Giuntoli: “Juve, lo spirito dei giovani per tornare in Champions”
di Francesco Saverio IntorciaCristiano Giuntoli con l'ad bianconero Maurizio Scanavino
TORINO – C’è ancora un Cristiano nel destino della Juventus. Cinque anni fa Ronaldo, l’acquisto fuori scala per inseguire l’ossessione della Champions. Ora Cristiano Giuntoli, 51 anni, nuovo football director, ingaggiato con una missione radicalmente differente ma non meno complicata: guidare la rifondazione bianconera e inseguire la sostenibilità di un club che per molti anni ha operato senza limiti di spesa. Ma la storia di Giuntoli, approdato a Torino dopo otto anni a Napoli e uno scudetto miracoloso, è anche il racconto di un viaggio che parte da San Niccolò, frazione di Agliana, provincia di Pistoia. Di un ex difensore che ricevette le prime scarpette, usate, avvolte in un foglio di giornale, quando cominciò nell’Aglianese. E di un tifoso juventino che voleva fare il dirigente sportivo. «Mi vengono i lucciconi a pensare di non poter condividere tutto questo con mio babbo Tiziano, che se ne è andato nel 2005. Al paese se lo ricordano tutti, il babbo, lui era juventino fanatico, ad…
TORINO – C’è ancora un Cristiano nel destino della Juventus. Cinque anni fa Ronaldo, l’acquisto fuori scala per inseguire l’ossessione della Champions. Ora Cristiano Giuntoli, 51 anni, nuovo football director, ingaggiato con una missione radicalmente differente ma non meno complicata: guidare la rifondazione bianconera e inseguire la sostenibilità di un club che per molti anni ha operato senza limiti di spesa. Ma la storia di Giuntoli, approdato a Torino dopo otto anni a Napoli e uno scudetto miracoloso, è anche il racconto di un viaggio che parte da San Niccolò, frazione di Agliana, provincia di Pistoia. Di un ex difensore che ricevette le prime scarpette, usate, avvolte in un foglio di giornale, quando cominciò nell’Aglianese. E di un tifoso juventino che voleva fare il dirigente sportivo. «Mi vengono i lucciconi a pensare di non poter condividere tutto questo con mio babbo Tiziano, che se ne è andato nel 2005. Al paese se lo ricordano tutti, il babbo, lui era juventino fanatico, adorava Charles e Sivori, io sono cresciuto leggendo Caminiti su Tuttosport, i miei idoli erano Platini e Boniek. E poi Zoff, Gentile, Cabrini...».
Come Platini, lei è cresciuto nel bar sport di suo nonno.
“Non volevo mai andare all’asilo, per la disperazione di mia mamma Cosetta, insegnante. Allora mi tenevano al Bar Pancano. A cinque anni sapevo fare i cappuccini, ho le foto dietro al bancone. Mio nonno materno, Vivante, era bravissimo a fare i gelati, io ero il suo aiutante con le sorbettiere. Stavo lì fino a tardi, incantato ad ascoltare gli adulti parlare di calcio e ciclismo, sono convinto ci fossero almeno una decina di direttori sportivi validi lì in mezzo. C’era la tv in bianco e nero, ci ho visto Cassius Clay, Panatta, il Giro. Mia madre mi voleva laureato, dopo lo Scientifico ho dato 19 esami ad Architettura, poi la passione viscerale per il calcio ha prevalso. Scelta non facile: ero un difensore a cavallo fra dilettanti e professionisti, volenteroso, cattivo, ma senza un futuro assicurato. Ecco, mio padre mi è stato dietro sempre, anche nelle scelte più dure”.
Come diventa dirigente?
“Ho avuto una lunga formazione. Negli ultimi anni da calciatore ero un punto di riferimento per presidenti e allenatori. Dopo il ritiro sono andato a Carpi come collaboratore, finché il presidente Bonacini non mi ha affidato la gestione sportiva”.
E cos’è la Juventus per lei?
“Mi sento a casa. Ricordo le prime trasferte col babbo: a Firenze, attenti a non esultare, o a Bologna, dove una volta abbiamo preso l’acqua tutto il tempo, e a mia madre avevamo detto che eravamo in tribuna coperta, oppure a Pistoia, gol di Cuccureddu, Brady, Tardelli. Poi le trasferte in bus a Torino con un club di Prato. E nel ’98 guidai fino ad Amsterdam per la finale di Champions persa con il Real, gol in fuorigioco di Mijatovic, mi è rimasta qui. Il giorno dopo ero regolarmente a fare allenamento con l’Imperia”.
Nella sua casa di Agliana c’è una foto che la ritrae mentre marca Pippo Inzaghi, conferma?
“Le racconto la storia che c’è dietro: 1998, settimana di Juve-Inter, la Juve fa un’amichevole con l’Imperia, Inzaghi è reduce dalla ferita al labbro contro il Monaco, venti punti di sutura. Lippi entra negli spogliatoi, parla con il mio compagno Sbravati, chiede chi è l’altro centrale, che sarei io, e si raccomanda: “Ragazzi, Pippo rientra ora, andateci piano”. Quello che non sapeva Lippi è che io ero anche a Montecarlo, fra i tifosi, quando Pippo era stato ferito. Ecco perché nella foto lo marco a distanza di tre metri...”.
Qual è ora il suo mandato alla Juventus?
