Il termometro della “primina”, pochi imboscati in un teatro imbottito di postadolescenti dall’aria compita e un po’ sbalordita del fasto della ben lustrata Scala, ha detto bene. Facendo da premessa ottimistica all’esordio ufficiale, questa sera del Don Carlo di Giuseppe Verdi, apertura solenne della stagione 2023/24. Come oramai tradizione l’opera andrà in diretta televisiva su Rai1 HD canale 501 e RaiPlay dalle 17.45 (in 4K, regia di Arnalda Canali, a cura di Rai Cultura) e in diretta audio a cura di Gaia Varon e Oreste Bossini su Radio3.
La pre-inagurazione Under 30 di domenica, una sorta di altra prova generale col pubblico per gli artisti – tant’è che l’indomani la direzione scaligera, prendendo atto delle imperfette condizioni fisiche di Ain Anger (Grande inquisitore), ha passato la parte a Jongmin Park, già in locandina come Frate, che quindi le canterà entrambe – ha testimoniato la preparazione dello spettacolo. E la concentrazione dell’orchestra e del coro di Alberto Malazzi, primattore tra i protagonisti vocali della locandina. Testando l’intesa tra le diverse componenti dell’imponente macchina musical-teatrale che riporta il capolavoro di Verdi nella serata più glamour e vista di stagione (per Boris Godunov, l’anno scorso, i telespettatori della diretta furono un milione e mezzo), e popolare nel mondo globale del melodramma.
Le premesse ci sono: Don Carlo sarà in diretta anche su ARTE, la piattaforma tematica MediciTv e nelle sale cinematografiche di Spagna, Svizzera, America Latina, Australia e Nuova Zelanda oltre al network di 15 sale italiane; in differita in Giappone. Un’altra porzione di pubblico sarà collegata attraverso i social: i più di 400mila follower su Facebook, i 50mila iscritti al canale YouTube, i 300mila all’account Twitter e il 360mila su Instagram, poi a scalare Pinterest e TikTok. Impossibile sfuggire al giudizio degli appassionati.
Dal vivo, con i ragazzi in sala, la maggioranza dei maschi in smoking d’ordinanza e in lungo, comunque in abito da sera, le femmine, tutto è filato come una prima vera. La nuova produzione riporta Don Carlo in prima serata stagionale dopo quindici anni (ma il titolo ha avuto cinque inaugurazioni in 55 anni). Anzi meglio. Gli applausi non erano a casaccio: distribuiti lungo il corso delle quattro ore di durata della serata, senza dubbi né strafalcioni. Al momento giusto, quasi a far capire che chi aveva cercato il biglietto, s’era preparato, leggendo il libretto e ascoltando preventivamente l’opera. E alla fine la valanga di battimani, quindici minuti fitti, che ha accolto le uscite dei singoli interpreti e la sfilata collettiva, aveva un’intensità e un calore che gli spettatori di questa sera potranno soltanto invidiare.
«Prima tra le prime al mondo», la definisce Francesco Meli, il protagonista che nei panni di Don Carlo, facendo riferimento al riscontro mediatico senza paragoni. Il tenore lo sa bene, visto che perfeziona il suo personale albo d’oro di Sant’Ambrogio alla Scala: sei inaugurazioni, quasi tutte con Riccardo Chailly sul podio. Tre volte e mezza con Verdi, Puccini e Mozart. Scaligero di lungo invecchiamento artistico è il basso Michele Pertusi, musicalmente parmigiano doc, che ha fatto di Filippo II uno dei suoi personaggi idiomatici ma che non era mai entrato nella prima locandina scaligera, come invece era accaduto dal baritono Luca Salsi (Rodrigo, conte/duca di Posa), suo concittadino e già partner in molte produzioni di opere di Verdi. I tre protagonisti maschili sono uniti dalla dedizione agli spartiti verdiani, dallo spirito fedele al testo d’autore e dall’appartenenza – attestata per ragioni anagrafiche dal ‘vecchio’ Pertusi, spiritualmente condivisa dagli altri – all’eletta schiera di «allievi» di Carlo Bergonzi, il grande tenore di Busseto di cui nel prossimo anno ricorre il decennale della morte (e centenario della nascita). Esordio in prima fila scaligera anche per il mezzosoprano lettone El?na Garan?a (Eboli).
Oramai di casa nel 7 dicembre milanese, e in altre importanti inaugurazioni italiane (in giugno era la star dell’Aida del centenario all’Arena di Verona), e disinvolta come soltanto le dive autentiche sanno esserlo nelle serate che contano, è Anna Netrebko (Elisabetta). Cittadina viennese, nata russa ma naturalizzata austriaca, abile nel tenersi fuori da scomode attribuzioni di simpatie politiche – diversamente dal maestro Valery Gergiev che la lanciò – il soprano ha stabilito un rapporto di grande fiducia con Chailly: c’è anche il sontuoso recital discografico «Amata dalle tenebre» registrato nella Scala pandemicamente blindata del 2021 a confermarlo. E ha già in tasca il contratto per il 7 dicembre 2024. Sarà Leonora nella Forza del destino, annunciato titolo inaugurativo.
Al grande confronto musicale è pronto il direttore musicale che nel 1968 e nel 1977 ebbe modo di seguire le prove di Claudio Abbado. Don Carlo proposto nella versione in quattro atti, ripensata dal compositore per la Scala nel 1884, completa il trittico di opere d’autore tratte da drammi di Friedrich Schiller: con I Masnadieri opera del battesimo operistico di Chailly alla Scala (1978) e Giovanna d’Arco, inaugurazione 2015, il suo primo Verdi con la coppia Netrebko/Meli. E compie un percorso drammatico musicale incentrato sul tema della solitudine del potere cadenzato da Macbeth (2021) e Boris Godunov (2022).
La nuova produzione riporta a Milano il regista spagnolo Lluís Pasqual, forte delle esperienze di teatro di parola al Teatre Lliure di Barcellona in tempi di resistenza al franchismo, negli anni con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro e quindi all’Odéon di Parigi. Ma anche attivo in ambito musicale e già a fianco di Chailly in altre produzioni d’opera, tra cui un vivace Falstaff al Comunale di Bologna. Di Don Carlo promette una «lettura shakespeariana che mostri il dietro le quinte del potere», sottolineando il condiviso anticlericalismo di Verdi. Il taglio scenico sarà rispettoso ma non costretto dal contesto storico affinché i personaggi-cantanti, tenuti molto avanzati in palcoscenico, possano esprimere con verosimiglianza di gesti i loro sentimenti. Di grande impatto la scena quasi unica di Daniel Bianco: una grande torre-colonna di alabastro, inquietamente lattiginosa e trasparente. Si apre e chiude svelando spazi duttili alle diverse situazioni del libretto: dallo studio di Filippo al chiostro del convento, al monumentale quadro dell’Autodafè rappresentato senza le consuete sfilate da grand-opéra. Delimitata ai lati da ferrigne e alte cancellate, la visione scenica riassume il peso carcerario e implacabile del potere temporale e religioso della Spagna di allora. Cui conferiranno ariosità elegante e nobile i riferimenti alla grande pittura del Siglo de oro, come i ritratti di Velásquez e Zubarán, resi preziosi abiti di scena da Franca Squarciapino.