SUL PALCO si muove un uomo con in mano un sottile cellulare grande come un palmo della mano. Un maglione nero attillato, jeans e scarpe da tennis. Alle spalle, nella sala poco illuminata e traboccante di pubblico, alcune scritte chiare, lineari e grafici essenziali. Dove abbiamo già visto questa scena? Pochi elementi ma inconfondibili: sembra di assistere alle celebri presentazioni di Steve Jobs, il fondatore della Apple, al lancio di un nuovo prodotto tecnologico. Sul palco, però non c'è l'indimenticato "guru" di Cupertino, scomparso nell'ottobre del 2011 a causa di un tumore. E non siamo al Moscone Center di San Francisco, ma a Pechino.
Contraffare qualsiasi prodotto è sempre stata un'accusa rivolta dagli Stati Uniti a Pechino. Ma questa volta, a venire contraffatta è addirittura un'identità. E non una qualsiasi, ma il simbolo dell'America tecnologica e del progresso a stelle e strisce: nientemeno che Steve Jobs. E' questa l'idea di Lei Jun, imprenditore multimilionario cinese che sogna di trasformare la sua azienda, la Xiaomi, nella 'Apple d'oriente', proprio nella nazione dove sono assemblati tutti i prodotti tecnologici della Apple.
Le similitudini tra l'azienda di Cupertino e quella di Lei Jun sono macroscopiche, basta assistere a una delle conferenze in cui Lei Jun imita il suo 'maestro' nei minimi particolari: nella scelta della location, nelle luci, nel linguaggio immaginifico. Persino nella comunicazione non verbale: gesti semplici, stile essenziale nei movimenti. E, naturalmente, nel design dei prodotti, praticamente identici agli iPhone. Senza parlare del celebre linguaggio immaginifico: "Stiamo facendo cose che le altre compagnie finora non hanno nemmeno immaginato. Stiamo costruendo cellulari con la tecnologia dei Pc, un'idea totalmente nuova", ripete lo Steve Jobs made in China, senza timore del ridicolo.
In effetti, se è vero che i cinesi sembrano premiare il poco originale imprenditore orientale acquistando a milioni i suoi cellulari, questo è dovuto soprattutto ai prezzi a cui Lei Jun riesce a venderli, praticamente la metà rispetto a quelli della Apple. Dal punto di vista tecnologico le innovazioni sono scarse: al massimo la Xiaomi ha adattato il prodotto al mercato cinese. Del resto, Lei Jun un aspetto fondamentale del suo 'maestro' di Cupertino l'ha colto in pieno: "In questa industria il segreto è conquistare il cuore dei clienti. Se loro arrivano ad amarti, il successo è assicurato", ha detto in un'intervista. Per questo ha tutto l'interesse a essere chiamato lo Steve Jobs cinese: il paragone crea un'aura di esclusività intorno ai suoi prodotti e rende il brand unico e adorato dai fan.
Un successo d'immagine, prima di tutto: l'imprenditore conta più di cinque milioni di follower su Sina Weibo, il Twitter cinese, ed è trattato come una celebrità negli ambienti della tecnologia. Senza contare le ricadute economiche: l'azienda si sta affermando nel mercato più grande al mondo: nessuna compagnia ha raggiunto il valore di un miliardo di dollari in fretta come la Xiaomi, nemmeno la concorrente e ben più famosa Amazon. L'anno scorso ha venduto più di sette milioni di cellulari e quest'anno secondo le previsioni dovrebbe raddoppiare gli incassi. Diventando così una delle più potenti compagnie tecnologiche, dietro a Baidu, Alibaba, Tencent e Netease: una sorpresa anche per i giganti Apple e Samsung.
Sappiamo poco della vita privata di Lei Jun. Il 1987 è l'anno la 'fologorazione': legge un libro su Steve Jobs e decide di laurearsi in scienze informatiche e per dieci anni fa la 'gavetta' in un'azienda di computer. La svolta arriva nel 2004, quando Amazon ha comprato la sua piattaforma di e-commerce Joyo. com al prezzo astronomico di 75 milioni di dollari. "E' un imprenditore fenomenale, un mago delle start up", ha riconosciuto Kai-Fu Lee, l'ex capo esecutivo di Google China.
