Vincenzo Nibali è stato qualcosa di diverso. Non è stato uno dei tanti. Ha vinto meno – per quantità – di un medio velocista e ha vinto meno anche di Valverde, Gilbert, Sagan ha praticamente il doppio delle sue vittorie, Roglic l’ha superato, Pogacar lo supererà presto, e così Van Aert, Evenepoel, Van der Poel, e così hanno fatto anche Kristoff, Démare, per non parlare di Cavendish. Parliamo di numeri e quindi parliamo, quasi, del nulla.
Perché, sì, Nibali è stato qualcosa di diverso. C’è stata bellezza in tutto quello che ha fatto. Nel suo percorso di crescita, lento e costante. Ci ha messo cinque anni a salire sul podio del Giro, un tempo sconsiderato oggi, e ci ha messo molto per farsi “scegliere” dalla storia di questo sport. L’ha fatto, però, due, tre, quattro volte, e quelle restano piantate nel cuore e nei ricordi di chi c’era. Parliamo del giorno di Sant’Anna di Vinadio, quando attaccò sul Colle della Lombarda dopo, il giorno prima, aver ridato anima al suo Giro: aveva saputo al mattino della morte di Rosario Costa, un ragazzo del suo team giovanile. Al traguardo di Risoul pianse. Ma non bastava. Allora, a Sant’Anna, si buttò in discesa e come dimenticarli quei minuti lunghissimi che trascorsero tra la vetta e i piedi di quell’abisso?
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