Roma – Qualcuno, a leggere l’accostamento, storcerà il naso, «ci è successo varie volte, ma sempre meno spesso», ammettono. Chissà. Sta di fatto che dal 2018 gli Studio Murena fanno, senza paura, jazz-rap: sono sei, tutti sui trent’anni e di base a Milano, cinque dei quali provenienti dal Conservatorio o comunque di formazione jazz ed elettronica; e poi c’è il frontman, Lorenzo Carminati (nome d’arte Carma), che invece è un rapper e viene «dalla strada e dai centri sociali». Chi s’immagina un corpo estraneo, però, è fuori strada: disco dopo disco si sono amalgamati meglio, e ora in questo Notturno, terzo della carriera, con le rime raccontano storie personali e collettive crude, ai limiti del pulp, ma con in primo piano sempre le ritmiche e le atmosfere di quella che, a tutti gli effetti, resta una band jazz. «Negli Stati Uniti, musicisti come il Premio Pulitzer Kendrick Lamar hanno sperimentato la formula da anni», ripetono. «Ma in Italia è più difficile».
L’idea, a voi, com’è venuta?
«Già ai tempi del Conservatorio, quando avevamo ascoltato una lezione sui rapper americani che si erano aperti al genere, prendendo appunti. All’inizio eravamo un trio di vocazione elettronica, poi siamo diventati cinque approfondendo proprio il jazz, ma il puzzle ha preso davvero forma solo con l’ingresso di Carma, l’ultimo arrivato, conosciuto durante varie jam session nei centri sociali. Da strade diverse, abbiamo capito che camminavamo tutti verso lo stesso punto d’incontro».
Avete dovuto superare pregiudizi?
«Tanti. Non tanto dall’ambiente rap, perché Carma è un “cane sciolto”, cresciuto con la vecchia scuola italiana di nomi come i Colle der Fomento e interessato al jazz stesso e ai rapper americani. Quanto dal lato, diciamo, dei musicisti: in Conservatorio domina un atteggiamento molto quadrato, il jazz è sacro e intoccabile, fermo agli anni Ottanta, chiuso nella sua torre d’avorio; tutto quello che è venuto dopo, come il jazz-rap, non viene considerato».
Cos’hanno in comune jazz e rap?
«L’improvvisazione, prima di tutto. Basti pensare a un concerto jazz qualsiasi e ai free-style degli artisti hip-hop. Ma anche il fatto che, semplicemente, sono due generi che vengono dal basso, che raccontano o hanno raccontato il disagio delle realtà, spesso nere, più marginali d’America. Oggi il jazz è più imborghesito, mentre il rap è diventato molto pop. Ma cerchiamo ancora quella radice. E poi stanno bene insieme: basta provare, il punto è quello».
Dal 14 giugno sarete in tour nei festival italiani, poi per tutto novembre nei club (con date, tra gli altri, a Roma, Milano e Napoli). È difficile portare avanti un progetto come il vostro?
«Sì, facciamo una musica diversa, non è la solita pappa pronta – almeno se parliamo di Italia – e ciò significa confrontarsi ogni giorno con l’omologazione del mercato, dove spesso a vincere è chi percorre la strada più semplice. Abbiamo sempre saputo che sarebbe stata in salita, d’altra parte va detto che ci stiamo anche togliendo parecchie soddisfazioni specie dal vivo, con tour molto lunghi e pieni di date. Non è semplice neanche da quel punto di vista, tanti posti – anche a Milano, che per certi versi è un’eccezione – in cui abbiamo cominciato a suonare, davvero piccoli, hanno chiuso con la pandemia e in generale gli spazi per progetti così sono sempre meno. Ma gli addetti ai lavori ci stanno dando fiducia: la sfida è arrivare al grande pubblico».
Che significa, nel 2025, essere una band?
«Non chiudersi in una bolla. Per noi è un arricchimento. Per i musicisti in senso stretto, uno come Carma ha aperto la testa: al Conservatorio s’impara un approccio serioso a questo lavoro, lui è stato una boccata d’aria. Al tempo stesso, Carma si è messo alla prova con basi strumentali e dei ritmi jazz, una sfida da cui ha imparato tanto, da subito, e che per un rapper non è scontato. E la lingua, va detto, non è mai stata un problema: ci verrebbe più difficile scrivere in inglese, seguendo quindi il jazz-rap americano, rispetto a farlo in Italia. Ne perderemmo in naturalezza. Anche perché qui ci sono le nostre storie: quelle di Notturno nascono dalla penna e dalla vita di Carma, ma con tutte le ore passate insieme in furgone nell’ultimo anno ha raccolto, in generale, le vicende di tutte».
C’è un pezzo, “Tre porte di paura”, in cui Carma racconta tre suoi incubi ricorrenti. È parecchio estremo.
«Ed è stato il più difficile da concepire, sia per struttura – che riprende una seduta dallo psicologo, con i vari momenti – e sia per il testo in sé, crudo e viscerale. Al terzo disco, questo, abbiamo fatto un passo avanti: volevamo essere più comunicativi, aperti, senza rinunciare alle atmosfere scure che sono anche quelle del titolo, né alla “cattiveria” di certi testi, o dei suoni. Ci sono turbolenze, intime e collettive, che volevamo restituire. Ma senza il bilancino: avevamo delle idee, una direzione, ma quando scriviamo siamo comunque dei selvaggi».
A proposito: come funziona il processo creativo di un gruppo jazz-rap?
«Siamo un laboratorio aperto, una sala prove in cui si suona sempre: c’è chi arriva con uno spunto da cui nasce una strumentale su cui Carma scrive un testo, possono esserci spunti di Carma su certi argomenti, o addirittura partono improvvisazioni spontanee. Ci piacciono le contaminazioni: il jazz è un genere meticcio per definizione, così come il rap, hanno poco senso – specie oggi – isolati in sé stessi. Per esempio tra gli ospiti, muovendoci per estremi, ci sono Willie Peyote, con cui c’è una bella chimica, e un grande jazzista come Fabrizio Bosso. Nel disco precedente, invece, c’erano Paolo Fresu: quello con i maestri è un dialogo che c’interessa portare avanti».
Sanremo sarebbe un salto troppo grande?
«Non possiamo dire no a prescindere, vorremmo arrivare a più persone possibili e l’Ariston, qui, è una bella opportunità. Certo, oltre alla canzone giusta servono le spalle larghe, che per ora forse non abbiamo. Proseguiamo per gradini – ci piacerebbe per esempio un album in studio registrato “live” – e poi si vedrà, ma non vogliamo chiuderci».
“Notturno” è anche un disco ambientato a Milano. Che città vedete?
“Una città “a forbice”, con disparità. Passiamo dalle parti del villaggio olimpico in costruzione per il 2026 e vediamo palazzi enormi, chissà se poi verranno ancora usati, e di fianco strade piene di ragazzi ma con i lampioni che non funzionano. Molti di noi, poi, vivono in zona sud, dove c’è stato l’incidente – per usare un eufemismo – di Ramy, testimonianza di una periferia lasciata a sé. Certo, è anche la città dell’industria, compresa quella musicale. Ma la storia dei nostri generi dice che le vere novità nascono in periferia, nell’underground, dove ci si annoia e da dove si vuole scappare. Ed è lì che ci muoviamo”.