Ma al di là della curiosità che un personaggio come questo suscita, la storia mette in luce un nuovo trend comune a molte aziende dell'estremo oriente che non vogliono più essere semplici assemblatori di tecnologie occidentali, ma cercano di conquistare anche i mercati dei Paesi più sviluppati. Perché il dragone, nella sua "folle" corsa verso il progresso, è sempre più "affamato".
Contraffare qualsiasi prodotto è sempre stata un'accusa rivolta dagli Stati Uniti a Pechino. Ma questa volta, a venire contraffatta è addirittura un'identità. E non una qualsiasi, ma il simbolo dell'America tecnologica e del progresso a stelle e strisce: nientemeno che Steve Jobs. E' questa l'idea di Lei Jun, imprenditore multimilionario cinese che sogna di trasformare la sua azienda, la Xiaomi, nella 'Apple d'oriente', proprio nella nazione dove sono assemblati tutti i prodotti tecnologici della Apple.
Le similitudini tra l'azienda di Cupertino e quella di Lei Jun sono macroscopiche, basta assistere a una delle conferenze in cui Lei Jun imita il suo 'maestro' nei minimi particolari: nella scelta della location, nelle luci, nel linguaggio immaginifico. Persino nella comunicazione non verbale: gesti semplici, stile essenziale nei movimenti. E, naturalmente, nel design dei prodotti, praticamente identici agli iPhone. Senza parlare del celebre linguaggio immaginifico: "Stiamo facendo cose che le altre compagnie finora non hanno nemmeno immaginato. Stiamo costruendo cellulari con la tecnologia dei Pc, un'idea totalmente nuova", ripete lo Steve Jobs made in China, senza timore del ridicolo.
In effetti, se è vero che i cinesi sembrano premiare il poco originale imprenditore orientale acquistando a milioni i suoi cellulari, questo è dovuto soprattutto ai prezzi a cui Lei Jun riesce a venderli, praticamente la metà rispetto a quelli della Apple. Dal punto di vista tecnologico le innovazioni sono scarse: al massimo la Xiaomi ha adattato il prodotto al mercato cinese. Del resto, Lei Jun un aspetto fondamentale del suo 'maestro' di Cupertino l'ha colto in pieno: "In questa industria il segreto è conquistare il cuore dei clienti. Se loro arrivano ad amarti, il successo è assicurato", ha detto in un'intervista. Per questo ha tutto l'interesse a essere chiamato lo Steve Jobs cinese: il paragone crea un'aura di esclusività intorno ai suoi prodotti e rende il brand unico e adorato dai fan.
Un successo d'immagine, prima di tutto: l'imprenditore conta più di cinque milioni di follower su Sina Weibo, il Twitter cinese, ed è trattato come una celebrità negli ambienti della tecnologia. Senza contare le ricadute economiche: l'azienda si sta affermando nel mercato più grande al mondo: nessuna compagnia ha raggiunto il valore di un miliardo di dollari in fretta come la Xiaomi, nemmeno la concorrente e ben più famosa Amazon. L'anno scorso ha venduto più di sette milioni di cellulari e quest'anno secondo le previsioni dovrebbe raddoppiare gli incassi. Diventando così una delle più potenti compagnie tecnologiche, dietro a Baidu, Alibaba, Tencent e Netease: una sorpresa anche per i giganti Apple e Samsung.
Sappiamo poco della vita privata di Lei Jun. Il 1987 è l'anno la 'fologorazione': legge un libro su Steve Jobs e decide di laurearsi in scienze informatiche e per dieci anni fa la 'gavetta' in un'azienda di computer. La svolta arriva nel 2004, quando Amazon ha comprato la sua piattaforma di e-commerce Joyo. com al prezzo astronomico di 75 milioni di dollari. "E' un imprenditore fenomenale, un mago delle start up", ha riconosciuto Kai-Fu Lee, l'ex capo esecutivo di Google China.
Ma al di là della curiosità che un personaggio come questo suscita, la storia mette in luce un nuovo trend comune a molte aziende dell'estremo oriente che non vogliono più essere semplici assemblatori di tecnologie occidentali, ma cercano di conquistare anche i mercati dei Paesi più sviluppati. Perché il dragone, nella sua "folle" corsa verso il progresso, è sempre più "affamato".