Basket, stelle sbiadite e futuro incerto. E' l'Italia delle occasioni mancate
di WALTER FUOCHI
Gli azzurri al termine della sfida con la Croazia (lapresse)
Ancora una volta gli azzurri si sono sciolti davanti alla partita decisiva. Da Gallinari e Datome passando per Belinelli e Bargnani, nel momento chiave la luce si è spenta. E non è chiaro se si ripartirà da Messina
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TORINO - La Nazionale che non sa più vincere, che fa ruminare oramai in troppi indomani, nostri spossati giorni della marmotta, le analisi meste di ciò che non fu, ripete se stessa una volta di più. E poiché cade nelle condizioni migliori, nel torneo preolimpico fatto in casa, coi venti a favore di una meravigliosa folla tutta azzurrovestita, la botta è ancor più dolorosa. C'è ormai da anni, nei tornei dell'Italia, una partita decisiva che non s'addenta, che finisce male per un tanto o per un nulla, che rimanda a casa delusi e piangenti. Stavolta è stata la Croazia, niente rubando, a soffiare sul castello di carte che pure, ai governi, del basket e a quello vero, era costato due milioni e mezzo, per avere tutto qui, le Olimpiadi a portata di mano. L'Italia l'aveva anzi ripresa per i capelli, con quell'ultimo guizzo di Melli, quando ormai parevano padroni dei giochi quegli altri, sul +8 a meno di 5', o se preferite 38 minuti avanti dei 45' srotolati (l'Italia 3'37"). Il verdetto è stato almeno limpido, una sentenza severa quanto chiara, un'esecuzione impietosa. Giocando sempre peggio dei croati, od osservando i loro big fare quello che ai nostri non riusciva, ci è fatta una ragione, azione dopo azione, del perché sulla scaletta per Rio stessero salendo loro e no noi.
Datome: "La Croazia ha meritato"
Non si torna all'anno zero, ha osservato qualcuno, una base c'è, d'età media ancora ripresentabile, ma l'ostinazione a replicare copioni risaputi rende meno ottimisti. Quest'Italia non è forse così bella come la disegniamo prima che inizino i giochi. I suoi fenomeni, almeno, non sono vincenti quanto noi li vorremmo. Bravi ne hanno anche gli altri. E alla fine li impongono. In un torneo ridotto a una sola partita vera, quella persa, perché l'altra coi croati non ne eliminava nessuna, non ha dominato Danilo Gallinari, stella da albero di Natale un po' accesa un po' spenta e, all'oggi, meno ricco di trofei in carriera di suo babbo Vittorio, gregarione della bella Olimpia che fu. Non ha svettato mai Gigi Datome, che era stanco certo, per la stagione lunga e felice in Turchia, ma quelli stanchi, nei pensierini del giorno dopo dei critici del risultato, sono sempre quelli che perdono, e quelli che vincono, reduci da stagioni identiche, sono riposati.
Non ha incantato, anzi vistosamente sbandato fino agli ultimi gol divorati di sabato sera, Ale Gentile, che adesso ritroverà nello spogliatoio di Milano, se ci resterà (ma chi lo prende? erano i sarcasmi e i malumori generali), il Simon che gli ha sfilato Rio sotto il naso. Non ha risolto, alla fine, Belinelli, pagando i suoi balli in maschera con limitate visuali, forzando tiri quando, nell'ultima partita dei quintetti decimati dai falli, s'è sentito l'unico abilitato a vincerla. Non ha ribaltato il suo mesto declino Bargnani, da prima scelta Nba a ingombrante giocatore di futuro incerto. Non hanno girato la freccia dell'inerzia Hackett e Melli, che pure sono stati gli azzurri più efficaci, guarda caso i due che nella stagione avevano vinto, scudetti in Grecia e in Germania, e qualcosa vorrà pur dire, piuttosto che disputare annate come a Denver e Sacramento dove vittorie o sconfitte non aprono notti molto diverse, in quella Nba di seconda fila dove non ci si forgia, evidentemente, per le mattanze senza domani affrontate poi con Azzurra.
Una foto pubblicata da Marco Belinelli (@mbeli3) in data:
Messina, infine. Chiamato per vincere, neppure lui aveva nello zaino il bastone da maresciallo e di certo portava un identikit professionale da allenatore di profondità, e non di gestione per meno di un mese. Tutto si rimedia, ovvio, cursus honorum e qualità del ct restano enormi, ma intanto è stato già immediato chiedere fin dalla notte delle amarezze, al Cincinnato inutile alla patria, se ci saranno o no altre campagne. La risposta è stato aperta ("onorato della proposta della federazione"), il tempo richiesto plausibile ("rifletteremo per qualche settimana"), gli intralci procurati da un altro stipendio in fondo noti ("dovremo sapere anche cosa intendono fare di questa partita gli Spurs"). Insomma, porte aperte, ma poi, esplorando bene, porte aperte anche dietro le spalle, non essendo da escludere neppure un'uscita. Del doman non v'è certezza, ma proprio nessuna, dell'oggi quella di rimanere intruppati fra i tanti, e fra i meno bravi, come ormai va da dodici anni, l'ultimo argento di Atene 2004, ad accarezzare solo grandezze presunte.