a incidere così sulla società?
«È un grande tema, però io non credo che l’arte non sia più rilevante. Musica, teatro, cinema, filosofia, anche se non diventano un movimento, fanno ancora differenza nella vita delle singole persone».
Non guardarsi mai indietro è uno dei segreti della longevità?
«Ma io mi guardo indietro, solo che in quello stato non ci passo troppo tempo. Non voglio stare solo lì, mi spiego? Lo so che è stiloso dire “Io vivo il momento”, ma desidero davvero stare qui e ora, vivere ciò che sta accadendo mentre accade. Ci pensano gli altri a ricordarmi costantemente il passato. Il che è anche divertente, perché riportano a galla cose che avevo dimenticato».
“Rolling Stone Blues” però è un tuffo nelle radici.
«Andy ha cercato la chitarra che aveva usato Robert Johnson, credo anni 30. Non era affatto facile da suonare per Keith, molto dura. A me suona come qualsiasi altra. Abbiamo inciso quel brano su nastro, non su file. Se ascolti dal cellulare magari non senti nemmeno la differenza. La gente non lo sa, ma sono ricercatezze su cui noi Stones passiamo del tempo».
17 ottobre 1961, in stazione a Dartford. Lei aveva quel disco di Muddy Waters in mano, fu il gancio per parlare con Keith Richards. È toccante per chi ascolta. Lo è stato per voi?
«Sì emozionante per la nostra storia personale, ma il punto è che devi suonare insieme. Insieme, capisci? Ti devi avvicinare sempre più, il più possibile. Guardo i movimenti delle dita di Keith e, con l’armonica o con la voce, provo a inserirmi immaginando cosa farà lui, prima ancora che lo faccia. È l’interplay. Sprofondiamo nel call and response, il botta e risposta del blues. Non ci pensi mentre lo fai, perchè lo hai imparato tanti anni fa e ti viene spontaneo. Voglio dire, sei emotivo per la storia di ieri, ma soprattutto lo diventi, perché hai bisogno di essere vicino per sentirti a vicenda oggi. E ritrovarti nella musica».
Il vostro blues spesso non è dolente, è più la reazione energica al dolore?
«Dipende. Il blues è frustrazione. Con il suo carico di storie finite male, sa essere tristissimo. Penso a quando abbiamo rifatto Blue & Lonesome di Little Walter, giù giù, tutto in minore. Non voglio sbagliarla, quell’emozione lì. Cerco di esprimerla al meglio. E in quei casi, non lo faccio in modo leggero».
In “Tell me straight” vi domandate: "Il mio futuro è tutto nel passato”?
«La risposta è questo album. Guarda un po’ al passato, il giusto, ma è proiettato al domani in modo positivo».
Pianificate un tour?
«Sì, per l’anno prossimo, anche se non abbiamo ancora prenotato nessuno spazio».
Stadi, o una meno faticosa residenza in teatro?
«Probabilmente posti grandi».
Lo vogliate o meno gli Stones sono già storia. Come vorreste essere ricordati?
«Diranno solo che gli Stones sono la rock band più longeva del mondo (ride). In pratica, arrivi al punto da essere famoso perchè sei rimasto in giro più a lungo degli altri. Piacevole, ma vorrei essere menzionato più per le cose che ho fatto, o che sto facendo. Comunque, che ci posso fare? Non m’importa più di tanto».
Non prende la vita troppo seriamente?
«Penso ancora che la vita sia solo una moda passeggera».