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Boxe, Bundu e il sogno a Las Vegas. Ma gli Usa sono quasi tabù per gli italiani

Solo Carnera, Benvenuti e Rosi sono riusciti nell'impresa di conquistare il titolo del mondo negli Stati Uniti, mentre hanno fallito grandi campioni come Loi, Rinaldi, Parisi. Tenta l'entrata nella storia il toscano originario della Sierra Leone, nella notte tra sabato e domenica a Las Vegas contro il  temibile picchiatore Thurman
di LUIGI PANELLA

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ROMA - Ci hanno provato in tanti, ma solo tre nella storia hanno conquistato negli Stati Uniti il mondiale di pugilato. Primo Carnera, Nino Benvenuti e Gianfranco Rosi. Prima e dopo di loro, gente anche di livello assoluto che però ha fallito. Cercherà ora di essere il quarto italiano a farcela Leonard Bundu da Firenze, un passato nella Sierra Leone, un presente a Cisterna di Guidonia, vicino Roma. Diciamo subito che, per trovarsi un posto nel club leggendario, il buon Leo dovrà compiere una impresa eccezionale. Sul ring di Las Vegas lo aspetta lo statunitense Keith Thurman, uno dei più bravi di una categoria che annovera nomi impressionanti come il supercampione Floyd Mayweather o l'idolo delle Filippine Manny Pacquiao. Un osso durissimo per tanti motivi.

Il primo è un giudice spesso impietoso, l'età: l'italiano ha 40 primavere, lo statunitense 26. Un fattore che però Bundu ha mostrato di governare con classe: se è riuscito a uscire dal pur rigoglioso giardino europeo, è infatti anche e sorprattutto per le vittorie ottenute in Inghilterra al cospetto di pugili molto più giovani, peraltro protetti dall'organizzazione britannica, come Lee Purdy e Frankie Gavin. Il secondo è proprio una questione tecnica. Nonostante ancora non sia un nome popolarissimo tra gli appassionati di boxe, Thurman è uno dei picchiatori più pericolosi in circolazioni: tralasciando Vladimir Klitschko, re della categoria dei massimi dove il ko incombe sempre, l'efficacia dei colpi Thurman è paragonabile a quella del kazako campione dei medi Gennady Golovkin. Ventritrè incontri, un no contest per una testata al primo round, ventidue vittorie con un solo avversario ad aver sentito l'ultimo gong, lo sloveno Jan Zaveck, comunque largamente dominato ai punti.  
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In pratica, per Bundu ci sono tutti gli ingredienti che renderebbero la sua eventuale vittoria una impresa storica, che tra l'altro sarebbe il anche il lasciapassare per provare a sognare -provare, ribadiamo- la sfida impossibile e molto remunerativa contro Mayweather. Ma perchè per un italiano conquistare il titolo negli Stati Uniti è così difficile? Carnera (nel 1933 contro Sharkey), Benvenuti (nel 1967 cotro Griffith), Rosi (con Darrin Van Horn nel 1989) sono le eccezioni, ma il suolo americano è tabù probabilmente per questioni ambientali inerenti anche alla tipologia di boxe. Il primo a tentare fu un veneto trapiantato a Milano: si chiamava Piazza, di nome Oddone, ottavo figlio di una coppia che metteva solo nomi che iniziavano con la lettera O. Oddone, che era anche un bravo giocatore di calcio nelle giovanili dell'Inter, allora Ambrosiana, si conquistò il diritto di battersi contro un pugile dal nome inquietante, Gorilla Jones, lunghe braccia e potenza devastante. L'incontro si svolse a Milwaukee nel gennaio del 1932, e fu interrotto dall'arbitro al settimo round con l'italiano ormai senza energie ed in balia dell'avversario.

Un paio di campioni a dire il vero ci sono andati vicinissimi. Duilio Loi, probabilmente il più forte pugile italiano di sempre, fu sconfitto ai punti di stretta misura a Daly City, in California -giugno del 1960- dal portoricano Carlos Ortiz (successivamente battuto due volte in Italia nello stracolmo stadio San Siro). Paolo Rosi, il reatino che svolse gran parte della carriera negli Stati Uniti, fu fermato solo dalle ferite e dalle testate maligne di Joe Brown alla nona ripresa nel 1959 a Washington per il titolo dei leggeri. E poi ancora. Giulione Rinaldi da Anzio, dopo aver battuto Archie Moore a Roma in un match senza titolo in palio, si recò negli Stati Uniti per strappargli la cintura mondiale dei mediomassimi, ma la 'vecchia mangusta' nella nuova occasione non gli diede scampo vincendo nettamente ai punti.

Senza fare tutto l'elenco, ed avvicinandoci nel tempo, andò male ad Aldo Traversaro per il Mondiale dei mediomassimi nel 1978 svoltosi a Philadelphia contro Mike Rossman, il pugile che combatteva con la stella di Davide sui pantaloncini: il ligure fu fregato da una ferita alla sesta ripresa. Lo stesso round fu fatale, ma per ko, a Lorenzo Zanon, nella sua sfida impossibile di strappare il mondiale dei pesi massimi al miglior Larry Holmes. Giorgio Campanella si permise addirittura il lusso di mettere giù alla prima ripresa un fuoriclasse come Oscar De La Hoya, prima di venire travolto alla terza sul ring di Los Angeles. Neanche un grande come Giovanni Parisi è riuscito nell'impresa: troppo forte il messicano Julio Cesar Chavez, che lo attendeva sul ring di Las Vegas. Entrando negli anni duemila, disco rosso per Gianluca Branco e Michele Piccirillo, Sumbu Kalambay (campione Wba, fallì nella versione Ibf con Nunn) fino ad arrivare all'ultimo tentativo, quello di Giacobbe Fragomeni, a Chicago contro il polacco Krzysztof Wlodarczyk. Ora ci prova Bundu: il club dei mitici lo aspetta, Thurman permettendo...
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