Cinquant’anni usciva Non gettate alcun oggetto dai finestrini, il primo album di Eugenio Finardi. Un album che ha fatto storia: per i contenuti, lo stile originale e modernissimo delle canzoni, la grafica realizzata dall’etichetta Cramps di Gianni Sassi, un autentico visionario che ha lanciato artisti importantissimi come Battiato, Area, Alberto Camerini e tanti altri.
Era l’epoca del rock impegnato, molto politico, della contestazione e dei festival a Parco Lambro. Da allora, Finardi non ha mai smesso di fare musica, continuando nella sua ricerca musicale e filosofico. Con questo nuovo album, intitolato Tutto, il cantautore cerca di catturare lo spirito del nostro tempo, mettendo a confronto il suo passato con il presente. In undici brani Finardi cerca di esplorare con lucidità temi politici, sociali e umanisti, ma anche interrogandosi sui grandi misteri dell’esistenza: dalla fisica quantistica all’amore, dal destino al senso della vita. Un album che potrebbe anche essere l’ultimo (“…
Cinquant’anni usciva Non gettate alcun oggetto dai finestrini, il primo album di Eugenio Finardi. Un album che ha fatto storia: per i contenuti, lo stile originale e modernissimo delle canzoni, la grafica realizzata dall’etichetta Cramps di Gianni Sassi, un autentico visionario che ha lanciato artisti importantissimi come Battiato, Area, Alberto Camerini e tanti altri.
Era l’epoca del rock impegnato, molto politico, della contestazione e dei festival a Parco Lambro. Da allora, Finardi non ha mai smesso di fare musica, continuando nella sua ricerca musicale e filosofico. Con questo nuovo album, intitolato Tutto, il cantautore cerca di catturare lo spirito del nostro tempo, mettendo a confronto il suo passato con il presente. In undici brani Finardi cerca di esplorare con lucidità temi politici, sociali e umanisti, ma anche interrogandosi sui grandi misteri dell’esistenza: dalla fisica quantistica all’amore, dal destino al senso della vita. Un album che potrebbe anche essere l’ultimo (“O almeno l’ultimo composto da brani inediti: scriverlo è stato molto faticoso, ho perso 10 chili”) e che ospita anche la partecipazione della figlia Francesca, in arte Pixel, che canta nel brano Francesca Sogna.
Per realizzare questo disco Finardi ha dovuto ovviare a una significativa perdita dell’udito, aggravata da una forma di acufene (“Colpa dell’età, di tanti anni di concerti con una batteria alle spalle e di un’esplosione avvenuta vicino a me”), rinunciando all’uso della batteria tradizionale. Il suono dell’album è stato costruito a partire da campioni tratti dai suoi dischi precedenti (di cui possiede tutte le tracce originali) e da elaborazioni di strumenti disponibili in studio. Questa estate l’artista sarà in giro per tutta l’Italia con il suo nuovo tour “Tutto ‘75-‘25”, con cui racconterà 50 anni di carriera attraverso i suoi brani storici unitamente alle nuove canzoni di Tutto: la partenza è prevista il 6 giugno a Tissi (Ss).
Aveva definito il suo album “Euphonia suite” del 2022 un disco per guarire. Questo come lo definirebbe?
“Come il risultato della guarigione. Un disco di un uomo di 72 anni che si confronta con la Storia, la tecnologia, il futuro. Ho un’età in cui il futuro non è domani, ma il pensiero di cosa sarà del pianeta tra due secoli".
“Bernoulli”, in cui cita il matematico svizzero Daniel Bernoulli, ricorda un po’ le atmosfere di Battiato. E nel testo dice che “un grande ideale può diventare un’oppressione”.
