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Caschi neurali, occhi bionici e arti tattili: le nuove tecnologie che cambiano vita ai disabili

Caschi neurali, occhi bionici e arti tattili: le nuove tecnologie che cambiano vita ai disabili
Grazie a una collaborazione fra Intel e SwiftKey il celebre astrofisico britannico Stephen Hawking, paralizzato dalla Sla e in contatto col mondo esterno solo tramite un sensore che muove con la guancia, potrà dimezzare i tempi di comunicazione. Lo scenario dell'hi-tech per la disabilità nella Giornata mondiale dell'Onu
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NON SONO solo protesi sociologicamente intese. Per i disabili le nuove tecnologie costituiscono spesso l'unica possibilità di continuare a comunicare attivamente col mondo o recuperare funzionalità che ne migliorino la qualità della vita. L'ultima notizia è il clamoroso passo in avanti del sistema di controllo del sintetizzatore vocale utilizzato da Stephen Hawking, il celebre astrofisico britannico e massimo studioso di buchi neri. Lo scienziato, padre di numerose teoriche fisiche e astronomiche, soffre fin dall'adolescenza di sclerosi laterale amiotrofica: da vent'anni parla tramite un sensore a infrarossi, collegato agli occhiali, che controlla tramite un muscolo della guancia e che istruisce il sintetizzatore.
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Il nuovo sistema messo a punto da Intel insieme alla SwiftKey, l'azienda che realizza tastiere virtuali predittive per sistemi operativi Android e iOs, ruota appunto intorno al completamento automatico delle parole che il fisico ha intenzione di digitare, negli ultimi anni sempre di meno dato il peggioramento della malattia. Implementando un modello sulla base delle sue opere e dei suoi libri, dunque del suo vocabolario culturale, il nuovo sistema permette ad Hawking di non dover procedere selezionando lettera per lettera: gli è sufficiente digitale il 15-20% dei caratteri per completare le parole. Risultato: la velocità di scrittura è raddoppiata e anche altri compiti, tipo scrivere e leggere email o navigare su internet, ne hanno beneficiato.

Non solo Hawking: la nuova tecnologia sarà disponibile, gratuitamente, il prossimo anno e si stima che potrebbe essere utile fino a tre milioni di persone colpite da patologie neuromotorie. Ma sono moltissime le soluzioni messe a punto per migliorare  -  e talvolta rivoluzionare, come ha detto lo stesso scienziato  -  l'esistenza di chi soffre di questi disturbi. C'è per esempio BrainControl, lanciata da una startup senese che agisce misurando, tramite un caschetto e un tablet, gli impulsi elettrici del cervello tramite la tecnologia "brain-computer interface", e li sfrutta per impiegare e controllare dispositivi esterni tramite un frasario o un selettore a tre vie "sì-no-non so". Oppure un altro programma made in Italy, da poco presentato al Centro diagnostico italiano di Milano, battezzato Cyberbrain e sviluppata da AB medica, che farà a meno dei cavi di trasmissione passando per una frequenza radio dedicata.

D'altronde, senza tornare troppo indietro nel tempo, basta pensare all'inaugurazione degli ultimi mondiali brasiliani: lo scorso 12 giugno un ragazzo paraplegico ha dato un simbolico calcio d'inizio alla competizione più attesa dagli appassionati di pallone grazie all'avveniristico progetto Walk again coordinato dal neuroscienziato brasiliano Miguel Nicolelis insieme a una serie di atenei fra cui l'università Duke in Nord Carolina e lo Swiss Federal Institute of Technology di Losanna: un esoscheletro ha consentito al giovane di guidare le gambe letteralmente col pensiero per poter così calciare  -  anche se nella colpevole trascuratezza della regia internazionale  -  la sfera con cui si sarebbe giocato il match inaugurale Brasile-Croazia.
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Tornando in Italia, c'è almeno da menzionare l'esoscheletro Neuroexos messo a punto dai ricercatori della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa: serve a recuperare l'articolazione del gomito, anche se solo in termini terapeutici. Una strada, quella dell'inclusione tramite le nuove tecnologie, supportata anche dall'Onu: non è un caso che le Nazioni Unite dedichino esattamente a questo tema la Giornata internazionale delle persone con disabilità che si celebra proprio oggi. Lavoro, assistenza, sicurezza, coinvolgimento: la tecnologia "nel corso della storia umana ha sempre influenzato il modo in cui le persone vivono", hanno detto dall'organizzazione. Tutte, incluso quel miliardo che sconta una qualche forma di disabilità e che oggi ha profonde possibilità di recupero.

Altro ambito di alta ricerca è quello delle protesi bioniche: è il caso dell'occhio Argus II, un sistema di protesi retinica messo a punto dall'azienda statunitense Second Sight, che può essere impiantato sugli esseri umani per recuperare parzialmente dalla retinite pigmentosa consentendo di distinguere fra luce e oscurità. Ridare la vista ai ciechi è anche l'obiettivo della startup genovese Horus Technology di Saverio Murgia, Luca Nardelli e Benedetta Magri. In questo caso, le informazioni all'utente arrivano in maniera meno invasiva, via audio, sempre grazie a una telecamera montata sugli occhiali che riprende il mondo circostante. Lettere e frasi comprese. Il progetto è in fase di crowdfunding: servono soldi per finalizzare i prototipi da testare insieme all'Unione italiana ciechi e ipovedenti.

Quello degli arti bionici è un capitolo a sé stante. Si parte da quelli realizzati da Todd Kuiken del Rehabilitation Institute di Chicago. Furono impiantati sui "pazienti zero" Claudia Mitchell e Jesse Sullivan nell'ormai lontano 2006 grazie a un progetto pluriventennale finanziato anche dalla Darpa, l'agenzia del Pentagono all'origine di internet. Nel corso degli anni, quelle protesi hanno anche recuperato, grazie ad algoritmi più sofisticati in grado di riconoscere e anticipare pattern di movimento, una certa scioltezza. Passi avanti anche per le "gambe pensanti"  -  in grado anche di aiutare il paziente ad alzarsi  -  grazie ai lavori, sempre nello stesso istituto, dell'ingegnere neurale Levi Hargrove.

Sempre a una serie di istituti fra cui alcuni italiani come la Sant'Anna, il Policlinico Gemelli di Roma e il Campus Bio-Medico, si deve l'avanzamento in termini di sensibilità delle protesi grazie al progetto LifeHand2, che sfrutta il lavoro di sensori di pressione installati nelle dita di una mano artificiale collegati ai nervi sensoriali del braccio per ridare un minimo di sensazione tattile. Stessa linea di altri studi come quelli della Case Western Reserve University di Cleveland, in Ohio: l'idea è ovviamente che questo genere di feedback sensoriali, per quanto limitati, aiutino i pazienti a gestire un rapporto migliore e più virtuoso con la protesi.

Non mancano, saltando tutto il capitolo della stampa tridimensionale utilizzata non solo per realizzare tessuti e organi ma anche per confezionare protesi low cost come nel caso di Project Daniel di Mick Ebeling, i chip flessibili utilizzati dallo Sheba Medical Center israeliano per creare pelle artificiale per chi ha subito ustioni, amputazioni o gravi danni. Oppure lo sterminato lato software, legato alle applicazioni pensate per semplificare la vita a ciechi o sordi presentate all'ultima edizione di Handimatica, la fiera delle nuove tecnologie al servizio della disabilità andata in scena a Bologna a fine novembre. Da WinGuido per i non vedenti a 3D Media Toonz per i sordi a Parloma, il sistema di comunicazione per sordociechi.