ROMA - "Pensavamo che la nostra fosse soltanto una storia d'amore", racconta oggi Stefano Tilli, 58 anni, velocista azzurro, allenatore, commentatore tv, innamorato dell'atletica come pochi, che ha vissuto con lei a Roma, allenandola, "invece poi ci siamo accorti che la nostra conoscenza poteva e forse doveva raddoppiarsi, producendo anche una proficua relazione di campo". Durata appunti cinque, luminosi anni.
Merlene Ottey, fantastica velocista giamaicana, compie 60 anni il 10 maggio. Una carriera spettacolare, condita di record, di strisce vincenti (78 gare, tra 60, 100, 200, più un 300 e un 400 indoor) tra il maggio dell'89 e l'estate del '91, quando la tedesca orientale Krabbe pose fine ai Mondiali di Tokyo, alla "winning streak", di medaglie (6 ori mondiali fra outdoor e indoor), di gioie immense e persino di sorrisi, lei che pure ostentava sempre uno sguardo fra il preoccupato e il sofferente, riluttante all'accoglienza immediata, come a voler ricordare a tutti le proprie origini, non facoltose, di Cold Spring, in Giamaica, dove viveva con papà Hubert, mamma Joan, quarta di sette figli.
Merlene è stata semplicemente una meraviglia: una meraviglia dalla longevità inusitata, ancor più straordinaria quando a 47 anni la ragazzina Merlene cercava il passaggio del turno nei 100 mondiali di Osaka (2007) e quando a 50 anni, nel 2010, era ancora lì a giocarsi un posto in semifinale nella staffetta della sua nuova patria sportiva, la Slovenia. Merlene non aveva un carattere facile, era per natura solitaria, musona, diffidente. Allo stadio dell'Acquacetosa, che non si chiamava ancora "Paolo Rosi" ma semplicemente "Stadio delle aquile", dove Merlene si allenava nei suoi anni italiani, dal '90 al '95, la vedevi spesso allontanarsi, lentamente, come non ti aspetti mai da nessun o nessuna velocista. "Ando va'?", si chiedevano romanescamente tutti.
Puntualmente, arrivava un momento in cui la gazzella proveniente da un altro mondo decideva di darti le spalle. E per un po' spariva dalla circolazione. Minuti e minuti. Dove'è Merlene? Nascosta agli occhi di tutti, era andata a fare stretching sulla trave delle siepi nella radura di alberi all'altezza della partenza, in fondo all'impianto. La stessa zona, peraltro, che qualche anno dopo venne eletta a quartier generale dagli altri giamaicani, il gruppo guidato da Stephen Francis di cui faceva parte Asafa Powell, il "romano" Asafa: "Come i gatti che si eclissano, vanno a mettersi sotto i vestiti nel cassetto di un armadio, anche a casa Merlene scompariva. Abitavamo a Talenti. C'erano sere che dicevo: ma sarà ancora viva? Andavo a cercarla, la casa era piuttosto grande, e infine la trovavo mimetizzata con l'arredamento del salotto, muta e immobile a leggere l'Herald Tribune o Usa Today. E io: ma non ti sembra il caso di parlare un po' di più? Do like the italians do!".
Ma niente. Merlene era fatta così: "Ci siamo conosciuti alla finale del Grand Prix di Montecarlo nel 1989. Parlavamo, mangiavamo insieme a mensa. Insomma sembrava proprio che due taciturni, con una forte vocazione a isolarsi, stessero provando a imbastire un'amicizia o qualcosa di più, forse una curiosa relazione, pur consapevoli del fatto che nessuno dei due era un esperto in condivisioni importanti", ricorda Tilli. Ma se uno non prova non trova: "Così poco tempo dopo a Verona, o meglio alla fine di quel meeting, combinammo il guaio. Stemmo insieme. Cominciò tutto lì". Nella città di Romeo e Giulietta: "Ci rendemmo conto che si poteva estendere, come detto, il nostro rapporto sino a farlo precipitare sulla pista d'atletica. La cosa avvenne e continuo a essere orgoglioso di ciò che abbiamo fatto insieme, anche su distanze che le descrissero come proibite, per una con le sue caratteristiche, tipo i 60. Glielo disse pure Loren Seagrave, che l'americano che l'allenava prima di me (lo stesso che avrebbe poi curato alcuni atleti italiani fra cui Libania Grenot, ndr). Invece è stata capace di passare da 7"10 a 6"96. Sembrerebbe un'inezia: in realtà quei 14 centesimi di differenza sono due sport diversi per una disciplina così breve e in generale per lo sprint di alto livello".