“Io e Franco siamo cresciuti insieme, l’ho conosciuto negli uffici di Gianni Sassi. Nel mio primo disco suonò il synth, l’ho vissuto nella sua fase sperimentale e poi nella sua fase di successo registravamo nello stesso studio. Ovvio che molti suoni risultino affini ai suoi. Ai tempi della Cramps eravamo un collettivo, ma rispetto alla spiritualità avevamo un atteggiamento diverso: lui seguiva Gurdjieff e la mistica orientale, io sono rimasto sempre molto occidentale, amavo il blues e la musica americana. Ma entrambi partivamo insieme dalla musica barocca: forse per questo avevamo un modo di scrittura simile. Quanto alla frase sull’oppressione, ripensavo agli anni ‘70, a come si trasformano gli ideali quando diventano ideologie. Oggi il concetto di ideale viene usato per creare oppressione. Basta guardare quello che accade sui social”.
Nei suoi testi c’è una profondità che ormai è insolita.
“È il riflesso di quello che sta accadendo in generale alla Cultura: si viaggia a gran luoghi comuni con pochi sprazzi di lucidità. Il problema è la polarizzazione di quest’epoca, semplificata fino alla perdita della natura stessa delle cose. Succede quando cominci a accettare narrazioni improbabili: come disse una volta Mick Jagger, quando cominci a ripetere una cosa, alla fine quella cosa diventa credibile. Nella musica di oggi però trovo una grande onestà emotiva che prima non c’era. Oggi si parla di fragilità senza problemi e questo è un bene. Forse è il lessico che si sta impoverendo: non c’è più la ricerca della parola giusta. Ma i tempi cambiano: Duke Ellington avrebbe trovato Musica ribelle troppo semplice. Ma alla fine se c’è una verità arriva”.
Nel disco c’è anche una citazione di De André.
“Il primo tour nei palasport, nel 75, lo feci con Lucio Fabbri: eravamo il gruppo di apertura dei concerti di Fabrizio. Lui non aveva grande dimestichezza con i live e nessuno gli aveva spiegato che il gruppo spalla non andava considerato. Viaggiavo con lui, nello stesso furgone, non ero un suo grande fan, ascoltavo Miles Davis, e scherzavo con Cristiano, che era un ragazzino, dicendogli di venire via con me. Una volta mi si è presentato a casa: si era fissato che voleva stare con me. A parte gli aneddoti, con Fabrizio avevamo un rapporto quasi parentale. Siamo come lontani cugini”.
Qualche tempo fa ha dichiarato che fare dischi con canzoni nuove è sempre più difficile perché la gente vuole ascoltare solo i vecchi successi.
“Per tante persone io sono Musica ribelle, è un po’ una condanna, il prezzo della fama. Successe anche a Mozart”.
È vero che il titolo di “Non gettate alcun oggetto dai finestrini” arrivava dalla sua collezione di targhette staccate dai treni?
"A 12-13 andavamo col cacciavite e svitare le targhette, ne avevo tantissime. Sassi era un comunicatore eccezionale, ti lasciava libertà musicale, ma voleva altrettanta libertà sulle copertine. Tutta l’epopea della Cramps è stata una grande epopea situazionista. E quel titolo fu deciso da lui dopo una visita a casa mia: vide quella targhetta e scelse il titolo”.
Pensa che la fine della grande stagione del rock sperimentale sia coincisa con la morte di Demetrio Stratos?
“No, Battiato ha fatto ricerca. Penso che ci sia continuità, sono successe tante cose anche negli a seguire: Daniele Silvestri scrive cose importanti, perso a Samuele Bersani, a Max Gazzé, a Carmen Consoli, adesso a Lucio Corsi. Sono tutti sperimentatori, innovatori. C’è sempre musica estremante interessante, poi in generale si è perso il senso dei contenuti, dagli anni ‘80 in poi c’è stato un svilimento della Cultura. La cultura, ci hanno raccontato, non è divertente. Oggi è il suono quello che conta. Però per esempio mi piace la trap, quella più sporca, proprio per come suona”.
Se dovesse raccontare Parco Lambro a una ragazzo, che immagini userebbe?
"Gli direi: hai presente festival come Coachella e Burning Man? Parco Lambro era il bisnonno”.