L'ultimo ostacolo. Aries Merritt è entrato alle otto di ieri mattina, ora di Phoenix, Arizona, in sala operatoria. Gli avevano chiesto se voleva che qualcuno portasse in un sacchetto sterilizzato il bronzo nei 110 hs appena vinto a Pechino, la sua specialità, la sua terra, la sua vita, la disciplina di cui detiene ancora il primato del mondo (12"80): "No, dai, non fatemi ridere...!". Gli avevano già somministrato il pre-anetestico. Con lui è entrata sua sorella LaTonya. Più importante della medaglia. Lei doveva donargli un rene. L'operazione è perfettamente riuscita. I due sono risaliti in camera verso le 18 italiane, si sono fatti immortalare sorridenti, incamiciati d'azzurro, mentre si davano il cinque da un letto all'altro. Aries Merritt ha vinto. Solo quando il chirurgo che aveva effettuato il trapianto ha detto ai suoi collaboratori, come da copione, sfilandosi i guanti, "sono tutti vostri!" i Mondiali di Pechino sono finiti per davvero.
C'era ancora questa gara, bisognava aspettare, c'era ancora un traguardo da raggiungere. Alla fine del 2012, nel pieno della sua maturità atletica e agonistica, 27 anni, originario di Chicago, adolescenza in Georgia, università nel Tennessee, residente in Texas, Aries Merritt aveva tutto: l'oro olimpico conquistato a Londra e il primato del mondo stabilito pochi giorni dopo i Giochi, a Bruxelles, nell'ultima tappa annuale della Diamond League. Un anno dopo il mondo gli si rovescia addosso, è un attimo: "Ai Mondiali di Mosca sentivo che qualcosa non andava". Entra in finale senza ripescaggio, ma è evidente che non sta bene, tanto è vero che comunque il suo è il peggior tempo ottenuto dai finalisti in semifinale. Chiude sesto. "Tornato a casa cominciai a star male, mi mancavano le forze, avevo il respiro corto e dopo un allenamento faticavo a recuperare". Dieci giorni così e non ne poteva più. Era anche impaurito. In una brutta mattina lo avremmo trovato su un lettino del pronto soccorso della Mayo Clinic di Phoenix. Quando gli dissero, senza tanto girarci intorno, che aveva una grave patologia renale, Aries non voleva quasi crederci: "Ma come è possibile?". Una malformazione genetica, frequente negli afro-americani, poi una serie di guasti ad essa connessi, subdoli, alcuni asintomatici. Gli dissero che non c'era altra strada: doveva fermarsi, curarsi, aspettare, cambiare vita, essere un altro: "Poi si vedrà".
[[ge:rep-locali:repubblica:122053745]]
Una pietra sul campione che aveva regalato al mondo e a se stesso performance straordinarie. Il suo rene malfunzionante era anche stato attaccato dal Parvovirus B16, che andò a prendersela anche col suo midollo spinale, creando uno scompiglio inaudito nel suo organismo, l'organismo di un campione olimpico, teoricamente perfetto, teoricamente inattaccabile. "Una doppia mazzata".
Merritt rimane in ospedale sette mesi, da ottobre (2013) ad aprile (2014). La funzionalità renale era scesa sotto il 15%. Il solo deambulare era diventato uno sforzo, una specie di sfida quotidiana. I reni erano così danneggiati da non riuscire più a elaborare le proteine, che così vennero eliminate dalla dieta. Costretto a nutrirsi male, Aries perde peso, diventa magrissimo. Allenarsi, una volta tornato a casa, era fuori discussione. Non poteva effettuare ripetute, alzare pesi in palestra. Ogni giorno era costretto alla dialisi: "Per restare emotivamente vivo, quando finivo il trattamento tornavo a casa, mangiavo e facevo una corsetta". Il parvovirus (la principale preoccupazione dei medici) era cattivo, resistente, venne trattato con le immunoglobuline. Tolto il parvovirus i medici confidavano di poter ripristinare quella parte di rene non ancora danneggiata. Ma arrivano altre complicazioni. Le immunoglobuline non legavano col sangue di Aries, gli provocavano l'emolisi, in pratica gli attaccavano i globuli rossi. I reni miglioravano, il resto del corpo peggiorava. Tutto questo circa un anno fa. A maggio il parvovirus declinò. Aries aveva tutti contro, i medici gli avevano detto che difficilmente sarebbe potuto tornare a competere, soprattutto ai suoi livelli, in famiglia temevano per la sua vita, non per la sua atletica. Non ascoltò nessuno. A fine maggio volò in California con due settimane di medio allenamento e finì 3° in un 110 hs di inizio stagione (13"78). Aveva corso il suo 110 hs più lento degli ultimi quattro anni, ma l'importante è che l'aveva corso. A settembre venne applaudito il suo ritorno in Diamond League, ma in pochi sapevano della sua malattia. "Se un medico ti dice basta, pensi che abbia ragione. E se ti accorgi che ha torto?".
