Nicolò Bulega: “Mi chiamavano il piccolo Valentino Rossi. Dopo la crisi sono rinato in Superbike”
di Massimo CalandriCosì alto, magro, biondo, talentuoso, sfrontato: Nicolò Bulega era l’erede designato di Valentino Rossi. A 16 anni l’esordio nel motomondiale e poi l’ingresso nella Vr46, la squadra del Doc. Sei stagioni, in Moto2 e Moto3: qualche podio all’inizio, nessuna vittoria. Mai, in 99 gare. Alla fine del 2021, addio al paddock e al sogno di correre in MotoGp. Si sono dimenticati in fretta del ‘piccolo Valentino’: il ragazzo stava per dire basta. Si è dato ancora una possibilità, l’ultima: nel campionato Supersport, dove corrono le moto derivate di serie. Il titolo mondiale nel 2023. E nel 2024, il passaggio in Superbike: sei successi, il secondo posto finale. La scorsa settimana, in Australia, ha inaugurato la nuova stagione prendendosi tutto: Gara1, Superpole, Gara2. Ha battuto Petrucci, Iannone, Bautista, Razgatlioglu. Tutti.
Volevano fosse come Valentino, ma aveva bisogno di essere solo sé stesso.
“Ero un ragazzino che aveva appena imparato ad andare in moto, invece mi trattavano già come …
Così alto, magro, biondo, talentuoso, sfrontato: Nicolò Bulega era l’erede designato di Valentino Rossi. A 16 anni l’esordio nel motomondiale e poi l’ingresso nella Vr46, la squadra del Doc. Sei stagioni, in Moto2 e Moto3: qualche podio all’inizio, nessuna vittoria. Mai, in 99 gare. Alla fine del 2021, addio al paddock e al sogno di correre in MotoGp. Si sono dimenticati in fretta del ‘piccolo Valentino’: il ragazzo stava per dire basta. Si è dato ancora una possibilità, l’ultima: nel campionato Supersport, dove corrono le moto derivate di serie. Il titolo mondiale nel 2023. E nel 2024, il passaggio in Superbike: sei successi, il secondo posto finale. La scorsa settimana, in Australia, ha inaugurato la nuova stagione prendendosi tutto: Gara1, Superpole, Gara2. Ha battuto Petrucci, Iannone, Bautista, Razgatlioglu. Tutti.
Volevano fosse come Valentino, ma aveva bisogno di essere solo sé stesso.
“Ero un ragazzino che aveva appena imparato ad andare in moto, invece mi trattavano già come un campione, un uomo. Volevo divertirmi e basta, correre: ma ogni giorno dovevo andare alla televisione, fare un’intervista, comparire sui social. Tutte quelle domande su Valentino, i paragoni: troppa pressione addosso. Non dico che fosse sbagliato, magari c’è gente che così riesce a dare di più: io no. Soffrivo nell’essere circondato da cose che per me erano superflue, non riuscivo a concentrarmi con tutta quella visibilità”.
Era la stellina degli allievi dell’Academy di Tavullia.
“Mi hanno aiutato tanto a crescere come pilota: Valentino, soprattutto, mi è stato vicino. Per fare questo sport ci vogliono investimenti importanti: i miei genitori hanno fatto grandi sacrifici, mio padre Davide credeva in me e in passato ha preso tanti rischi. Ma oltre un certo limite non puoi andare: ritrovarmi in quel gruppo è stata una fortuna, una opportunità straordinaria”.
A Jerez, nel 2016, lei arriva secondo davanti a un certo Pecco Bagnaia: nella stessa gara, finiscono lontanissimi Mir e poi Bastianini. Quei tre, messi insieme, hanno poi vinto sei mondiali (tre di MotoGp). Rimpianti?
“Un milione. Ma, semplicemente, a un certo punto non andavo più. E quando le cose si mettono male, poi peggiorano. Alla fine del 2019 ho lasciato il team di Rossi”.
È andato in Moto2 con la squadra di Gresini.
“L’ultimo anno è stato orribile: non mi trovavo bene con la squadra, avevo l’impressione di non essere messo in condizione di esprimermi. In realtà, ero entrato in una spirale negativa dalla quale intuivo di non poter uscire, nemmeno provandoci. Era ora di cambiare”.
Addio al “piccolo Valentino”.
“Addio al sogno di tutta la mia vita: mi è crollato il mondo addosso. Però non volevo arrendermi, avevo dentro questa insopprimibile voglia di correre. Sono ripartito dal basso, rimboccandomi le maniche. Vincere il mondiale di Supersport è stato come rinascere. Ma dicevano che era tutto merito della moto, e allora ho accettato subito la sfida della Superbike”.
Quello di Phillip Island, in sella a una Ducati del team Aruba, è stato un fine settimana trionfale.
“La Superbike è impegnativa, dal punto di vista fisico. Durante l’inverno ho lavorato su cosa mi mancava con Antonio Lacasella, lo stesso preparatore di Bastianini: e poi la moto va, mi piace, c’è un grande feeling con la squadra. Tutti i tasselli sono al loro posto”.
Alla MotoGp non pensa più?
“Oggi non mi manca niente, sono felice. L’obiettivo è vincere il Mondiale. In futuro, chissà: ho 25 anni, un pensierino alla MotoGp lo faccio ancora. Nel 2027 cambierà il regolamento, sarebbe una buona opportunità per debuttare. Ma se non succederà, sarò contento comunque. Posso finalmente essere me stesso”.