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Gianni Togni: “‘Luna’, la mia persecuzione. Mio padre ferroviere, ho imparato il ritmo dal rumore dei treni. Fabrizio Frizzi, unico amico nell’ambiente, Rino Gaetano il mio supervisore”

E’ appena uscito il suo nuovo album di inediti (in vinile) ‘Edizione straordinaria’. Ma “guardo il mondo da un oblò” è da oltre quarant’anni il suo biglietto da visita. Le origini, il successo, gli incontri, il rapporto con la musica di un cantautore che non ha mai potuto dire veramente “mi annoio un po’”
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Inutile. Consultati manuali di giornalismo e raccolte storiche di interviste dei maestri, non si trova un altro modo per iniziare un’intervista a Gianni Togni che questo.

Togni, “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”. Che persecuzione è questa frase?

“Una persecuzione dolce: Luna mi ha dato la notorietà, racconta un momento della mia vita, ha dentro sonorità alla Bowie, Supertramp, Weather Report. Ed è l’unione di due canzoni diverse. E malgrado tutto non è una canzone d’amore”.

E di cosa?

“Di uno che è chiuso nel metrò, l’oblò è quello, e parla di quello che fa. Stavo incidendo il disco, ero nervoso. La canzone si doveva chiamare Anna, camminando sotto le stelle vidi la Luna e scattò tutto così”.

Ma questa canzone non le ha rovinato la vita? Per tutti lei è sempre e solo quello di “Luna”.

“Forse per il grandissimo pubblico. Per un pubblico meno folto ma non piccolo, ho fatto anche Semplice, Giulia, Per noi in…

Inutile. Consultati manuali di giornalismo e raccolte storiche di interviste dei maestri, non si trova un altro modo per iniziare un’intervista a Gianni Togni che questo.

Togni, “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”. Che persecuzione è questa frase?

“Una persecuzione dolce: Luna mi ha dato la notorietà, racconta un momento della mia vita, ha dentro sonorità alla Bowie, Supertramp, Weather Report. Ed è l’unione di due canzoni diverse. E malgrado tutto non è una canzone d’amore”.

E di cosa?

“Di uno che è chiuso nel metrò, l’oblò è quello, e parla di quello che fa. Stavo incidendo il disco, ero nervoso. La canzone si doveva chiamare Anna, camminando sotto le stelle vidi la Luna e scattò tutto così”.

Ma questa canzone non le ha rovinato la vita? Per tutti lei è sempre e solo quello di “Luna”.

“Forse per il grandissimo pubblico. Per un pubblico meno folto ma non piccolo, ho fatto anche Semplice, Giulia, Per noi innamorati. Poi certo ho rischiato di diventare un pollo di allevamento delle case discografiche. Ma negli anni Ottanta e Novanta c’era più libertà nella musica”.

E adesso?

“E adesso resiste chi ha un carattere e una storia come me, sennò è tutto Amici e X Factor. Ma non critico quelli che ci vanno, ormai gli hanno messo in testa quello. Però le canzoni sono tutte uguali, con ritmiche che potresti scambiarti. In Italia salvo solo iosonouncane e Vasco Brondi. Però è anche colpa della critica. Di voi giornalisti, insomma”.

Ci mancava. Stavolta che colpe abbiamo?

“Siete diacronici e mai sincronici”.

Bel concetto in effetti. Se ce lo spiega…

“Quando un artista fa un disco parlate poco di quello e molto del passato dell’artista. Concentratevi sul disco, invece”.

Come, per esempio, il suo ultimo, “Edizione straordinaria”? Anzitutto, il titolo. Siccome non ama i giornalisti, cerca di sostituirli?