Con Tilli Merlene ha raggiunto il top, macinando "personali", dall'allora record del mondo sui 60 (6"96 a Madrid nel febbraio del '92) al fantastico 21"87 nei 200 indoor (Lievin nel febbraio del '93), tuttora primato del mondo della distanza (da anni cancellata dal programma delle grandi manifestazioni): Merlene è ancora l'unica donna ad essere scesa sotto i 22" nei 200 indoor e probabilmente tale resterà (anche per legittimare la sua tendenza a starsene per i fatti propri, in un luogo inaccessibile al resto del mondo). Era una capocciona e una testarda durante gli allenamenti: "I nostri giorni al campo era spesso condizionati dalla tensione. A volte litigavamo di brutto, tutto in inglese perché Merlene non ha mai voluto imparare l'italiano e forse non ha mai veramente cercato l'inserimento. Spesso avevo l'impressione che fosse poco concentrata sui dettagli, magari ai suoi occhi potevano rappresentare dei particolari insignificanti. Invece è, come noto, l'esatto contrario. Una volta, dopo una discussione nata per una partenza dai blocchi, abbiamo fatto le scintille. Prima in campo e poi, come se non fosse bastato, a casa".
Merlene è rimasta quella di sempre, una donna ricca, perché l'atletica le ha regalato la possibilità di non doversi preoccupare del futuro: "Ma è ancora attenta al fitness, che pratica regolarmente. La sento spesso". Una cosa è certa secondo Tilli: "Posso tranquillamente dire che sia stata la sprinter più forte di tutti tempi, non ho mai visto niente come lei, tra le creature "pulite" (nel '99 Merlene venne trovata positiva al nandrolone ma poi la squalifica fu annullata e i laboratori antidoping che avevano rilevato il doping messi sotto inchiesta, ndr)".
La storia dell'eterna perdente, o peggio dell'eterna seconda, e sempre di centimetri, è ingiusta: "Merlene ha spesso perso, soprattutto ai Giochi, perché le altre facevano uso di doping, come l'imbroglio conclamato della Krabbe ha confermato (la leggendaria vicenda delle tre provette d'urina di tre diverse atlete con una stessa urina che portò alla squalifica, anche se non vi fu mai una reale positività, ndr). Alcune non sono mai state smascherate, certo. Ma la verità è che Merlene era soggetta alle leggi della fisiologia e come ogni atleta "pulito" faticava durante i turni dei grandi eventi, e allora era quattro turni, quindi otto fra 100 e 200. Così arrivava più stanca delle avversarie alla finale. Perché è noto che il doping aiuta anche, e quanto, nel recupero delle energie appena spese, soprattutto quando c'è poco tempo fra una prova e l'altra, come capita fra semifinale e finale olimpica o mondiale di un 100 o di un 200. Ora Merlene, con i turni ridotti a tre, forse avrebbe vinto tutto. Una volta invece era il ghepardo perfetto che si stancava dopo un assalto all'antilope nella savana. E se l'assalto fallisce, anche il ghepardo deve riposarsi all'ombra".
A meno che non sia un ghepardo dopato. "E la dimostrazione della sua grandezza è che nelle gare secche era quasi sempre lei la più forte. E vincere, per esempio al Letzigrund di Zurigo non è che fosse meno nobile...". La sua longevità è la prova della sua naturalezza, insomma. Nemmeno Bolt si è concesso il tempo di salire sul podio olimpico con un intervallo di 20 anni. Merlene, che fu bronzo nei 200 a Mosca e bronzo nei 100 a Sydney dopo la squalifica di Marion Jones, sì: "Ha corso con due mostri di laboratorio come la Griffith o la Perec (la francese allenata da John Smith...)".
La storia italiana di Merlene durò cinque anni: "Ci siamo scoloriti negli affetti e via via anche il nostro rapporto professionale si è sfibrato. Ma dopo risultati eccezionali, in campo e nella vita".Negli ultimi anni Merlene è stata perseguitata da uno stalker, a Lubjiana. Sembrava che tutto fosse finito quando la giustizia slovena riuscì ad arrestare, processare e condannare l'uomo. E invece una volta uscito dal carcere, quel tizio ha ripreso a molestarla. Così Merlene ha dovuto dimenticare Lubjiana e trasferirsi in un luogo segreto. Dovunque tu sia, grazie Merlene.
