ROMA — Era una notte buia e tempestosa a Montecarlo. Dal mare soffiava un’aria gelida che scuoteva le bandiere tricolori di chi, stoico, era rimasto sugli spalti del Rainier III nonostante gli acquazzoni andassero e venissero. L’istantanea è simbolica di come il tennis nel principato possa essere un’esperienza straniante. Non per il lusso sfrenato del Country Club, che puoi anche aspettartelo a priori, ma perché rischi di sentir parlare più italiano che francese. Si è vicini al confine, in fondo, e una giornata sui campi può essere una facile scampagnata per chi viene dal nostro nord.
Quella sera gli italiani avevano riempito lo stadio per sostenere il loro connazionale Jannik Sinner. E questa cosa a Holger Vitus Rune non andava per nulla bene. La sua fama da tipo esuberante era già nota. Qualche mese prima, Stan Wawrinka, dopo essere stato sconfitto da lui, a rete gli aveva detto: “Lascia che ti dia un consiglio: smettila di comportarti come un bambino, ok?”. Carlos Bernardes, il giudice di sedia, aveva però fiutato che l’affare fosse più complicato di così, in quella fredda serata monegasca.
Rune, fischi e nervi a Montecarlo
“Holger, aspetta ti prego. Non ci aiuti così, gioca e basta”, gli disse allarmato. Rune lo ignorò: aveva appena iniziato una partita tutta sua contro il pubblico. Li stava zittendo in mezzo al game, beccandosi una marea di fischi, poi avrebbe tirato delle pallate oltre lo stadio, ma in direzione delle tribune, poi li avrebbe zittiti un’altra decina di volte. Sinner aveva vinto il primo set con grande autorità ma, fra le interruzioni per pioggia e il caos emotivo che era diventato l’incontro, si sarebbe arreso al terzo. Ai giornalisti disse che preferiva non commentare la gelida stretta di mano che aveva dato all’avversario. Giustificata, perché Rune, per gradire, era quasi riuscito a tirare un paio di pallate pure a lui. Il danese, invece, raggiunta la finale del Master 1000 fece un’intervista in campo di cui non si sentì una parola, perché lo sovrastavano gli insulti dagli spalti.
Rune, il teppista intruso
È andata così la seconda e ultima volta che Rune e Sinner si sono incrociati (nella prima l’azzurro si era ritirato). Quel match sembrava aver definitivamente sancito due cose. La prima era che Holger Vitus Rune (che già di per sé è un nome che trasuda ostilità, pensateci: Holger Vitus Rune) fosse davvero la testa calda del circuito, non era solo una brutta fama. La seconda era che lui fosse diventato l’intruso nella rivalità fra Sinner e Alcaraz, già battezzati dai media come i grandi duellanti della nuova epoca del tennis. Anzi, sembrava che Holger, 19 anni e un’intelligenza tennistica sensazionale, avesse appena messo la freccia su Jannik, pronto com’era a giocarsi un altro Master 1000 dopo quello vinto a Bercy mentre l’italiano era ancora a quota zero. Il danese si infastidì, un paio di mesi dopo, quando scoprì che Sinner e Alcaraz erano stati scelti come stelle per il poster di Wimbledon, mentre lui non era stato considerato. “Se parliamo di rivalità, io ho giocato molte più volte contro Alcaraz rispetto a quante volte lo abbia fatto Sinner”, commentò piccato l’ex numero 1 del circuito junior.
La stagione di Rune
Come cambiano le cose nel giro di pochi mesi. Oggi Sinner è il numero quattro al mondo, quello che Rune era fino a poco tempo fa, e arriva al loro incontro di questa sera con un’aura da eletto, asceso a uno status da semidio per il pubblico torinese dopo la vittoria sul numero uno Novak Djokovic. Rune, al contrario, lo incrocerà nel duello decisivo del Gruppo Verde avvolto da dubbi. Dopo le finali (perse) a Roma e Montecarlo e i quarti a Roland Garros e Wimbledon, la sua stagione è implosa. Ha giocato una serie di 10 partite e ne ha vinta una sola. In mezzo, anche la sconfitta al primo turno dello US Open, di cui qualcuno si ricorderà perché Rune si lamentò pubblicamente della sua collocazione sul Campo 5 perché inadatto a un tennista del suo livello.
Sinner, fenomenologia di un campione
In quella sconfitta a Flushing Meadows contro Carballes Baena non sembrò stare bene fisicamente. “Non penso mai a non giocare alcuni tornei, anche se ho dolori”, spiegò dopo ai giornalisti. “Non mi faccio gli esami se sto male. Se sei un atleta senti il tuo corpo, se non ci riesci è ridicolo”. Lui, però, ha combattuto con una discopatia per tutto il finale di stagione e i soli 20 anni sulla carta di identità dovrebbero essere una preoccupazione in più, non una scusa per fare il duro. Ha messo insieme una manciata di vittorie giusto negli ultimissimi tornei della stagione, Basilea e Bercy, riuscendosi a qualificare per le Finals come ottavo. Oggi, a Torino, nonostante una sconfitta con Djokovic e una partita non giocata (ma sulla carta vinta) contro il ritirato Tsitsipas, potrebbe persino qualificarsi nella semifinale, battendo proprio il quasi-amico Sinner.
Becker in soccorso di Rune
Di diverso dall’ultimo incontro, oltre allo stato di forma, c’è anche la guida tecnica. Rune ha lasciato Patrick Mouratoglou e ha ingaggiato almeno fino a fine anno Boris Becker, che ha da poco finito il suo periodo in carcere per bancarotta fraudolenta. Invece è rimasta nella squadra mamma Aneke, che segue il figlio ovunque e che Holger adora, anche se due anni fa la mandò a quel paese e le fece abbandonare gli spalti durante una sua partita al Roland Garros. Djokovic, ex allievo di “Bum Bum”, ha detto che Rune con Becker gioca già meglio. Una delle sue prime richieste al “bad boy” del circuito è che la smetta di usare quel berretto girato, che contribuisce in parte alla sua aria da teppistello, ma ancora non c’è riuscito.
Rune, metodo o sregolatezza?
La partita con Sinner, messa a fianco all’ultimo scontro monegasco, ci darà un’istantanea definitiva del “prima” e “dopo”. È più redditizia la metodica e inesorabile crescita di Jannik o il talento dirompente e sregolato di Holger? Visti i trascorsi, però, sarà innanzitutto un incontro da mani indaffarate: una per reggere il cesto di popcorn, l’altra per portarli sotto ai denti. Sinner quella fredda nottata di Montecarlo non se le sarà dimenticata. Il pubblico italiano pure meno, dato che quando Rune ha giocato a Roma con Fognini non gli ha fatto fare un passo in campo senza che fosse seguito da uno sciame di fischi. Una bella premessa per gli amanti del genere drama, una cattiva per la speranza italiana alle Finals: se c’è un ruolo in cui Holger Vitus Rune si esalta, è proprio quello del cattivo.