”No, anzi, devo ringraziarvi, perché le canzoni sono prese da notizie lette sui giornali. Ognuna ispirata a una storia vera. Ad esempio Niente è bello senza te, sulla straordinaria figura di Roberto Russo, il compagno di Monica Vitti, che l’ha assistita in un modo incredibile nella malattia e nella morte. O Ma che ci faccio qui su un tricheco che si addormenta su in iceberg che si stacca dal Polo e lo porta in Irlanda. Vorrei che il disco venisse ascoltato tutto e senza pre-giudizi”.

Insomma, in modo sincronico. Ma possiamo farle anche domande diacroniche?

“Certo”.

Anche perché in mezzo secolo di attività di storie ne avrà da raccontare.

“Ma mica troppe sa. Non metto intimità sui social, non frequento i miei colleghi, penso alla musica”.

E non ha il rimpianto che se la sarebbe potuta godere di più?

“Io di rimpianti ne ho due. Primo, non aver finito Lettere. La mia fidanzata lavorava già, io frequentavo per darle gli appunti. Ma il successo mi ha impedito la laurea, avrei fatto felice mio padre. Il secondo rimpianto è proprio lui, morto due settimane prima che uscisse Luna».

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Che uomo era?

«Un gran lavoratore, dirigente delle allora Fs. Stavamo in un appartamento sopra la Tiburtina, quindi era casa e lavoro. Nella mia camera da letto sentivo i treni sferragliare e alla fine riuscii a capire se era un espresso, un accelerato, un diretto. Mi hanno aiutato a scrivere con ritmi diversi le canzoni».

Quindi musicista prestissimo?

«Sì, ma dalle lezioni di piano mi cacciarono perché appena imparavo un accordo mi lanciavo a comporre. Feci canto, mi avevano pure preso per lo Zecchino d’Oro. Non andai più per la malattia di un parente. Ma a 16 anni cantavo al Folkstudio giovani. Feci un contratto con la It e come supervisore mi misero Rino Gaetano, mi passava a prendere, mi suggeriva con chi parlare. Che personaggio».

Com’era il mondo della musica allora?

“Parlo da consumatore, appena usciva un disco andavo da Consorti, a Roma, perché potevi ascoltare i dischi in cabina prima di comprarli. Quando usciva il nuovo Dylan c’era sempre De Gregori. Ma i soldi erano pochi e a volte i dilemmi quasi amletici: nel 1970 comprare McCartney, il primo album da solista di Paul, o Let it be? Vinsero i Beatles”.

Altre conoscenze? Coi Pooh ha fatto un tour.

«Aprivo i loro concerti. Contratto di tre giorni, durò tre anni, Stati Uniti compresi. Ho imparato la professionalità, anche nei dettagli. Alla fine dei concerti si alzava in scena la scritta Pooh. Stefano D’Orazio voleva fosse perfettamente orizzontale e io dovevo controllare. Io dicevo sempre che era tutto ok anche quando non era vero».

Ma quindi nel mondo dello spettacolo zero amicizie?

“Una sì, ma nata prima che andasse in tv, faceva la radio. Fabrizio Frizzi. La sera invitavo gente a cena e sul mio terrazzo c’era un tavolo da ping pong. Facevamo tornei che vinceva sempre lui. Nome di battaglia: Rogers».

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Poi lei si è dato al musical.

“Hollywood – Ritratto di un divo ebbe un bel successo. E Lucio Dalla, dopo la prima della sua Tosca, mi chiese un parere. Fui sincero. Primo quarto d’ora capolavoro assoluto, poi la noia mortale. E lui: “Beh, ovvio, non amo i musical”».

Infine, lei tornò in tv nel 2000 per una serie di apparizioni nella parodia trucida-romanesca, tutta cacche di cane e peti, dell’Ispettore Derrick fatta da Max Tortora. O no?

“No, no, e ancora no. Fu una gag di Max, che all’inizio dell’episodio smascherava un pagliaccio, una ballerina, un indovino, dicendo sempre che era Gianni Togni travestito. All’inizio era divertente. Poi decisamente no, la gente ci credeva. E ho dovuto diffidarlo”.

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