Merlene Ottey, fantastica velocista giamaicana, compie 60 anni il 10 maggio. Una carriera spettacolare, condita di record, di strisce vincenti (78 gare, tra 60, 100, 200, più un 300 e un 400 indoor) tra il maggio dell'89 e l'estate del '91, quando la tedesca orientale Krabbe pose fine ai Mondiali di Tokyo, alla "winning streak", di medaglie (6 ori mondiali fra outdoor e indoor), di gioie immense e persino di sorrisi, lei che pure ostentava sempre uno sguardo fra il preoccupato e il sofferente, riluttante all'accoglienza immediata, come a voler ricordare a tutti le proprie origini, non facoltose, di Cold Spring, in Giamaica, dove viveva con papà Hubert, mamma Joan, quarta di sette figli.
Merlene è stata semplicemente una meraviglia: una meraviglia dalla longevità inusitata, ancor più straordinaria quando a 47 anni la ragazzina Merlene cercava il passaggio del turno nei 100 mondiali di Osaka (2007) e quando a 50 anni, nel 2010, era ancora lì a giocarsi un posto in semifinale nella staffetta della sua nuova patria sportiva, la Slovenia. Merlene non aveva un carattere facile, era per natura solitaria, musona, diffidente. Allo stadio dell'Acquacetosa, che non si chiamava ancora "Paolo Rosi" ma semplicemente "Stadio delle aquile", dove Merlene si allenava nei suoi anni italiani, dal '90 al '95, la vedevi spesso allontanarsi, lentamente, come non ti aspetti mai da nessun o nessuna velocista. "Ando va'?", si chiedevano romanescamente tutti.
Puntualmente, arrivava un momento in cui la gazzella proveniente da un altro mondo decideva di darti le spalle. E per un po' spariva dalla circolazione. Minuti e minuti. Dove'è Merlene? Nascosta agli occhi di tutti, era andata a fare stretching sulla trave delle siepi nella radura di alberi all'altezza della partenza, in fondo all'impianto. La stessa zona, peraltro, che qualche anno dopo venne eletta a quartier generale dagli altri giamaicani, il gruppo guidato da Stephen Francis di cui faceva parte Asafa Powell, il "romano" Asafa: "Come i gatti che si eclissano, vanno a mettersi sotto i vestiti nel cassetto di un armadio, anche a casa Merlene scompariva. Abitavamo a Talenti. C'erano sere che dicevo: ma sarà ancora viva? Andavo a cercarla, la casa era piuttosto grande, e infine la trovavo mimetizzata con l'arredamento del salotto, muta e immobile a leggere l'Herald Tribune o Usa Today. E io: ma non ti sembra il caso di parlare un po' di più? Do like the italians do!".
Ma niente. Merlene era fatta così: "Ci siamo conosciuti alla finale del Grand Prix di Montecarlo nel 1989. Parlavamo, mangiavamo insieme a mensa. Insomma sembrava proprio che due taciturni, con una forte vocazione a isolarsi, stessero provando a imbastire un'amicizia o qualcosa di più, forse una curiosa relazione, pur consapevoli del fatto che nessuno dei due era un esperto in condivisioni importanti", ricorda Tilli. Ma se uno non prova non trova: "Così poco tempo dopo a Verona, o meglio alla fine di quel meeting, combinammo il guaio. Stemmo insieme. Cominciò tutto lì". Nella città di Romeo e Giulietta: "Ci rendemmo conto che si poteva estendere, come detto, il nostro rapporto sino a farlo precipitare sulla pista d'atletica. La cosa avvenne e continuo a essere orgoglioso di ciò che abbiamo fatto insieme, anche su distanze che le descrissero come proibite, per una con le sue caratteristiche, tipo i 60. Glielo disse pure Loren Seagrave, che l'americano che l'allenava prima di me (lo stesso che avrebbe poi curato alcuni atleti italiani fra cui Libania Grenot, ndr). Invece è stata capace di passare da 7"10 a 6"96. Sembrerebbe un'inezia: in realtà quei 14 centesimi di differenza sono due sport diversi per una disciplina così breve e in generale per lo sprint di alto livello".
