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Hyperface, contro il riconoscimento facciale: ecco il tessuto che manda in tilt i social

Il progetto dell'artista e hacker Adam Harvey, da sempre in lotta contro la sorveglianza di massa: un pattern con cui confezionare abiti e accessori in grado di confondere gli algoritmi in cerca di volti
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ADAM HARVEY ha una fissazione: la privacy. L'artista e hacker statunitense di base a Berlino ha sviluppato questa sua ossessione in diversi modi. Dal progetto CV Dazzle di ormai sette anni fa agli accessori anti-drone del 2013 fino a una specie di gabbia di Faraday per proteggere lo smartphone dalle intercettazioni, sempre nello stesso anno. Di lui hanno parlato in molti, negli anni, dalla Bbc a Der Spiegel, perché affronta in modo provocatorio lo spinoso tema della riservatezza nell'era della trasparenza a ogni costo. Ora torna a farlo con un progetto appena presentato al Chaos Communication Congress di Amburgo: si chiama Hyperface ed è forse uno dei più semplici ma geniali mai partoriti. L'obiettivo è proteggerci dall'invadenza dell'intelligenza artificiale. In particolare dai meccanismi di riconoscimento facciale.
 
La scansione del volto per fini commerciali è sempre più comune. Se sui social network è la regola - basti pensare al sistema dei tag suggeriti su Facebook o alla classificazione delle immagini nella galleria fotografica con iOS10 - altrove, cioè offline, lo diventerà anche nei negozi comuni. Per tracciare e ricordare le nostre abitudini e proporci offerte in tempo reale. Amazon, per esempio, lo farà nei suoi negozi Go, il primo dei quali è già stato inaugurato a Seattle e che dovrebbe essere seguito da alcuni in Gran Bretagna. Per questo Harvey ha ideato un tessuto in grado di mandare in tilt questi sistemi con quello che qualcuno ha definito "un attacco DDoS di presunte facce". L'aspetto divertente è che ci è riuscito lavorando sostanzialmente su specifici pattern stampati su un tessuto che a sua volta potrebbe essere utilizzato per confezionare in teoria qualsiasi indumento: un abito, un foulard, un cappello. Ma anche per foderare il fondale di un ambiente.
 
La fantasia ideata dall'artista confonde i sistemi sottoponendo loro numerosi "falsi positivi". Insomma una grande quantità di elementi che solo se guardati con attenzione potrebbero corrispondere a occhi, bocche, fronti e altri punti costitutivi di una quantità di volti ma che in realtà ricordano pixel bianchi e neri. Tanto che il risultato è un pasticcio in cui la faccia del soggetto protetto (ma non coperto, questa la novità) da quello specifico tessuto non è minimamente individuabile. E rimane così al sicuro.
 
Già con CV Dazzle, una proposta del 2010, Harvey aveva puntato l'attenzione sui sistemi di riconoscimento facciale. Ma in quel caso aveva scommesso sulle acconciature, provando come fossero funzionali a evitare di essere riconosciuti a partire dalle immagini di una telecamera di sorveglianza. Se quella era una vera e propria provocazione che incrociava moda, hairstyle e riservatezza con tanto di suggerimenti su come pettinarsi per passare inosservati agli algoritmi, quella di Hyperface è invece una trovata elementare e dunque replicabile su larga scala. Ha insomma il sapore della semplicità di un'invenzione da serie tv distopica, di quelle che vanno oggi tanto di moda, da Black Mirror a 3% passando per Westworld.
 
"Come ho spiegato in precedenti progetti si può cambiare il modo in cui si appare, è vero. Ma c'è anche l'opportunità di modificare il background, cioè le cose che ci sono vicine, che ci circondano e che possono, anch'esse, influenzare l'attendibilità delle rilevazioni effettuate da un computer". Hyperface fa proprio questo, sovraccaricando un algoritmo con ciò di cui va in cerca, cioè volti, saturandone la capacità di analisi e dunque impedendo un risultato effettivo. Realizzati con lo studio internazionale Hyphen-Labs, i tessuti possono essere utilizzati "per modificare l'ambiente intorno a noi, qualcuno che ci sia vicino o gli abiti che indossiamo".
 
L'attenzione sull'argomento è alta. Qualche tempo fa l'azienda olandese Avg Innovation Labs ha lanciato una spilletta per evitare di farsi taggare sui social network. Si tratta di una specie di badge protettivo che basa indossare: è collegato a un programma che sfrutta un algoritmo per andare a ripescare quel tipo di logo e effettuare il lavoro di pulizia. "Nel giro di un secolo vivremo una trasformazione nella moda simile a quella dei primi anni del Novecento, quando tutti indossavano il cappello - ha spiegato Harvey - non sappiamo come ma speriamo che siano accessori in grado di ottimizzare la nostra privacy". Prossima dimostrazione al Sundance Festival di Park City a metà gennaio.