Un romanzo che è storia della letteratura, un film che è storia del cinema e una serie tv che da oggi appartiene al mondo, i famosi 190 paesi di Netflix. Il gattopardismo, parola che nasce dal successo immenso del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, d’altronde è proprio questo: adattarsi a una nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe (Treccani docet). Il celebre mantra pronunciato dal nipote Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, è perfetto per una materia che 67 anni dopo la pubblicazione del romanzo e 62 dopo il film si fa serialità. Conservando il suo potenziale simbolico attraverso le epoche e le sue trasformazioni.
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Dal romanzo al film alla serie tv
Il Gattopardo, miniserie in sei puntate diretta dal regista inglese Tom Shankland (insieme a Giuseppe Capotondi e Laura Luchetti), arriva oggi sulla piattaforma e il confronto, per quanto impossibile, è inevitabile. Abbiamo scelto di ricostruire, in dieci passi, il grande lavoro che ci fu allora dietro il film di Visconti e oggi dietro la serie, a partire da un romanzo che rischiò seriamente di non essere pubblicato. L’autore, un aristocratico siciliano che si ispirò alla figura di suo bisnonno per tratteggiare quella del Principe di Salina, lavorò al romanzo fra il 1954 e il 1957, fino ai suoi ultimi giorni di vita (morì il 23 luglio del ‘57 per un tumore ai polmoni). Il libro dopo essere stato rifiutato da numerosi editori, fu pubblicato postumo grazie all’interessamento dello scrittore Giorgio Bassani presso Feltrinelli nel 1958 (l’anno successivo vinse il Premio Strega). Il suo autore non vide nè premio nè pubblicazione nè tanto meno il film di Luchino Visconti, che ebbe la prima al Cinema Barberini di Roma il 27 marzo 1963, Palma d’oro a Cannes due mesi dopo.
La produzione, le riprese, la bancarotta della Titanus, il tax credit
Il produttore Goffredo Lombardo, patron della Titanus, acquistò i diritti del romanzo nel novembre 1958, quando Il Gattopardo stava riscuotendo un grande successo editoriale. Il progetto arrivò nelle mani di Visconti nel 1960, il regista - reduce dal successo di Rocco e i suoi fratelli – si innamorò del romanzo e fu colpito da un documentario di Ugo Gregoretti, La Sicilia del Gattopardo (1960), girato nei luoghi della storia. L’ossessione di Visconti per il dettaglio, la sua meticolosità fecero lievitare il costo di produzione del film che arrivò a costare tre miliardi di lire. Nonostante la critica estremamente positiva, i premi (oltre alla Palma d'oro a Cannes anche tre Nastri d'argento e il David al produttore Lombardo) e il successo di pubblico clamoroso - fu il primo film in assoluto nella stagione '62/'63 con un incasso di 774 milioni di lire - Il Gattopardo fu la causa (insieme a Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini) della debacle della casa di produzione Titanus. "Con questi due film perdemmo a quell'epoca più di cinque miliardi - racconta Lombardo ne L'avventurosa storia del cinema italiano - ma io non rimpiango di aver fatto nessuno di questi due film. E Il Gattopardo lo adoro".
Per la serie tv – il titolo italiano più atteso dell’anno sulla piattaforma annunciato in collegamento mondiale a fine gennaio dalla responsabile dei contenuti a livello globale Bela Bajaria – ci sono stati: 105 giorni di riprese, 840 ore di girato, 5.000 comparse, 130 tra carrozze, carretti e barche, un centinaio di animali tra cavalli, muli, asini, animali da fattoria con ben dodici addestratori. Il budget per la serie stanziato da Netflix è stato poco più di 40 milioni di euro, un grosso aiuto è arrivato dal tax credit. Per il quale, all’anteprima al Teatro dell’Opera di Roma, la vicepresidente per i contenuti italiani della piattaforma Tinny Andreatta, non ha dimenticato di ringraziare.
I registi: Visconti e Shankland
"Il tema centrale del Gattopardo non mi ha interessato soltanto sotto la critica spietata al trasformismo che pesa come una cappa di piombo sul nostro paese e che gli ha impedito di cambiare davvero fino ad oggi – diceva Visconti nel 1963 – ma sotto l’aspetto più universale, e purtroppo attualissimo, di piegare la spinta del mondo verso il nuovo alle regole del vecchio, facendo ambiguamente e ipocritamente sovraneggiare quelle da queste”. Visconti, che veniva da una famiglia aristocratica lombarda, riuscì nonostante o forse grazie alle sue idee politiche marxiste a comprendere i tormenti del Principe e anche quelli di Tancredi.
