Nadal stava vincendo il suo undicesimo Roland Garros, e un mio vicino statistico, al Club, sollevava l'ammirazione dei soci dicendo che, durante simili prodezze nelle 11 finali, aveva perduto in tutto 5 set, e mai era stato costretto una sola volta al quinto. Nell'ascoltarlo contro voglia, perché ero seduto lì vicino, mi domandavo se si potesse dar conto di un ritiro, in favore di Thiem, perché, in quello stesso istante, Rafa stava mostrando una mano al fisioterapista. Una mano con le dita sommerse di cerotti, in cui l'anulare e il medio parevano muoversi con difficoltà, e che Nadal si ostinava senza troppo successo ad attivare. Nel frattempo lo statistico non pareva avvertire il rischio che l'undicesima vittoria sfuggisse al più grande tennista sul rosso dal 1925, l'anno in cui era iniziato il Roland Garros, costruito grazie alle vittorie dei Quattro Mousquetaires in Coppa Davis.
Fin lì lo spagnolo mi aveva spinto a chiedermi come mai l'austriaco l'avesse battuto recentemente. La risposta che un amico spagnolo mi aveva dato, l'altura, il cattivo umore di un tennista favorevole alla Catalogna e non a Madrid, un rapporto non ideale con l'organizzatore Tiriac, non mi avevano convinto. Il giovane austriaco pretendeva di battere Rafa come gli era riuscito nella capitale spagnola forzando da fondo campo il diritto liftatissimo e cambiando a volte la traiettoria del rovescio, smorzato invece che nell'angolo alla sua destra.
Nadal è tuttavia un individuo diverso. Quell'incidente che avrebbe potuto sollevare dubbi in tutti noi non faceva che aumentarne la determinazione, e dopo un game perduto, ecco giungere 8 punti a 2, e sui 5 games a 2 il gioco finale, al quinto match point.
Nell'apoteosi si fa ora un gran parlare e scrivere di Borg, dei suoi 4 consecutivi Roland Garros, dei suoi 4 Us Open mancati per un difetto visivo la sera, dei suoi 5 Wimbledon contro i 2 soli di Rafa. Ma il più grande sulla terra rimane Nadal. Lo ha dimostrato anche con una mano malconcia.
di Gianni Clerici