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Danilo Petrucci, la Dakar in camion: “Da 0 a 100 in 8’’, nel deserto guai a sbagliare di un metro”

Danilo Petrucci
Danilo Petrucci 

L’ex pilota di MotoGp affronta la nuova sfida su un mezzo per lui atipico: “Ma quando l’ho provato mi sono spaventato...”. E sulla gara: “Ti sembra di viaggiare su un’altra dimensione”

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Roma – «Il sogno è tagliare il traguardo finale tra due settimane. Arrivare in fondo all’inferno della Dakar, è come vincerla». Tra gli 807 concorrenti del rally più famoso e duro del mondo, che parte stamani in Arabia Saudita col prologo di Bisha (arrivo a Shubaytah, 8.000 chilometri da percorrere), c’è anche Danilo Petrucci. Il campione di Terni, 34 anni, nel 2022 aveva chiuso al primo posto una tappa speciale della corsa nel deserto: successo storico, perché ottenuto per la prima volta da un pilota della MotoGP. Ma Danilo è un collezionista di trionfi, nessuno come lui: indimenticabile quello al Mugello in sella alla Ducati, replicato un anno dopo a Le Mans; poi ad Austin, in MotoAmerica; nel mondiale Superbike appena concluso (per non dire della Superstock, dove da ragazzo si è preso un titolo europeo).

Questa volta, niente moto.

«Sono passato al camion. Gli anni avanzano, e 4 ruote sono più sicure di 2 (ride). Faccio parte dell’equipaggio Italtrans. Il pilota ufficiale è Claudio Bellina, che ha già corso 17 volte la Dakar. Guiderò nei trasferimenti, spero di dargli spesso il cambio in gara. Che poi, camion per modo di dire: è una specie di grande jeep 4x4, in 8 secondi raggiunge da zero i cento all’ora. L’ho provato una mezz’ora l’altro giorno, mi sono spaventato».

I camion fanno parte della storia della sua famiglia.

«Lo guidava il nonno Carlo, 60 anni fa aprì una ditta di trasporti. E mio padre Danilo, il Tir nel paddock. Io di nome completo – ma guarda un po’ – faccio: Danilo Carlo Petrucci. Diciamo che ho confidenza col mezzo. L’idea di mettermi al volante nella Dakar è venuta a quelli di Prometeon, sponsor Sbk: mi è subito piaciuta».

Tre anni fa, venire nel deserto arabo sembrava una pazzia.

«Stavo male, dopo aver lasciato la MotoGP. Come gli elefanti, ho pensato di andare a morire lontano dal branco. Si è rivelata la migliore decisione della mia vita: è stato come un viaggio sulla luna, ho ritrovato la voglia di correre e di vincere. La Dakar è una esperienza straordinaria, commovente: ti sembra di viaggiare in un’altra dimensione. È la corsa più dura del mondo: l’altra volta l’ho finita pieno di fratture, ma felice».

Oggi il prologo, poi uno speciale da 900 chilometri in 48 ore.

«Ci sarà subito una bella scrematura. L’importante è non perdere – mai! – la concentrazione. Basta sbagliare di un metro il tracciato, ed è finita. Non devi avere fretta, cedere all’impazienza: perché nel deserto non ci sono regole, e allora serve cervello. Ed esperienza. Sarà per quello, che i favoriti sono tutti dei piloti di una certa età».

Non è che ci prende gusto al volante, come Valentino Rossi?

«Chi lo sa? In aprile ho avuto un incidente terribile, facendo motocross: è stato come cadere da un palazzo, per un istante ho pensato fosse finita e poi mi sono risvegliato dopo un quarto d’ora, le gambe si muovevano, ho provato una gioia incredibile. Sono grato alla vita, mi sento una persona fortunata. Ora parto per un viaggio incredibile di 2 settimane, con un solo obiettivo: arrivare in fondo, il 17 gennaio, non importa in che posizione. Sarà come vincere».

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