Zen Circus, capitolo tredici. Il gruppo pisano (Andrea Appino, Karim Qqru, Massimiliano "Ufo" Schiavelli) è una risposta a chi pensa all’indie italiano come a un “c’era una volta”. La loro musica resta diretta, corrosiva, piena di riflessioni sociali e di considerazioni scomode. Non a caso hanno deciso di intitolare il loro album Il male, in una curiosa sintesi di rabbia e di satira. A parlare, a nome di tutti, è Andrea Appino.
Prendendo spunto dai Cccp, vi si potrebbe definire “materiale resistente”. Può essere corretto?
"Dipende cosa si intende, ma sì. Sono 25 anni che resistiamo a tutto, anche a noi stessi. Però aggiungerei anche “materiale esistente”. Quando parli di un disco, a bocce ferme, inizi anche a capire cosa hai prodotto. E così adesso ci rendiamo conto quanto abbiamo voluto questo album, che esistiamo in un modo vitale. E non è scontato al tredicesimo lavoro”
Il male è il tema centrale del vostro disco. Co…
Zen Circus, capitolo tredici. Il gruppo pisano (Andrea Appino, Karim Qqru, Massimiliano "Ufo" Schiavelli) è una risposta a chi pensa all’indie italiano come a un “c’era una volta”. La loro musica resta diretta, corrosiva, piena di riflessioni sociali e di considerazioni scomode. Non a caso hanno deciso di intitolare il loro album Il male, in una curiosa sintesi di rabbia e di satira. A parlare, a nome di tutti, è Andrea Appino.
Prendendo spunto dai Cccp, vi si potrebbe definire “materiale resistente”. Può essere corretto?
"Dipende cosa si intende, ma sì. Sono 25 anni che resistiamo a tutto, anche a noi stessi. Però aggiungerei anche “materiale esistente”. Quando parli di un disco, a bocce ferme, inizi anche a capire cosa hai prodotto. E così adesso ci rendiamo conto quanto abbiamo voluto questo album, che esistiamo in un modo vitale. E non è scontato al tredicesimo lavoro”
Il male è il tema centrale del vostro disco. Cos’è il male per voi?
“Raramente abbiamo messo insieme canzoni che ci portassero a uno stesso concetto. Lavorando ai brani però ci siamo resi conto che tutto portava al male. Ogni canzone parla di un tipo di male, che sia solitudine, violenza, ma soprattutto abbiamo messo a fuoco il concetto del rimosso. Lo possiamo vedere ovunque, fino a qualche tempo fa nella musica si tendeva ad allontanarlo, il pop giustamente serve a staccarsi dal brutto, mentre noi facciamo entrare. Siamo davvero sicuri che escluderlo dall'estetica della società contemporanea non porti a farlo crescere? Il male è la non consapevolezza di non averlo dentro, bisogna che ci rendiamo conto che facciamo anche un po’ schifo”.
Avete coinvolto Enzo Serra, lo storico illustratore de “Il Male”, la rivista satirica nata tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta. Oggi la satira è molto osteggiata: anche in Italia l’ironia non è gradita…
"Non abbiamo subito pensato alla rivista, noi non eravamo neanche nati, non abbiamo vissuto quel periodo in diretta. Ma a posteriori, mentre registravamo, ci siamo resi conto che c’entrava eccome. L’ironia deve essere sempre accompagnata dall’autoironia, come anche la satira. Penso alla storica copertina del Male con Ugo Tognazzi capo delle Br. Oggi si prende tutto molto sul serio, è giusto, ma bisogna prendersi anche un po’ in giro perché altrimenti diventa tutto molto pesante. Auspichiamo una grande ritorno all’autoironia. In fondo, il nostro ruolo è sempre stato quello”.
Il vostro è un disco molto diretto, crudo.
""La speranza è una trappola, diceva Monicelli. A differenza del passato, in questo momento c'è la percezione di come tutti i paletti - etici e morali - siano caduti. Abbiamo vissuto 80 anni di pace nei nostri confini e ci siamo illusi che fosse la normalità, c'è un'aria strana che nessuno di noi ha mai respirato prima. Un album non è che la cartina tornasole di quello che si assorbe”.
Nelle note avete sottolineato di aver registrato il disco senza campioni o autotune. A che punto è, secondo voi, la musica italiana? L’indie, o alternative, ha ancora spazio?
"Il nostro è un caso molto fortunato, abbiamo iniziato alla fine dei Novanta ma non ne facciamo parte, siamo esplosi dal 2009. In tutti questi anni ci siamo cresciuti un pubblico fedelissimo, un po’ come i Nomadi. Il problema è che chi intende fare musica di rottura non ha più a disposizione spazi: mancano luoghi di aggregazione, quelli che ci permettevano di fare 100 concerti all’anno. Luoghi in cui si andava a sentire musica, senza preconcetti o aspettive. Oggi ci sono internet e la tv e ci rendiamo conto quanto sia assurdo spiegare ai giovani che noi facciamo più numeri di altri colleghi molto famosi perché è diventato tutto un gioco di visibilità social. Sulla nuova scena, soprattutto quella autorale, non siamo molto ferrati, però ci arrivano anche cose che ci piacciono, non solo rock, ci piace sentire chi fa musica perché non può fare altro. Il problema è quello che succede dopo, quando arrivano i soldi. Ci chiediamo come possa farcela qualcuno che ha 20 anni. I talent non sono il male, il male è che ci sono solo quelli”.
In “Meglio di niente” c’è il racconto di una storia finita lontanissima dalle narrazioni dei brani in classifica. E lei, Appino, dice di averla sognata: è vero?
“Sì, stavo sognando che in uno studio tv stavano suonando quella canzone. Mi ha svegliato il gatto, mi sono precipitato alla chitarra, me la sono ricordata e mi sono venute a pioggia anche le parole. Tutte la vita mi sono devastato col racconto di Yesterday, che McCartney sognò. Non è ovviamente la stessa cosa, ci mancherebbe, ma era la sintesi una lunga relazione. E quando siamo andati ospiti da Massini ho rivissuto quel sogno: noi che la cantiamo in uno studio televisivo...”.
Secondo lei, in cosa sono cambiati gli Zen in questi ultimi anni? E’ più difficile oggi di prima?
"Forse è più facile, ci siamo storicizzati, viviamo serenamente le nostre scelte. Sicuramente negli ultimi tempi siamo cambiati, c’è un ritorno all’urgenza: gli ultimi lavori erano molto esistenzialisti, leggevo recensioni in cui si parlava di maturazione e io dicevo “speriamo di no”. Siamo molto più simili a quando avevamo vent’anni, ci girano le palle per come va il mondo, come se ci fosse di nuovo bisogno di quegli Zen lì. Bisogna essere cattivi ogni tanto, dei Peter Pan stile combat”.
A Sanremo siete già stati. Pensate di tornare?
“La possibilità la prevediamo sempre. Ci sentiamo divertiti talmente tanto, per noi era come andare in campeggio insieme. Abbiamo aperto una fase nuova. Con la canzone giusta sarebbe bello. Non bisogna andare troppo spesso, ma è pur sempre la festa della canzone italiana, e gli Zen fanno musica italiana”.