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Spazio

Un album fotografico eterno
riecco la "capsula del tempo"

L'artista e giornalista statunitense Trevor Paglen sta realizzando un disco di silicio e alluminio contenuto in una custodia d'oro e imbullonato a un satellite artificiale, che conserverà incise 100 immagini della civiltà umana e dell'ambiente terrestre per l'eternità. Il fascino irresistibile di poter sopravvivere alla nostra specie di MATTEO MARINI
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È COME il sogno dell'eternità che hanno inseguito in molti. Re, faraoni, e condottieri: tramandare la propria immagine per un tempo indefinito, oltre la propria generazione e quelle future. L'infinito accarezzato e sognato, per esistere oltre la morte. Ci hanno provato con piramidi, mausolei e templi. Tutti destinati a sbriciolarsi un giorno. Ma quali sono i manufatti che potrebbero davvero durare per sempre? Il "sempre" è relativo, intendiamoci, soprattutto in fisica. La risposta si trova a qualche migliaio di chilometri da noi. Giusto un passo, in termini cosmologici: sopra le nostre teste a circa 36.000 chilometri di distanza.

LE IMMAGINI

L'ambiente ideale per conservare il più a lungo possibile una immagine, o un manufatto in genere, potrebbe essere proprio lo spazio. Naturalmente utilizzando i supporti e i materiali giusti per resistere alle temperature e alle radiazioni solari. Ci ha pensato l'artista e giornalista statunitense Trevor Paglen che sta completando, grazie ai finanziamenti dell'agenzia Creative time, il progetto "The last pictures". Si tratta di un disco di silicio e alluminio contenuto in una custodia d'oro e imbullonato a un satellite artificiale, che conserverà incise 100 immagini della civiltà umana e dell'ambiente terrestre per l'eternità. O comunque per qualche miliardo di anni. Un messaggio per alieni venuti da lontano fino alle porte di casa nostra? Più che altro il tentativo di realizzare qualcosa che sopravviva alla nostra stessa specie.

Quello di "capsula del tempo" è un concetto interpretato più volte negli ultimi due secoli. Come quella realizzata nell'università di Oglethorpe, ad Atlanta, destinata ai posteri. È una cripta temporale, questa volta tutta terrestre. Una specie di bunker sigillato nel 1940, la "Crypt of Civilization", che contiene manufatti, scritti e pezzi della tecnologia di allora. Per aprirla bisognerà aspettare un po'. La serratura scatterà solo nell'anno 8113.  

Il progetto di Paglen e della Creative Time però è molto più ambizioso e soprattutto non ha nessun destinatario. Il disco sarà infatti spedito in orbita sul satellite geostazionario per le comunicazioni EchoStar XVI il cui lancio è programmato per novembre-dicembre dal Baikonur Cosmodrome in Kazakistan. La sua orbita, immutabile nel corso dei secoli, (che potrebbe teoricamente rimanere tale fino alla fine del nostro stesso sole) lo renderà, al pari di tutta la "spazzatura spaziale" che ci gira attorno, una delle creazioni umane che dureranno di più nel tempo. E con esso anche le immagini incise sul disco, una rappresentazione dell'umanità grazie a foto scelte con cura.

La realizzazione del progetto "The last pictures" ha richiesto cinque anni, nei quali Paglen ha intervistato e discusso con scienziati, artisti, antropologi e filosofi su cosa possa essere considerato il segno distintivo di una civiltà. Le 'impronte digitalì che descrivano noi e l'ambiente in cui viviamo. Il risultato è stata la selezione di 100 immagini (da oltre 10.000 iniziali). Foto che mostrano ghiacciai, fenomeni naturali, piante e animali, graffiti preistorici, esempi della tecnologia e dei mezzi di trasporto, la Terra vista dalla Luna, uomini, donne e bambini. Anche se non ne basterebbero mille, naturalmente, per dare un'idea anche solo vaga di quello che siamo.

Quelli scelti sono una serie di scatti che hanno poco a che fare l'uno con l'altro. Lo ammette lo stesso Paglen che spiega come questo sia "un progetto paradossale. Quelle immagini sono fondamentalmente senza senso. Non solo per il futuro, anche per il presente. Poche delle immagini parlano da sole o rivelano il loro significato. Il libro conterrà didascalie di spiegazione riguardo a ciò che si sta guardando ma il disco in orbita no. È un gesto grandioso che dimostra in parte la natura suicida di gesti grandiosi". E conclude : "Ma non è un progetto teorico (...) e sarà ancora lì quando l'umanità sarà estinta da molto tempo e i futuri dinosauri cominceranno a guardare in alto al cielo notturno". Insomma una specie di speculazione, una sfida all'eterno.

Non meno importante della questione sociologica è quella tecnica. Il disco progettato in silicio e custodito da un involucro d'oro è infatti il risultato di uno studio specifico effettuato grazie alla collaborazione dei ricercatori del Mit di Boston. I materiali scelti gli consentiranno di durare almeno fino a che il nostro Sole non si gonfierà per diventare una gigante rossa, espandendosi e fondendo tutto. Ma questo, appunto, dovrebbe accadere tra più o meno cinque miliardi di anni.

I precedenti spaziali. Come un messaggio in una bottiglia lanciato per il cosmo, le sonde Voyager 1 e Voyager 2, giunte ormai ci confini del nostro Sistema solare, portano anche loro con sé una sorta capsula temporale. Un disco d'oro che, se opportunamente decodificato (le istruzioni sono incise sul retro) può mostrare immagini della Terra, tracce audio di musica classica e Rock'n roll, i discorsi dell'allora presidente Usa Jimmy Carter e del segretario Onu Kurt Waldheim. Nell'ipotesi, o nella remota speranza, che le sonde possano incontrare, nel loro viaggio senza ritorno, qualche forma di vita con sufficienti tecnologie per decodificare il messaggio. Un messaggio per descriverci, per far sapere a qualcun altro chi siamo e come siamo fatti. Come le placche delle sonde Pioneer, lanciate all'inizio degli anni '70 e ora chissà dove fuori dall'attrazione gravitazionale del Sole a più di 12 miliardi di chilometri di distanza. Assieme alle coordinate per trovarci nell'immensità dello Spazio anche immagini di un uomo e una donna nudi, incisi sull'alluminio, che fecero scalpore all'epoca.

Anche l'idea di un satellite artificiale come baule della memoria, in effetti, si era già sentita. Keo è un progetto supportato dall'Unesco e dall'Agenzia spaziale europea e raccoglie i messaggi che l'umanità di oggi intende inviare ai propri discendenti. A questo scopo il satellite, il cui lancio è stato più volte rinviato (il prossimo è previsto per il 2014), ha una "data di scadenza". Tornerà sulla Terra infatti tra 50.000 anni portando in dote la testimonianza di "quattro pagine a testa" per ogni abitante della terra.

Un niente in termini di tempo, se confrontato con la "missione" a bordo del satellite Lageos. Ha con sé una placca con la disposizione dei continenti nel passato, nel presente e di come potrebbero essere nel futuro. Rientro previsto: tra 8,4 milioni di anni, quando il disco di Paglen sarà (forse) ancora lassù intatto a roteare in attesa dell'eternità.