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Barazzutti: “Negli Slam Sinner non si accontenta, cercherà la perfezione”

Jannik Sinner 

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Intervista al semifinalista degli Us Open del 1977: “L’aspetto mentale è decisivo. A New York arriveranno tutti al massimo della forma, ma nessuno raggiunge il suo livello nella preparazione e nella cura dei dettagli. Cahill e Vagnozzi sono fondamentali, si percepisce il rapporto profondo: gente come lui, una famiglia. È un gruppo destinato a vincere a lungo”
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Il rovescio di Connors era fuori, ma l’arbitro non aveva voglia di venire a controllare il segno. E poi ci ha pensato Jimmy, a cancellarlo». Tra due anni sarà trascorso mezzo secolo esatto: semifinale degli Us Open a Forest Hills, l’ultima sulla terra verde prima che lo Slam newyorkese si trasferisse sul cemento di Flushing Meadows. Corrado Barazzutti, che beffa. «Ne parlano ancora adesso, di quella storia», sorride paziente. Uno scandalo, la versione tennistica del gol-fantasma dell’inglese Hurst alla Germania nei mondiali di calcio del ‘66. «Era una palla importante, perché stavo per vincere il terzo set e sarei rientrato in partita». Non c’era l’occhio di falco, ma tutti — tranne l’arbitro — avevano visto. In spregio a qualsiasi regola sportiva, Jimbo attraversò il campo, col piede fece sparire le tracce e tornò dalla sua parte, canticchiando. Antipatico. L’americano avrebbe poi perso in finale da Vilas.

Da allora, solo un altro italiano (Berrettini, 2019) ha raggiunto le semifina…

Il rovescio di Connors era fuori, ma l’arbitro non aveva voglia di venire a controllare il segno. E poi ci ha pensato Jimmy, a cancellarlo». Tra due anni sarà trascorso mezzo secolo esatto: semifinale degli Us Open a Forest Hills, l’ultima sulla terra verde prima che lo Slam newyorkese si trasferisse sul cemento di Flushing Meadows. Corrado Barazzutti, che beffa. «Ne parlano ancora adesso, di quella storia», sorride paziente. Uno scandalo, la versione tennistica del gol-fantasma dell’inglese Hurst alla Germania nei mondiali di calcio del ‘66. «Era una palla importante, perché stavo per vincere il terzo set e sarei rientrato in partita». Non c’era l’occhio di falco, ma tutti — tranne l’arbitro — avevano visto. In spregio a qualsiasi regola sportiva, Jimbo attraversò il campo, col piede fece sparire le tracce e tornò dalla sua parte, canticchiando. Antipatico. L’americano avrebbe poi perso in finale da Vilas.

Da allora, solo un altro italiano (Berrettini, 2019) ha raggiunto le semifinali a New York. Poi è arrivato Sinner, che ha vinto il torneo lo scorso anno.

«Negli Usa ho sempre giocato bene. Quella volta era stata una bella avventura, nonostante il tabellone difficile: Nastase al secondo turno, poi l’australiano Edmondson e gli americani, tutti tosti: Scanlon all’esordio, Walts e Gottfried tra ottavi e quarti».

Adesso sono gli italiani, quelli tosti.

«È un momento speciale per il nostro movimento: gli altri sono tutti preoccupati, quando devono affrontare gli azzurri. Dite che Ben Shelton ce l’abbia con noi? Non credo: forse qualcuno “rosica” un po’, ma nel complesso c’è grande rispetto per i nostri ragazzi. Il pubblico starà dalla parte degli statunitensi: ma è gente corretta, ama lo sport. E vanno pazzi per Jannik: negli Usa piace perché è rimasto un ragazzo semplice, normale. Un anti-divo».

Si comincia con Cincinnati, Sinner campione uscente: dall’altra parte del tabellone il solito Alcaraz.

«Test importante, mille punti in palio per confermare il ruolo da leader in classifica. Ma quello che veramente conta sono gli Us Open. Uno Slam è un’altra cosa: pressione, aspettative, responsabilità. L’aspetto mentale è decisivo. Ci arriveranno tutti al massimo della forma, però per Sinner è diverso: nessuno come lui riesce a raggiungere un grado di perfezione assoluta nella preparazione, nella cura dei dettagli».

Sul cemento, la Volpe non perde da un anno e mezzo.

« Ha vinto Wimbledon, meritava il successo anche al Roland Garros: erba o terra rossa, quel ragazzo non sbaglia più nulla. Ma sì, il cemento resta la sua superficie preferita. Il ritorno di Umberto Ferrara, il preparatore atletico, è un altro segnale di questa sua ricerca ossessiva: vuole continuare ad alzare l’asticella, non si accontenta».

Col supercoach Darren Cahill si è creata una chimica speciale: pensione rinviata, l’australiano resterà con Jannik almeno fino a gennaio.

«Credo non possa trovare di meglio, si vede che il feeling tra i due è fortissimo. Ma anche Simone Vagnozzi, con cui Jannik trascorre molto tempo, è fondamentale nella crescita tecnica e mentale: si percepisce questo rapporto intimo, profondo, privato. È quello che di cui Sinner ha bisogno: gente come lui, con un sentire comune. Una famiglia. Un gruppo destinato a vincere a lungo».

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