Parole che più di sessant’anni dopo in qualche modo echeggiano in quelle del regista inglese della serie, innamorato del romanzo che era il preferito di suo padre, professore di letteratura italiana a Durham. “Quando l’ho letto per la prima volta durante un viaggio on the road in Sicilia, l’effetto su di me è stato ipnotico – ha raccontato – Certo, ero coinvolto nella lotta del Principe per affrontare l’ondata del Risorgimento che travolgeva la sua vita, ma allo stesso tempo non ho mai sentito di leggere qualcosa che parlasse esclusivamente del passato. Le parole misteriose di Tancredi, secondo cui tutto deve cambiare affinché nulla cambi, erano centrali nella nostra visione. Il Principe ama la sua vita – la sua famiglia, le sue tradizioni, il suo status – e allo stesso tempo sente che tutto gli sta sfuggendo di mano”.
Angelica e Tancredi, Cardinale e Delon, Cassel e Nanni
Al centro della storia d’amore tra Angelica e Tancredi, di quel contratto matrimoniale – come lo definiva Visconti – “la bellezza di Angelica data in pasto alla voracità di Tancredi” c’è una coppia di interpreti. Nel film erano Claudia Cardinale e Alain Delon, nella serie Deva Cassel e Saul Nanni. Cardinale aveva 25 anni, la figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel, 20; la star del cinema francese 28 mentre l’attore di Brado e Supersex 26. Nei racconti di Claudia Cardinale: “Visconti voleva assolutamente che ci mettessimo insieme, mi diceva ‘Claudia quando lo baci, voglio vedere la lingua’. Ma non l'abbiamo mai fatto, siamo rimasti sempre amici". Il set invece è stato galeotto per la nuova coppia, l’incontro in abiti principeschi, lei gli ha chiesto di bere qualcosa per approfondire la conoscenza, gli oltre tre mesi di riprese hanno fatto il resto. Per un po’ hanno tenuto riservata la loro storia d’amore poi ad un certo punto sono capitolati: “It’s true”.
Deva il film l’aveva visto tanti anni fa e ha scelto di non riguardarlo, Saul ha letto e visto tutto ma non ha paura del confronto con Delon. Se il pubblico finirà per farlo deve ricordare un fatto: le interpretazioni del ‘63 erano sostenute dal lavoro di due doppiatori perché non solo Delon aveva la voce di Carlo Sabatini, ma anche Cardinale era doppiata da Solvejg D'Assunta.
Concetta tra Lucilla Morlacchi e Benedetta Porcaroli
Tra i personaggi che hanno avuto la trasformazione maggiore dal grande schermo alla serie, c’è sicuramente la figlia del Principe di Salina, Concetta. Il pubblico della tv la incontra chiusa in convento a Palermo dove il padre viene a portarsela a casa per paura dei moti che sconvolgono la città. È la figlia prediletta di Don Fabrizio, ma quando il padre scopre che è innamorata di suo cugino Tancredi ha un brivido: “Improvvisamente mi sento decrepito” dice alla moglie.
Nel film di Visconti era interpretata da Lucilla Morlacchi, imbruttita, nella serie è una delle attrici più promettenti della sua generazione Benedetta Porcaroli, 26 anni, che infonde alla sua Concetta una forza di rivalsa che non c’era nè nel film nè nel romanzo. “Nel romanzo il personaggio di Concetta non ha davvero uno sviluppo, poggiandomi sulle sceneggiature ho lavorato per trovarne le sfumature – ha detto l’attrice – Quello che mi è piaciuto è immaginare che lei si porti dentro una rivoluzione per quell'epoca che fa da contraltare alla figura maschile di questo papà, l'unica che si contrappone e che cerca di instaurare un dialogo con lui. Per poterlo amare ha bisogno di ucciderlo in qualche modo”.