Merritt era felice di aver cambiato i piani pensionistici elaborati per lui, pur col solo scopo di proteggerne la salute, dai suoi affezionati e competenti medici, che avevano soltanto un difetto: non capivano cosa volesse significare essere un ostacolista di livello mondiale, come la passione di un campione potesse sovvertire le cartelle cliniche. Aries rimane un sorvegliato speciale, ma torna all'atletica: "Non sono più riuscito a riprendermi del tutto, sono rimasto al 75%". I reni funzionano bene, ma a intermittenza. Aspettando il rene di sua sorella LaTonya ha vinto il bronzo, un colpo di reni del ragazzo in dialisi. A Pechino ha scacciato metà dei fantasmi. Il resto è uscito dalla sua vita ieri, quando la lettiga è risalita al piano, mentre Aries era ancora mezzo addormentato. Questo ragazzo non conosce veramente ostacoli.
C'era ancora questa gara, bisognava aspettare, c'era ancora un traguardo da raggiungere. Alla fine del 2012, nel pieno della sua maturità atletica e agonistica, 27 anni, originario di Chicago, adolescenza in Georgia, università nel Tennessee, residente in Texas, Aries Merritt aveva tutto: l'oro olimpico conquistato a Londra e il primato del mondo stabilito pochi giorni dopo i Giochi, a Bruxelles, nell'ultima tappa annuale della Diamond League. Un anno dopo il mondo gli si rovescia addosso, è un attimo: "Ai Mondiali di Mosca sentivo che qualcosa non andava". Entra in finale senza ripescaggio, ma è evidente che non sta bene, tanto è vero che comunque il suo è il peggior tempo ottenuto dai finalisti in semifinale. Chiude sesto. "Tornato a casa cominciai a star male, mi mancavano le forze, avevo il respiro corto e dopo un allenamento faticavo a recuperare". Dieci giorni così e non ne poteva più. Era anche impaurito. In una brutta mattina lo avremmo trovato su un lettino del pronto soccorso della Mayo Clinic di Phoenix. Quando gli dissero, senza tanto girarci intorno, che aveva una grave patologia renale, Aries non voleva quasi crederci: "Ma come è possibile?". Una malformazione genetica, frequente negli afro-americani, poi una serie di guasti ad essa connessi, subdoli, alcuni asintomatici. Gli dissero che non c'era altra strada: doveva fermarsi, curarsi, aspettare, cambiare vita, essere un altro: "Poi si vedrà".
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Una pietra sul campione che aveva regalato al mondo e a se stesso performance straordinarie. Il suo rene malfunzionante era anche stato attaccato dal Parvovirus B16, che andò a prendersela anche col suo midollo spinale, creando uno scompiglio inaudito nel suo organismo, l'organismo di un campione olimpico, teoricamente perfetto, teoricamente inattaccabile. "Una doppia mazzata".
Merritt rimane in ospedale sette mesi, da ottobre (2013) ad aprile (2014). La funzionalità renale era scesa sotto il 15%. Il solo deambulare era diventato uno sforzo, una specie di sfida quotidiana. I reni erano così danneggiati da non riuscire più a elaborare le proteine, che così vennero eliminate dalla dieta. Costretto a nutrirsi male, Aries perde peso, diventa magrissimo. Allenarsi, una volta tornato a casa, era fuori discussione. Non poteva effettuare ripetute, alzare pesi in palestra. Ogni giorno era costretto alla dialisi: "Per restare emotivamente vivo, quando finivo il trattamento tornavo a casa, mangiavo e facevo una corsetta". Il parvovirus (la principale preoccupazione dei medici) era cattivo, resistente, venne trattato con le immunoglobuline. Tolto il parvovirus i medici confidavano di poter ripristinare quella parte di rene non ancora danneggiata. Ma arrivano altre complicazioni. Le immunoglobuline non legavano col sangue di Aries, gli provocavano l'emolisi, in pratica gli attaccavano i globuli rossi. I reni miglioravano, il resto del corpo peggiorava. Tutto questo circa un anno fa. A maggio il parvovirus declinò. Aries aveva tutti contro, i medici gli avevano detto che difficilmente sarebbe potuto tornare a competere, soprattutto ai suoi livelli, in famiglia temevano per la sua vita, non per la sua atletica. Non ascoltò nessuno. A fine maggio volò in California con due settimane di medio allenamento e finì 3° in un 110 hs di inizio stagione (13"78). Aveva corso il suo 110 hs più lento degli ultimi quattro anni, ma l'importante è che l'aveva corso. A settembre venne applaudito il suo ritorno in Diamond League, ma in pochi sapevano della sua malattia. "Se un medico ti dice basta, pensi che abbia ragione. E se ti accorgi che ha torto?".
Merritt era felice di aver cambiato i piani pensionistici elaborati per lui, pur col solo scopo di proteggerne la salute, dai suoi affezionati e competenti medici, che avevano soltanto un difetto: non capivano cosa volesse significare essere un ostacolista di livello mondiale, come la passione di un campione potesse sovvertire le cartelle cliniche. Aries rimane un sorvegliato speciale, ma torna all'atletica: "Non sono più riuscito a riprendermi del tutto, sono rimasto al 75%". I reni funzionano bene, ma a intermittenza. Aspettando il rene di sua sorella LaTonya ha vinto il bronzo, un colpo di reni del ragazzo in dialisi. A Pechino ha scacciato metà dei fantasmi. Il resto è uscito dalla sua vita ieri, quando la lettiga è risalita al piano, mentre Aries era ancora mezzo addormentato. Questo ragazzo non conosce veramente ostacoli.