“Io ho sempre fatto con quello che avevo a disposizione, per indole e per convinzione. In un momento di grande crisi del calcio italiano, c’è bisogno di fare di necessità virtù. Inseguire la sostenibilità, creare un meccanismo di autosussistenza in cui puoi spendere in base a ciò che incassi. Abbassare il monte ingaggi e l’età media, avere più giovani che possano crescere nel club e costituire un valore. In più, creare un ambiente che guardi non solo al risultato ma alla prestazione”.
Vuol dire che vincere non è più l’unica cosa che conta?
“Vincere è la cosa più importante, ma se vogliamo crescere dobbiamo analizzare le prestazioni, e questo richiede tempo”.
Quanto tempo?
“Ragioniamo sulla media distanza, ma porre un termine significa anche creare un limite, e i limiti sono per i mediocri. C’è un programma preciso condiviso dall’ad Scanavino, da Allegri, da me e da Manna: tornare in Champions. Ci serve anche per avere una vetrina in cui far crescere i nostri giovani, perché devono potersi confrontare con i più bravi in Europa. Per il nostro obiettivo dichiarato le rivali sono Atalanta, Fiorentina, Lazio, Roma. Poi ci sono Napoli, Milan e Inter che sono avanti rispetto a noi, perché il loro progetto è partito molto prima”.
Qual è il peso della Juventus U23 ora? E dello scouting?
“La Next Gen è fondamentale per abbassare ingaggi ed età media. Penso a Huijsen o Yldiz che sono stabilmente in prima squadra e poi vanno a giocare con passione in Serie C. Ma anche a Illing-Junior, Soulé, Barrenechea, De Winter: un patrimonio emerso in questi anni. Le seconde squadre costano, ma l’investimento torna moltiplicato e infatti gli altri club ci stanno pensando. E poi, questo ci aiuta a creare il senso di appartenenza nei giovani, elemento fondamentale perché la proprietà della Juventus appartiene alla stessa famiglia da 100 anni : è incredibile e indossare questa maglia è un privilegio. Quando non hai più soldi degli altri, la differenza lo fa lo spirito. Quanto allo scouting, ho trovato qui grandi professionalità. Oggi nel calcio tutti sanno tutto, è difficile battere sul tempo gli altri e fare affari a costi contenuti. Io a Napoli ho colto delle coincidenze: senza la guerra non avrei preso Kvara a quel prezzo, senza lo stop per la pandemia forse Osimhen avrebbe fatto 30 gol in Francia e sarebbe finito in Premier”.
Esiste un metodo Giuntoli?
“Non mi piace il termine. Solo sono uno che lavora tanto, che sta attento al rapporto con allenatori, staff, calciatori, agenti. Amo stare dietro le quinte e parlare poco. Il calcio non è da one man show, solo tutti insieme possiamo riportare la Juve dove merita. Io sono uno che aggrega”.
Ma il rapporto con Allegri all’inizio sembrava complicato.
“Lo dicevano e scrivevano prima che arrivassi, non è così. Allegri è la punta di diamante del club, un grande riferimento in questa delicata fase di passaggio. Lui è partito dall’Aglianese, proprio la squadra del mio paese, pensa il destino, ed è arrivato due volte in finale di Champions. Siamo noi che dobbiamo portare la Juve al suo livello. L’allenatore è il mestiere più difficile del mondo, è un uomo solo, con tutto il peso sulle spalle. Io ho sempre protetto i miei tecnici: cerco di capire come ragionano per potermi confrontare con loro e aiutarli”.
Lei ha anche il patentino da tecnico di Serie D.
“Ma poi mi sono fermato per non creare confusione, io sono un dirigente che aiuta l’allenatore”.
Sul mercato estivo la Juventus ha fatto tutto quello che voleva?
“Abbiamo perso giocatori di esperienza, ma confermato Rabiot, riscattato Milik, inserito Weah e Cambiaso per andare nella direzione che abbiamo indicato”.
Quanto è stato vicino Lukaku?
“C’era l’offerta del Chelsea per Vlahovic. Noi non volevamo cedere Dusan, ma davanti a certi numeri avremmo accettato. Il Chelsea non è mai arrivato a quella cifra e lo scambio non si è fatto”.
Cosa farà la Juve con Pogba?
“Aspettiamo le controanalisi e decideremo il da farsi insieme al suo management”.
Ma non c’è irritazione per come si è gestito, dal suo ritorno?
“Penso solo a quanto ci manca in campo. Non ci piangiamo addosso e guardiamo avanti”.
Ha già in mente, nel caso, con chi sostituirlo?
“Faremo un punto a Natale. Prima vogliamo capire cosa possono darci i giocatori che abbiamo. Poi, se ci saranno occasioni le coglieremo”.
E Berardi a gennaio può essere un’occasione?
“Berardi è un calciatore bravo e capace ma ora, ripeto, vogliamo capire quanto valiamo noi”.
Cosa hanno detto le prime giornate sulla Juventus?
“La squadra è molto diversa da un anno fa. Ha un deficit di esperienza ma un ritmo più intenso. Allegri e lo staff volevano già proporre qualcosa di nuovo. Ora con l’abbassamento dell’età media è una necessità: corri di più, aumenta la voglia di fare, ma non puoi più lucrare sulla malizia. Il mister è il primo ad averlo capito”.
Sembrava tutto merito di Magnanelli, la novità nello staff.
“Nello staff ci sono persone come Aldo Dolcetti, scienziato del calcio, Marco Landucci, Simone Padoin, solo per fare alcuni nomi. Magnanelli ha sostituito Bianco portando delle idee interessanti, indubbiamente, ma chi detta le linee guida è Allegri”.