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Il fascino della Premier, i soldi dell’Arabia: così il mercato schiaccia la Serie A

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Un anno fa Mahrez, Firmino o Fabinho avrebbero scelto l’Italia, oggi preferiscono i soldi veri piuttosto che accettare i nostri pagherò. Ma molti club inglesi sono in mano ai sauditi: un conflitto su cui servirebbero interventi normativi. O magari, invitare due società di Riad nella nostra Champions
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Anche se alla fine le tre coppe sono state solo sfiorate, la primavera europea dei nostri club è stata la migliore dell’era moderna: tutte e sette le squadre italiane hanno partecipato alla fase a eliminazione diretta, sei sono arrivate ai quarti, cinque in semifinale, tre in finale. Abbiamo chiuso la stagione al secondo posto nella classifica Uefa a pochi spiccioli dall’Inghilterra: sarebbe bastato vincere una delle due finali contro le formazioni di Premier (l’Inter col City o la Fiorentina col West Ham) per aggiudicarsi la tappa 2022/23 e azzerare o quasi il gap da Germania e Spagna. Per spiegare risultati sinceramente inattesi sono state citate molte concause, e ciascuna di loro contiene uno spicchio di verità: la stagione resa anomala dalla lunga pausa mondiale, i sorteggi mai sfortunati, la capacità di sopravvivere facendo quello che è necessario in un determinato momento, che fosse difendersi oppure attaccare. Provando a volare più in alto, oltre le contingenze stagionali,…

Anche se alla fine le tre coppe sono state solo sfiorate, la primavera europea dei nostri club è stata la migliore dell’era moderna: tutte e sette le squadre italiane hanno partecipato alla fase a eliminazione diretta, sei sono arrivate ai quarti, cinque in semifinale, tre in finale. Abbiamo chiuso la stagione al secondo posto nella classifica Uefa a pochi spiccioli dall’Inghilterra: sarebbe bastato vincere una delle due finali contro le formazioni di Premier (l’Inter col City o la Fiorentina col West Ham) per aggiudicarsi la tappa 2022/23 e azzerare o quasi il gap da Germania e Spagna. Per spiegare risultati sinceramente inattesi sono state citate molte concause, e ciascuna di loro contiene uno spicchio di verità: la stagione resa anomala dalla lunga pausa mondiale, i sorteggi mai sfortunati, la capacità di sopravvivere facendo quello che è necessario in un determinato momento, che fosse difendersi oppure attaccare. Provando a volare più in alto, oltre le contingenze stagionali, la primavera 2023 ha segnato una piccola epifania del modello tecnico-economico della Serie A contemporanea: un campionato di formazione per giovani talenti da sviluppare e vendere, e un’onorevole retrovia per i campioni invecchiati e per quella massa di giocatori buoni se non ottimi che le grandi d’Europa devono dismettere per fare spazio alle nuove star.

Serie A, campionato di formazione e di retrovia

L’Inter di Istanbul era la fotografia perfetta di questo discorso, composta da prede (Onana, Lautaro, Barella, Bastoni) e cacciagione (Dzeko, Lukaku, Darmian, Mkhitaryan, tutti reduci dal campionato inglese). Ma il mix funziona anche altrove, se è vero che il Napoli ha svelato Kvaratskhelia e ha riciclato Anguissa, il Milan si fa invidiare per Leao in un senso e per Giroud nell’altro, la Roma riceve tantissimo da due avanzi di Premier come Smalling e Matic, perfino la Juve - che pure si aspettava molto di più - ha ottenuto le perle di stagione da Di Maria. Ecco, mentre il traffico in senso ascensionale continua - sono partiti Onana e Tonali, Hojlund li ha seguiti col botto - quello in direzione opposta si è quasi interrotto per l’entrata in scena dell’Arabia Saudita, che ha deviato verso i suoi club il flusso di qualità scartata dalla Premier. Fino all’anno scorso almeno alcuni tra Koulibaly e Kante, tra Mahrez, Fabinho e Firmino sarebbero verosimilmente approdati da noi, con i club inglesi costretti ad accettare una salva di cambiali - le formule di pagamento moderne sono più sofisticate, ma il senso resta quello - per salvare almeno parte dei loro investimenti. Beh, qui sì che è finita la pacchia. I sauditi pagano soldi veri, e sono tanti, maledetti e subito. Gli inglesi non ci pensano un attimo a privilegiare l’Al-Hilal della situazione, sarebbero folli a non intascare un assegno molto più ricco e immediato dei nostri “pagherò” postdatati (il prestito con obbligo quello è). Si poteva sperare nel resiliente prestigio della Serie A agli occhi dei giocatori, e il Milan in questo senso qualche bel risultato l’ha portato a casa: ma la maggior parte di loro è più sensibile al denaro, e dargli torto è un facile esercizio da divano. Ne consegue che in questa prima estate di shopping saudita, la lega più colpita è proprio la nostra.

Italia schiacciata tra Premier e Arabia Saudita

Il problema, che presto riguarderà tutti, è che si rischia di restare schiacciati fra due potenze che agiscono in modo coordinato: la Premier da una parte e i sauditi dall’altra. La Premier non è soltanto il campionato più ricco del mondo: lo siamo stati a lungo anche noi, salvo perdere quel primato per scarsa lungimiranza, ma all’epoca (anni 80-90) le proprietà erano tutte italiane. La Premier odierna, al contrario, per buona parte è in mano araba: il Manchester City è di Abu Dhabi, il Newcastle è dei sauditi, lo stesso Manchester United è in procinto di passare in mani qatariote, il fondo americano che ha acquistato il Chelsea ha solidi legami con Riad. In molti casi (e saranno sempre di più) questo significa poter giocare di sponda con club affiliati che non hanno regole di fair play finanziario cui ottemperare. Il caso di Allan Saint-Maximin, l’attaccante francese che il Newcastle ha ceduto in queste ore all’Al-Ahly, è destinato a fare scuola perché il fondo sovrano saudita Pif ha il controllo di entrambi i club, ma soltanto il Newcastle deve rispettare le regole suddette. Detto che il prezzo pattuito di 35 milioni è elevato ma non folle, niente impedirebbe all’Al-Ahly di pagarlo 200 milioni, sistemando alla grande i conti del Newcastle.

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Fifa e Uefa, servono regole uguali per tutti

Su questo tema l’Uefa dovrebbe intervenire con decisione, invitando la Fifa come minimo a estendere al campionato saudita qualche forma di fair play finanziario, e questo tenendo presente le enormi differenze normative, oltre che economiche, in ballo. Il fondo Pif, per esempio, possiede i quattro club principali della Saudi Pro League: se già armonizzarle in una competizione dev’essere complicato, figurarsi legarle a un sistema di mercato codificato. Se però si permette alla Premier di aumentare il suo strapotere economico, consentendole uno “scarico” privilegiato e ricchissimo per le sue eccedenze tecniche, il calcio europeo rischia di finire come quello sudamericano: una colonia. E i recenti tentennamenti del presidente Ceferin sul tema delle multiproprietà non vanno nella giusta direzione. L’opzione estrema per tenere tutto assieme è l’ammissione di un paio di club sauditi alla Champions europea, con relativi obblighi di bilancio per l’intero movimento. Ma chissà che Infantino non ci stia già pensando su scala mondiale: vuoi lasciar fuori Messi dalla competizione dei migliori? Le guerre del football sono appena iniziate.

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