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Ciclismo, Italia anno zero: né vittorie né campioni, i giovani lasciano la bici

Il ct azzurro Bennati (ansa)

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Il crollo dei tesserati tra gli under 13 segue anni di risultati deludenti, dal Tour al Mondiale. Si salvano solo donne e pistard
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ROMA – Un Mondiale non è un pranzo di gala, ci si va per vincere, per battersi, per la maglia e tutto ciò che ne consegue: il nome del proprio paese stampato in grande, gli sforzi della propria Federazione, il proprio orgoglio, gli sponsor. Eppure l’Italia del ct Daniele Bennati, per ammissione dello stesso, al Mondiale di Zurigo, a settembre, «non ha fatto una corsa dignitosa». Mentre Pogacar volava verso la più incredibile delle maglie iridate, dietro in tanti battagliavano per il podio. Tra loro non c’erano azzurri. Per trovarne uno nell’ordine d’arrivo bisognava scendere fino al 25° posto di Ciccone: il ritardo di 6’36” è un macigno ancor più del misero piazzamento. È stato il peggior Mondiale di sempre, se si eccettua quello del 1950, senza azzurri al traguardo.

ROMA – Un Mondiale non è un pranzo di gala, ci si va per vincere, per battersi, per la maglia e tutto ciò che ne consegue: il nome del proprio paese stampato in grande, gli sforzi della propria Federazione, il proprio orgoglio, gli sponsor. Eppure l’Italia del ct Daniele Bennati, per ammissione dello stesso, al Mondiale di Zurigo, a settembre, «non ha fatto una corsa dignitosa». Mentre Pogacar volava verso la più incredibile delle maglie iridate, dietro in tanti battagliavano per il podio. Tra loro non c’erano azzurri. Per trovarne uno nell’ordine d’arrivo bisognava scendere fino al 25° posto di Ciccone: il ritardo di 6’36” è un macigno ancor più del misero piazzamento. È stato il peggior Mondiale di sempre, se si eccettua quello del 1950, senza azzurri al traguardo.

Il vivaio che non c’è

Uno dei problemi dell’Italia è il vivaio. Nei numeri della Federciclismo ci sono dati impietosi sull’assottigliamento della base: nel 2022 i ragazzi tesserati nella categoria esordienti erano 3.487, nel 2023 3176, nel 2024 sono 2.965. In due anni il movimento ha perso un sesto dei suoi atleti. Tutto questo si riverbera poi sull’attività a medio livello. Lorenzo Finn, il primo campione del mondo juniores in 17 anni, e Giulio Pellizzari, scalatore-rivelazione dell’ultimo Giro, hanno scelto la Red Bull-Bora Hansgrohe. Belletta, Busatto, Mattio, De Pretto, i giovani nel giro delle Nazionali juniores e Under 23 non indossano maglie di squadre italiane. Dal 2025, dopo oltre quarant’anni, scomparirà la maglia verde bianco-rossa della Zalf-Euromobil-Fior, la più importante fucina del nostro ciclismo. E diversi altri team si sono arresi negli anni. A far paura alle famiglie sono le strade italiane, gli allenamenti a traffico aperto, i pericoli, i lutti e il fatto che per una larga parte dell’opinione pubblica i ciclisti sono un problema da scansare sulla strada e basta.

Lorenzo Finn 

I campioni che non ci sono

Su strada non spuntano campioni capaci di evocare i giorni d’oro della nostra storia: i due iridati U23 più recenti, Battistella (2019) e Baroncini (2021), faticano ad esplodere. Nelle dichiarazioni post-Zurigo, il presidente della federciclismo Cordiano Dagnoni ha fatto riferimento a campioni “che verranno tra qualche anno”. Quasi una resa. Abbiamo però grandi pistard: si è salvato (si è iniziato dal 2010) il settore più salvabile. Ganna e Milan sono prodotti di una multidisciplinarietà che affonda le radici nel tempo: siamo aggrappati alle loro crono o alle loro volate.

Le squadre italiane

Non abbiamo squadre nella Serie A del ciclismo, il World Tour. Il guaio è che le Professional italiane (i team della Serie B, invitati alle grandi corse) dispongono di un calendario limitato, puntano tutto sul Giro, dove vincono raramente in mezzo alle grandi potenze mondiali, fanno quello che possono senza le grandi multinazionali alle spalle. Quelle italiane, e intorno al ciclismo ce ne sono tante, preferiscono sponsorizzare le corse, non squadre e corridori. Il ciclismo fa sempre paura per il suo passato torbido. Solo in Italia, però.

Elisa Longo Borghini 

Il settore femminile

Una campionessa totale l’Italia ce l’ha da anni nel femminile: Elisa Longo Borghini, la vincitrice dell’ultimo Giro d’Italia (non accadeva dal 2008) è il vero faro di un settore in prima fila nell’ordine mondiale della bici.

La Federazione

La palla dunque passa alla Federazione. Cordiano Dagnoni, presidente in scadenza e candidato alla propria successione (si vota il 19 gennaio), potrebbe sollevare dal suo incarico il ct Bennati. Per il futuro si è fatto il nome di Sonny Colbrelli. Nel 2021, quando lo scelse al posto di Davide Cassani sulla scorta di uno spoil-system post-elettorale (Cassani era una scelta di Renato Di Rocco, oltre che un nome che in Italia è sinonimo di ciclismo), Dagnoni valutò di Bennati l’esperienza, ma anche la capacità di essere mediatico.

Bennati ha fatto il possibile con quello che (non) ha: non è colpa sua se l’Italia al maschile non vince una tappa al Tour dal 2019, il Giro dal 2016, il Mondiale addirittura dal 2008, tre ritardi sulla ruota tricolore mai visti nella storia. Si dirà: il ciclismo non è più quello di una volta, ora i paesi che vincono sono molti di più, basti guardare l’albo d’oro del Mondiale. Ma quei paesi, Slovenia, Danimarca eccetera, non sono “movimenti” in senso largo, hanno però tre, quattro individualità di altissimo livello, più tanti giovani interessanti. Bravi loro a scovarli e a renderli appetibili sul mercato ai grandi team sin da giovanissimi. Il Belgio, la Francia, l’Olanda hanno più profondità. Hanno un vivaio, materia viva su cui investire.

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