Con Tilli Merlene ha raggiunto il top, macinando "personali", dall'allora record del mondo sui 60 (6"96 a Madrid nel febbraio del '92) al fantastico 21"87 nei 200 indoor (Lievin nel febbraio del '93), tuttora primato del mondo della distanza (da anni cancellata dal programma delle grandi manifestazioni): Merlene è ancora l'unica donna ad essere scesa sotto i 22" nei 200 indoor e probabilmente tale resterà (anche per legittimare la sua tendenza a starsene per i fatti propri, in un luogo inaccessibile al resto del mondo). Era una capocciona e una testarda durante gli allenamenti: "I nostri giorni al campo era spesso condizionati dalla tensione. A volte litigavamo di brutto, tutto in inglese perché Merlene non ha mai voluto imparare l'italiano e forse non ha mai veramente cercato l'inserimento. Spesso avevo l'impressione che fosse poco concentrata sui dettagli, magari ai suoi occhi potevano rappresentare dei particolari insignificanti. Invece è, come noto, l'esatto contrario. Una volta, dopo una discussione nata per una partenza dai blocchi, abbiamo fatto le scintille. Prima in campo e poi, come se non fosse bastato, a casa".
Merlene è rimasta quella di sempre, una donna ricca, perché l'atletica le ha regalato la possibilità di non doversi preoccupare del futuro: "Ma è ancora attenta al fitness, che pratica regolarmente. La sento spesso". Una cosa è certa secondo Tilli: "Posso tranquillamente dire che sia stata la sprinter più forte di tutti tempi, non ho mai visto niente come lei, tra le creature "pulite" (nel '99 Merlene venne trovata positiva al nandrolone ma poi la squalifica fu annullata e i laboratori antidoping che avevano rilevato il doping messi sotto inchiesta, ndr)".
La storia dell'eterna perdente, o peggio dell'eterna seconda, e sempre di centimetri, è ingiusta: "Merlene ha spesso perso, soprattutto ai Giochi, perché le altre facevano uso di doping, come l'imbroglio conclamato della Krabbe ha confermato (la leggendaria vicenda delle tre provette d'urina di tre diverse atlete con una stessa urina che portò alla squalifica, anche se non vi fu mai una reale positività, ndr). Alcune non sono mai state smascherate, certo. Ma la verità è che Merlene era soggetta alle leggi della fisiologia e come ogni atleta "pulito" faticava durante i turni dei grandi eventi, e allora era quattro turni, quindi otto fra 100 e 200. Così arrivava più stanca delle avversarie alla finale. Perché è noto che il doping aiuta anche, e quanto, nel recupero delle energie appena spese, soprattutto quando c'è poco tempo fra una prova e l'altra, come capita fra semifinale e finale olimpica o mondiale di un 100 o di un 200. Ora Merlene, con i turni ridotti a tre, forse avrebbe vinto tutto. Una volta invece era il ghepardo perfetto che si stancava dopo un assalto all'antilope nella savana. E se l'assalto fallisce, anche il ghepardo deve riposarsi all'ombra".
A meno che non sia un ghepardo dopato. "E la dimostrazione della sua grandezza è che nelle gare secche era quasi sempre lei la più forte. E vincere, per esempio al Letzigrund di Zurigo non è che fosse meno nobile...". La sua longevità è la prova della sua naturalezza, insomma. Nemmeno Bolt si è concesso il tempo di salire sul podio olimpico con un intervallo di 20 anni. Merlene, che fu bronzo nei 200 a Mosca e bronzo nei 100 a Sydney dopo la squalifica di Marion Jones, sì: "Ha corso con due mostri di laboratorio come la Griffith o la Perec (la francese allenata da John Smith...)".
La storia italiana di Merlene durò cinque anni: "Ci siamo scoloriti negli affetti e via via anche il nostro rapporto professionale si è sfibrato. Ma dopo risultati eccezionali, in campo e nella vita".Negli ultimi anni Merlene è stata perseguitata da uno stalker, a Lubjiana. Sembrava che tutto fosse finito quando la giustizia slovena riuscì ad arrestare, processare e condannare l'uomo. E invece una volta uscito dal carcere, quel tizio ha ripreso a molestarla. Così Merlene ha dovuto dimenticare Lubjiana e trasferirsi in un luogo segreto. Dovunque tu sia, grazie Merlene.