I giovani, la tattica e il tocco magico ritrovato: così Mancini ha cambiato l'Italia
di Enrico Currò , di Enrico CurròFIRENZE - Il laboratorio di Coverciano ha riaperto. Della prima versione della Nazionale del Mancini bis, capace di spaventare la Germania di Flick schierando 10 nuovi titolari rispetto all'Europeo e aprendo le porte del debutto a 6 esordienti di cui uno (Gnonto) di soli 18 anni scovato dal ct con la nota capacità di fiutare il talento, va annotata anche l'elasticità tattica: una risorsa preziosissima e per lo più ignota ad altre scuole calcistiche più ingessate, che può ridurre l'oggettivo divario tecnico attuale rispetto alle altre grandi Nazionali storiche, che andranno al Mondiale a contendersi la coppa, mentre gli azzurri resteranno a casa a studiare.
FIRENZE - Il laboratorio di Coverciano ha riaperto. Della prima versione della Nazionale del Mancini bis, capace di spaventare la Germania di Flick schierando 10 nuovi titolari rispetto all'Europeo e aprendo le porte del debutto a 6 esordienti di cui uno (Gnonto) di soli 18 anni scovato dal ct con la nota capacità di fiutare il talento, va annotata anche l'elasticità tattica: una risorsa preziosissima e per lo più ignota ad altre scuole calcistiche più ingessate, che può ridurre l'oggettivo divario tecnico attuale rispetto alle altre grandi Nazionali storiche, che andranno al Mondiale a contendersi la coppa, mentre gli azzurri resteranno a casa a studiare.
Nations League laboratorio perfetto
L'Italia del futuro ha cominciato il suo percorso in Nations League - il torneo che nel 2018-19 fu l'habitat ideale per la rivoluzione offensivista è ancora il luogo dell'alchimia - col proficuo ritorno ad alcuni canoni della tradizione italianista: poco palleggio, meno gioco orizzontale avvolgente, più verticalità, grande compattezza difensiva. Se ci si accontenta di una lettura superficiale della partita, bastano due parole: difesa e contropiede. Se invece ci si addentra in un'analisi più approfondita, si scopre che non si è trattato di abiura del sistema sublimato dalla vittoria all'Europeo ed entusiasticamente salutato anche all'estero come prototipo di un nuovo stile votato all'attacco. La Nazionale ha ritrovato l'elasticità tattica, dote prettamente italiana che si traduce in vantaggio su squadre più stereotipate e monocordi.
Una squadra camaleontica
Mancini l'ha sempre detto: non esiste un solo modo per vincere. Quanto più la nuova Italia saprà essere camaleontica e cambiare rapidamente pelle a seconda delle esigenze e dell'avversario, tanto più risulterà indecifrabile. Il ct non ha rinnegato se stesso. L'offensivismo spinto introiettato nel primo quadriennio, con notevole successo fino all'Europeo, non è stato accantonato, resta ormai nella memoria interna della Nazionale. Semplicemente il commissario tecnico, che nei suoi momenti migliori è uno stratega sofisticato, ha ripescato nella stessa memoria interna del calcio italiano alcuni canoni storici e li ha applicati ai giocatori più moderni di cui dispone, Tonali su tutti. Flick, che non se l'aspettava, ne è stato sorpreso. Ora si vedrà a settembre se si tornerà al sistema dell'Europeo, col verosimile ritorno dei palleggiatori Verratti e Jorginho a centrocampo. E anche nelle prossime tre partite della Nations contro Ungheria, Inghilterra e Germania si potranno verificare le intenzioni di Mancini. Intanto, però, la nuova coppia di interni Frattesi-Tonali, svelta e dedita a un pressing efficace, ha funzionato bene contro rivali assai più provvisti di esperienza internazionale, come Kimmich e Goretzka.
