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Facebook aggiorna la sua privacy:
"Il tag sulle foto va nel nostro database"

L'operazione con cui etichettiamo amici e conoscenti che compaiono nelle foto pubblicate, chiarisce il social network. Tra gli obiettivi c'è quello di calibrare meglio gli annunci pubblicitari. Ma il riconoscimento facciale non è al momento attivo in Europa
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ROMA - Continua l"operazione trasparenza" di Facebook, uno dei colossi del web sotto la lente per il Datagate. Dopo il Transparency Report, con cui ha reso noto le richieste dei governi sugli utenti, il social network aggiorna i suoi documenti che si occupano di privacy. Rendendo più esplicito, tra l'altro, che il 'tag' nelle foto degli utenti (quell'operazione con cui etichettiamo amici e conoscenti che compaiono nelle foto pubblicate) viene incorporato il database del suo miliardo e passa di iscritti.
"Il nostro obiettivo è quello di facilitare la codifica in modo che la gente sappia quando ci sono le loro foto sulla nostra piattaforma", dice Erin Egan, Chief Privacy Officer dell'azienda. Va comunque specificato che la funzione a cui si riferisce questo aggiornamento - il riconoscimento facciale nelle foto - non è al momento attiva in Europa.

Come osserva il New York Times, l'azienda sta rendendo più chiari ed espliciti i modi in cui usa una grande varietà di nostri dati personali - come i nostri 'like' o quello che condividiamo - per calibrare meglio, ad esempio, gli annunci pubblicitari. "Gli aggiornamenti che mostriamo, sono il nostro modo per spiegare meglio i prodotti che esistono al momento", spiega al quotidiano Ed Palmieri, associate general counsel per la privacy di Facebook. Chi non vuole aderire a questi aggiornamenti, può in ogni caso modificare le impostazioni di sicurezza del suo profilo. Ma, osserva sempre il Nyt, questo genere di operazioni non sono sempre facili da attuare sulla piattaforma.

Appena qualche qualche giorno fa un gioudice americano aveva stabilito un indennizzo simbolico di 15 dollari per risarcire i 614mila utenti di Facebook 'utilizzati' dal social network per campagne pubblicitarie senza alcuna autorizzazione. La decisione è arrivata dopo la class action intentata nel 2011 da cinque utenti del colosso fondato da Marc Zuckerberg. Secondo il magistrato Richard Seeborg, l'uso di foto e dettagli personali di utenti Facebook, trasformati in ignari testimonial pubblicitari, non ha arrecato loro alcun "danno significativo". Con le 'Sponsored Story', attivate nel 2011, se un utente clicca su 'Mi piace' sulla pagina di un brand rischia di ritrovarsi in un elenco di "sponsor" del prodotto con la pubblicazione della propria immagine e del proprio nome. Secondo la Corte, Facebook, utilizzando in tutto 150 milioni di utenti come testimonial involontari, ha guadagnato 73 milioni di dollari, a fronte di un risarcimento complessivo da 20 milioni, che prevede, oltre al 'gettone' da 15 dollari, il pagamento delle spese legali e l'onorario delle organizzazioni che si occupano di tutela della privacy.