La Ducati e il dominio in casa Honda, come e perché Borgo Panigale è diventata imbattibile
di Massimo CalandriSoichiro Honda, fondatore della multinazionale giapponese, nel 1987 invitò Enzo Ferrari a visitare il circuito di Motegi, un’ora e mezzo in auto a nord di Tokio. Aveva appena fatto costruire la pista, in cima a una collina livellata grazie a un puntatore satellitare: roba da fantascienza, per quei tempi. Il Drake disse entusiasta di sì: ma cominciava a stare male, dovette rinunciare all’ultimo momento, l’anno dopo morì. Soichiro invece se ne è andato nel 1991. Era orgoglioso della «sua» Motegi, dove per quasi 40 anni l’azienda ha prima provato e poi schierato in griglia moto invincibili o quasi. Chissà che faccia avrebbe fatto ieri, al termine di un umiliante fine-settimana: sabato, nella sprint race, 7 Ducati davanti a tutti; domenica, il podio ancora dipinto di rosso e 7 gioielli di Borgo Panigale nelle prime 8 moto. Nel gp, la migliore delle Honda è arrivata undicesima al traguardo. Che vergogna. Harakiri.
Soichiro Honda, fondatore della multinazionale giapponese, nel 1987 invitò Enzo Ferrari a visitare il circuito di Motegi, un’ora e mezzo in auto a nord di Tokio. Aveva appena fatto costruire la pista, in cima a una collina livellata grazie a un puntatore satellitare: roba da fantascienza, per quei tempi. Il Drake disse entusiasta di sì: ma cominciava a stare male, dovette rinunciare all’ultimo momento, l’anno dopo morì. Soichiro invece se ne è andato nel 1991. Era orgoglioso della «sua» Motegi, dove per quasi 40 anni l’azienda ha prima provato e poi schierato in griglia moto invincibili o quasi. Chissà che faccia avrebbe fatto ieri, al termine di un umiliante fine-settimana: sabato, nella sprint race, 7 Ducati davanti a tutti; domenica, il podio ancora dipinto di rosso e 7 gioielli di Borgo Panigale nelle prime 8 moto. Nel gp, la migliore delle Honda è arrivata undicesima al traguardo. Che vergogna. Harakiri.
Dall’Igna e un “segreto” imparato in Aprilia
La multinazionale nipponica, 18 milioni di motori l’anno, da alcune stagioni viene regolarmente umiliata dalla fabbrica di Borgo Panigale, 60.000 moto al massimo. A Borgo Panigale festeggiano dal 2020 – quinto titolo costruttori consecutivo - dopo che per mezzo secolo (e con la sola eccezione della stagione rossa di Stoner: era il 2007, ricordate?) sulla classe regina aveva sventolato solo la bandiera del Sol Levante. Il genio e la fantasia dei soliti italiani, più forti di un esercito di tecnici e di colossali investimenti? “Solo in parte. Soprattutto, è una questione di metodo”. Giulio Bernardelle è uno degli ingegneri più quotati del paddock: ha lavorato per 7 stagioni con Honda, e prima con Gigi Dall’Igna, il dg che ha fatto sbocciare le Rosse. Nessuno meglio di lui può spiegare l’attuale prepotenza dell’azienda emiliana e il crollo dei giganti nipponici (non che Yamaha vada molto meglio, Suzuki si è addirittura fatta da parte).
“I giapponesi non investono più nelle corse”
“Honda ha introdotto delle novità straordinarie come il seamless o il torsiometro, che 10 anni fa hanno contribuito ai successi di Marquez”. Tenetevi forte: “La Desmosedici attuale assomiglia più alla Honda del 2013 che non alla Ducati sviluppata allora dall’ingegner Preziosi”. Insomma, Dall’Igna quando è arrivato a Borgo Panigale in realtà ha scommesso su Tokio. “Ma negli ultimi tempi, i giapponesi sembrano avere perso interesse nello sviluppo delle moto da corsa. Gli investimenti sono stati ridotti, soprattutto dal punto di vista umano. Non mancano i bravi tecnici e ingegneri, però non ci sono più uomini geniali tipo il Furusawa della Yamaha”. E’ anche una questione di distanze geografiche, spiega. Di approccio culturale. “Durante il Covid, gli ingegneri di pista giapponesi si sono ritrovati in Europa, isolati dalla casa madre. Quelli italiani invece hanno potuto continuare a lavorare quotidianamente insieme. Si è creato un gap importante. Loro sono molto metodici, si attengono alle regole: se una cosa non è prevista, non si fa. Al contrario, noi troviamo sempre una soluzione”.
«La fantasia italiana? No, è l’organizzazione»
Ma la fantasia non basta, in MotoGP. “Conosco bene Dall’Igna. Il suo talento non è genio o fantasia, ma capacità organizzativa. Sa gestire una squadra alla perfezione, ottenendo il massimo dai suoi collaboratori”. Il ‘metodo italiano’. “In Ducati, gli ingegneri di pista comunicano immediatamente con quelli di Borgo Panigale: raccolgono informazioni che vengono subito trasformate. E’ quello che i giapponesi non sono in grado di fare. Gigi (non ne fa mistero lui stesso, ndr) questo sistema lo ha imparato alla fine degli anni Novanta, quando era in Aprilia, da un olandese: Jan Witteween”. Insomma: Ducati deve ringraziare Aprilia, è a Noale – c’era anche Carlo Pernat, come direttore sportivo – che tutto è cominciato. Bernardelle aggiunge elementi, racconta che Ducati aveva cominciato a “fare cose elettroniche” quando ancora le moto erano a 2 tempi. “Erano in anticipo anche sulle questioni aerodinamiche, grazie alla galleria del vento di Jean Claude Migeot, che veniva dalla F1”.
La “razzia” di ingegneri e tecnici di Borgo Panigale
Oggi gli altri costruttori in MotoGP accusano un ritardo abissale, che negli ultimi anni hanno cercato di compensare ‘rubando’ gli uomini migliori a Borgo Panigale. Christian Pupulin, Massimo Bartolini, Marco Nicotra, Manuel Cazeaux, Alberto Giribuola detto ‘Pigiamino’, Fabiano Sterlacchini, Francesco Guidotti: ingegneri e tecnici cresciuti nell’azienda emiliana e al centro di un vorticoso mercato tra Yamaha, Ktm, Honda. Tutti vogliono gli italiani. Ma bisogna farli lavorare nel migliore dei modi. Sterlacchini a fine stagione lascerà Ktm per andare in Aprilia. Il team manager di Noale, Romano Albesiano, andrà con la Honda insieme a Pupulin. Funzionerà? Nel 2027 parte la rivoluzione, si passa agli 850 cc con la prospettiva di ripartire da zero. "Le moto oggi sono troppo sensibili, le prestazioni le ottieni col lavoro in pista e una perfetta sinergia con chi è in fabbrica”. Il segreto è l’organizzazione. Dall’Igna. “Sì, ma per onestà diamogli il giusto nome: è il vecchio ‘metodo Aprilia’”.