Spagna, Inghilterra e Svizzera i campanelli d'allarme
La trasformazione tattica della Nazionale è stata figlia anche della necessità ed è segno di utile umiltà. Senza i più tecnici del gruppo - Verratti, Jorginho, Insigne, Berardi - e i più veloci e potenti per gli strappi verso il fondo o in area - Chiesa, Spinazzola ancora in rodaggio, Barella tenuto in panchina a rifiatare - sarebbe stato suicida cercare il possesso palla contro la Germania, col rischio di ripetere il fresco tracollo sperimentato con l'Argentina, che a Londra ha costretto il trio Jorginho-Barella-Pessina al rimpiattino. Così Mancini ha plasmato un sistema diverso, modellandolo sui giocatori di cui dispone ora. L'Italia dell'Europeo si schierava col 4-3-3 di base, che in fase d'attacco, cioè per la maggior parte della partita data la volontà di monopolizzare il pallone, diventava 3-2-5: uno dei due terzini (di solito quello destro) bloccato accanto ai due centrali, doppio regista (Jorginho-Verratti) per i passaggi brevi e per eludere il pressing cambiando di volta in volta la fonte dell'azione, e cinque attaccanti in linea per sfruttare il sovrannumero e per recuperare palla a ridosso dell'area altrui: un esterno sul binario, l'interno incursore (Barella), il centravanti, l'altro esterno che si accentra a mezzala, un terzino che fa l'ala. Il presupposto era la fitta rete di passaggi rapidi, con duetti rasoterra e col centravanti (Immobile, per lo più refrattario a questo genere di giocata) chiamato alle triangolazioni strette. L'approdo era l'ingresso in area dalle più svariate posizioni, la controindicazione l'impossibilità di pungere davvero, se gli avversari riuscivano a palleggiare meglio o se si arroccavano troppo. Alla prima casistica appartengono la semifinale dell'Europeo con la Spagna, la finale con l'Inghilterra, la semifinale della scorsa Nations League ancora con la Spagna, la Finalissima con l'Argentina, in qualche momento perfino il duello con la Svizzera a Roma, campanello d'allarme un po' inascoltato.
Il ruolo chiave di Tonali
La seconda tipologia di partite include i pareggi con Bulgaria e Irlanda del nord e la fatale sconfitta di Palermo con la Macedonia del nord. A Bologna Mancini ha cambiato registro, varando il 4-1-4-1. I terzini Biraghi e Florenzi hanno talvolta attaccato, ma con parsimonia. Il regista è rimasto uno solo (Cristante) e si è piazzato davanti alla difesa, col compito aggiuntivo della sorveglianza sul trequartista tedesco (Müller). I due esterni hanno fatto l'uno il tornante puro (Politano, preziosi i suoi rientri in difesa) e l'altro (Pellegrini) l'incursore-incontrista di fascia, con licenza di accentrarsi. Ma la chiave del gioco è stata la presenza di due interni complementari e di ottima corsa, non sempre affiancati perché Tonali era incaricato insieme a Scamacca di portare il pressing fino alle soglie dell'area di Neuer, mentre Frattesi formava con Politano la catena offensiva sul centro-destra: un calco in salsa azzurra della formula utilizzata da Pioli nel finale della cavalcata da scudetto del Milan, non a caso con Tonali nelle stesse mansioni. In questo contesto il centravanti Scamacca ha potuto dare la cosiddetta profondità, difendere palla e cercare qualche cavalcata, secondo le proprie caratteristiche. Ne è uscita una serata abbastanza intensa, malgrado il caldo. Sarebbe stato presuntuoso e impossibile pensare al dominio del possesso palla, vista anche la mancanza di affiatamento tra gli interpreti, insieme per la prima volta.
Addio possesso palla
Ma il dato finale (33% contro 67%) non ha prodotto sconquassi: la difesa si è compattata bene e quando è stato necessario ha rinviato con modi spicci e il gioco verticale ha innescato di frequente il contropiede. I neoentrati - Gnonto in particolare, prima ala destra e poi centravanti - hanno goduto delle condizioni migliori per attenuare il disagio tattico ed emotivo del debutto. Ovviamente non va sopravvalutato questo 1-1 con la Germania, a tratti un po' svagata. Mancini stesso si è detto convinto che la risalita sarà dura e che altre prove più difficili attendono gli azzurri, a cominciare da quella di Cesena con l'Ungheria, sorprendente capolista. Ma non è stata una falsa partenza. Tanto meno sul piano tattico.