Don Fabrizio, tra Burt Lancaster e Kim Rossi Stuart
La scelta di Burt Lancaster per il ruolo del principe di Salina fu la soluzione che venne trovata per un problema di budget. Il preventivo di spesa, poi ampiamente superato, non consentiva di impostare una coproduzione con la sola Francia, come era avvenuto per Rocco. Era necessario reperire fondi americani, fu lo stesso produttore Lombardo a pensare a Burt Lancaster. Che in un primo momento non incontrò il favore del regista che gli avrebbe preferito Laurence Olivier, alla fine però Visconti fu felice della scelta della star hollywoodiana.
"Quando ho letto la sceneggiatura mi sono subito scontrato con quest'immagine di don Fabrizio, un uomo alto quasi due metri, pesante, forte, io invece mi percepisco fragile, insicuro – ha detto Kim Rossi Stuart, don Fabrizio nella serie – Ho pensato si trattasse di un triplo salto mortale. Poi ho letto il libro per la prima volta e mi sono avvicinato al mondo intellettuale del principe di Salina. Sono andato prima sul pratico e ho chiesto a Tom il regista se mi dovessi ingrossare un po’, mettere muscoli o ciccia. Poi abbiamo lavorato sulla voce, e ho trovato un tono profondo che un pò mi è rimasto. C'era qualcosa in questo personaggio, in quello che lui vive, che mi ha emotivamente trascinato”.
Le location: tra Roma e la Sicilia, trasfigurata
Il film di Visconti venne girato totalmente in Sicilia, ad eccezione delle scene dell’interno del palazzo di Donnafugata, che furono ricostruite nelle sale di palazzo Chigi a Roma. Per gli esterni della villeggiatura della famiglia di Don Fabrizio si scelse il paesino di Ciminna, nel palermitano. “Il paese era stato scelto perché la sua piazza, con la chiesa in fondo, corrispondeva “quasi” in tutto a quella dell’immaginaria Donnafugata – raccontava lo scenografo Mario Garbuglia – quel “quasi” sta per l’assenza di un piccolo particolare: mancava infatti il palazzo del principe di Salina. E il palazzo l’abbiamo fatto noi”. Visconti era un perfezionista al limite della maniacalità: pretese che i fiori visti nel film arrivassero in aereo quotidianamente da San Remo, e che le decine e decine di comparse impiegate nella scena del ballo indossassero guanti immacolati. Il caldo costringeva gli uomini inguantati a bagni di sudore che rendevano i guanti leggermente ombrati. La macchina da presa di certo non lo avrebbe registrato ma Visconti non poteva sopportarlo. Pretese che si impiantasse vicino a Palazzo Giangi – dove si girava la sequenza del ballo – una lavanderia con cinquanta lavoranti.
I fiori sono importanti anche nella serie Netflix. “Essendo il Principe di Salina un appassionato botanico e dato che entrambe le proprietà dei Salina presentavano giardini lussureggianti, abbiamo voluto portare l’elemento floreale anche negli interni dandogli una funzione davvero centrale – ha spiegato l’arredatrice Roberta Troncarelli – Per questo li ho voluti curare personalmente, partendo sempre da riferimenti pittorici dell’epoca”. Anche la serie è stata girata tra la Sicilia e Roma. “Palazzo Comitini ha ospitato le tantissime scene di colazioni e pranzi della famiglia a Villa Salina. Villa Parisi la famosa scena della cena con la famiglia Sedara nel Palazzo di Donnafugata – ha spiegato lo scenografo Dimitri Capuani – Per il viaggio che la famiglia Salina compiva ogni anno verso il paese montano immaginario di Donnafugata per sfuggire al caldo torrido di Palermo ho insistito perché questa scena venisse girata nei Calanchi di Cannizzola. E così è stato, è un momento di grande sospensione dove il territorio ha un aspetto lunare e incontaminato. Il paesino di Donnafugata è stato girato nella piazza di Ortigia che è stata completamente stravolta dagli interventi scenografici per farla apparire come un piccolo borgo rurale dell’Ottocento”.
I costumi e quel vestito bianco di Angelica
Piero Tosi, uno dei più grandi collaboratori di Visconti, aveva iniziato il lavoro di documentazione fin dall’inverno del 1961 per prepararsi al compito e a tradire il romanzo. “Il tormentone fu l’abito di Claudia Cardinale. Nel romanzo, Tomasi la veste di rosa, con i guanti lunghi. Tutto sbagliato per quel che riguarda la storia del costume – racconta il costumista in Piero Tosi. Costumi e scenografie – Senza sapere chi l’avrebbe indossato, curai in modo particolare quell’abito, campionando stoffe, torturando la sartoria e Tirelli perché quel bianco lo volevo di un certo tipo, un bianco per un abito borghese non troppo elegante. Lo feci di étamine bianco grezzo, con un’applicazione di un soutache a disegno geometrico, guarnizione tipica del Secondo Impero”. È l’abito splendente che abbiamo tutti in mente.
Il Gattopardo, la serie tv con Kim Rossi Stuart e Deva Cassel - L'arrivo di Angelica
Per la serie la sfida è passata a Carlo Poggioli. “Ho avuto la fortuna di conoscere bene Piero, fin dall'inizio della mia carriera, e di essergli stato accanto, come assistente e come amico, fino alla sua scomparsa, nel 2019 – ha detto il costumista – gli ho chiesto centinaia di volte di raccontarmi la sua esperienza durante la preparazione e poi sul set, la ricerca dei tessuti, come era riuscito a realizzare tutti quei costumi, le scarpe, gli accessori, i gioielli, in tempi in cui le sartorie e i laboratori erano pochi e il personale si contava sulla punta delle dita. Quei costumi splendidi, purtroppo, sono stati quasi tutti perduti o rovinati e ne esistono ormai solo pochi esemplari”. Poggioli si è avvalso della consulenza del professore Raffaello Piraino, il più grande esperto di storia del costume siciliano in Italia e il risultato sono abiti che entreranno nella storia del costume.
Trucco e parrucco e quella tinta di Claudia Cardinale
Nella ricostruzione dell’epoca importante anche il reparto di trucco e parrucco. Per la serie sono stati impiegati: cento parrucche per gli attori e attrici protagonisti con circa sei cambi di acconciature, ottocento parrucche per le comparse e quattrocento tra code, trecce e torchon. Trecento barbe sono state eseguite a mano con crespo per gli attori protagonisti, quattrocento barbe e centocinquanta baffi per le comparse. Del lavoro sulle acconciature del film di Visconti non ci sono molte notizie ma abbiamo un aneddoto che ci raccontò anni fa Claudia Cardinale che nei mesi della lavorazione dovette fare la spola tra la Sicilia e Roma per girare contemporaneamente con Visconti e Fellini. Era in 8 e ½ di Fellini. "I due erano furiosi, poi divennero amici, ma allora non erano affatto contenti, uno mi voleva bionda e l'altra mora, facevo la tinta una volta la settimana” ha raccontato.
La musica e quel valzer indimenticabile
Per la colonna sonora della serie tv è stato ingaggiato il compositore siciliano Paolo Buonvino che dell’esperienza dice: “Il Gattopardo è il racconto di quel momento preciso in cui ci rendiamo conto che il mondo intorno a noi sta cambiando: ci sentiamo smarriti, spettatori di una trasformazione inarrestabile, eppure, al tempo stesso, ne siamo parte attiva, artefici di un nuovo equilibrio. Ho cercato di dar voce al respiro dell’Isola, alla sua anima stratificata nel tempo, intrecciando gli echi della grande musica dell’epoca con il battito profondo della sua cultura popolare, nella speranza di creare e dare vita ad un linguaggio senza tempo”.
Il gattopardo, il romanzo diventa una serie tv con Kim Rossi Stuart
Per la colonna sonora Visconti si era invece rivolto a Nino Rota per una sinfonia originale che contenesse i temi principali del film. Il compositore fece sentire al regista una serie di musiche che diventarono la musica del Gattopardo. Anche i ballabili (mazurka, controdanza, polka, quadriglia, galop, valzer del commiato), suonati dall’orchestrina durante la festa a palazzo Ponteleone – una sequenza della durata di ben tre quarti d’ora – furono scritti da Rota prima dell’inizio della lavorazione del film. Ma è soprattutto una musica che è rimasta nelle orecchie di tanti spettatori. Si tratta del Valzer Brillante di Verdi, trascritto per orchestra da Rota, in cui Angelica balla insieme al Principe Don Fabrizio. La celebre sequenza del ballo fu girata di notte, a Palazzo Giangi a Palermo, con un escamotage di illuminazione che Luchino Visconti elaborò con il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno, centinaia di candele e poca illuminazione artificiale. Se volete rivederla trovate il capolavoro di Visconti su RaiPlay.