C’è uno sguardo che denuda senza toccare, una violenza che non lascia lividi ma impronte digitali. Una violenza che si consuma in rete, su SocialMediaGirls, un forum con oltre sette milioni di utenti, dove le immagini di centinaia di donne — influencer, giornaliste, cantanti, politiche — vengono manipolate con l’intelligenza artificiale per ricreare corpi nudi realistici e sempre senza consenso. È il nuovo volto di una violenza online che si traveste da tecnologia: un “gioco” di codice e pixel che in realtà è un abuso d’immagine, un furto d’identità.
Denunciato dalla giornalista Francesca Barra, il sito raccoglie e diffonde migliaia di immagini generate con l’intelligenza artificiale. Al suo interno c’è una sezione chiamata “AI Undress Anybody”, interamente dedicata a volti noti dello spettacolo e della comunicazione italiana — da Chiara Ferragni a Selvaggia Lucarelli, da Benedetta Parodi a Diletta Leotta — raffigurati in nudi digitali creati senza alcun consenso.
La piattaforma è online da diversi anni e ospita contenuti deepfake — ovvero video, foto o audio manipolati dall’intelligenza artificiale per sostituire o alterare un’identità reale — immagini intime esplicite e link a materiale illegale, spesso condivisi all’interno di thread che si alimentano reciprocamente. Il forum adotta meccanismi di anonimato molto sofisticati, tipici delle comunità digitali che operano ai margini della legalità e che rendono estremamente difficile risalire agli autori.
Da “Phica.eu” al gruppo “Facebook Mia Moglie”, lo schema non cambia: piattaforme semi-clandestine che diffondono migliaia di immagini di donne, spesso prelevate da profili social privati o rubate dalle telecamere di sicurezza. Archivi costruiti dagli utenti, poi replicati da bot o community chiuse che si scambiano link e backup. È la nuova forma della pornografia sintetica, ospitata su server esteri, fuori da ogni giurisdizione, e alimentata da algoritmi che premiano la viralità più che la legalità.
Come difendersi dalle manipolazioni pornografiche: cosa dice la legge
Ripubblicazione di foto e contenuti: il problema non è il consenso ma la violazione della dignità
C’è una linea sottile tra creatività e violazione. La legge 132 del 2025 ha introdotto nel Codice penale l’articolo 612-quater, che punisce la “diffusione illecita di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale”. In sostanza, la pubblicazione o condivisione di un deepfake costituisce reato e, nella maggior parte dei casi, può essere perseguita solo su querela della vittima. In tutti i casi, se le proprie foto vengono modificate o diffuse online senza consenso, è importante raccogliere prove (screenshot, link e data di pubblicazione), segnalarle il prima possibile alla Polizia Postale, richiederne la rimozione tramite i moduli ufficiali di Google o della piattaforma dove il contenuto è comparso, e rivolgersi a un legale per formalizzare la denuncia.
Dentro l’inganno digitale: i tool che smascherano i deepfake
Come difendersi dalle piattaforme sessiste e dai furti d’immagine online? Essere completamente immuni dal rischio deepfake è complicato, ma non impossibile. Esistono strumenti che permettono almeno di capire se un’immagine è stata manipolata, di monitorare la propria identità digitale e, in alcuni casi, di bloccare la diffusione dei contenuti non consensuali. Per capire se un’immagine o un video sono autentici o creati con l’intelligenza artificiale, oggi esistono strumenti di analisi sempre più precisi.
Tra i più avanzati ci sono Sensity AI e Sightengine, due piattaforme che esaminano ogni fotogramma o pixel alla ricerca di anomalie invisibili all’occhio umano — microdistorsioni, incoerenze luminose o tracce tipiche dei modelli generativi — e restituiscono un punteggio di probabilità che l’immagine sia artificiale. Oppure tool come Fake Image Detector, che consente di caricare una foto e ricevere in pochi secondi un’indicazione sull’origine del file: se è stata creata da un modello di IA o scattata da una fotocamera reale.
Un altro strumento utile è Google SynthID, una tecnologia sviluppata da DeepMind che inserisce una firma invisibile nelle immagini e nei video creati con i modelli di intelligenza artificiale di Google. Questa firma non è visibile a occhio nudo, ma può essere rilevata da un software dedicato e serve a verificare se un contenuto è stato generato artificialmente. È, in sostanza, un’etichetta digitale nascosta nei pixel, pensata per rendere più chiara la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è prodotto da un algoritmo.
Chi vuole spingersi oltre nella verifica può utilizzare strumenti di analisi OSINT – acronimo di Open Source Intelligence – piattaforme che raccolgono e incrociano informazioni pubbliche disponibili sul web. Tra le più note c’è Maltego, un software pensato per la visualizzazione e l’analisi delle relazioni: partendo da un dominio, un URL, un indirizzo IP o un account, Maltego esegue ricerche su fonti pubbliche e API e costruisce un grafo che mette in luce collegamenti tra server, certificati, indirizzi email, profili social e altri indicatori. È così possibile ricostruire reti di diffusione, individuare mirror o copie di siti e risalire ai percorsi di propagazione di un contenuto manipolato o non consensuale.
Dalla reazione alla prevenzione: la nuova frontiera della difesa digitale
Accanto agli strumenti che servono a reagire, stanno nascendo anche tecnologie pensate per prevenire la manipolazione delle immagini. Una delle più promettenti è Glaze, un progetto sviluppato dal team di ricerca dell’Università di Chicago per proteggere i contenuti digitali dall’uso improprio da parte dei modelli di intelligenza artificiale. Il programma applica microscopiche modifiche invisibili alle immagini: per l’occhio umano restano identiche, ma per un algoritmo appaiono come se appartenessero a tutt’altro stile o soggetto. Questo fa sì che, quando un modello di IA tenta di copiarle o analizzarle per generare nuove versioni, i risultati siano completamente distorti. Non si tratta di un watermark o di un messaggio nascosto, ma di una trasformazione profonda dei dati dell’immagine, pensata per renderla inutilizzabile ai sistemi di intelligenza artificiale.
Come scoprire se la tua immagine è finita online senza consenso
Quando si sospetta che un’immagine sia stata manipolata o diffusa senza consenso, il primo passo è la ricerca inversa: servizi gratuiti come Google Immagini o TinEye permettono di scoprire dove una foto è apparsa online e se ne esistono copie, versioni modificate o manipolate. Funzionano in modo semplice: si carica la foto o se ne incolla l’URL, e l’algoritmo cerca corrispondenze visive su tutto il web, mostrando i siti dove quell’immagine (o una sua variante) è pubblicata. È un passaggio importante, perché consente di capire quanto un contenuto si è già diffuso e di individuare forum o piattaforme che lo ospitano.
Un’altra misura semplice ma efficace è attivare Google Alert con il proprio nome e alcune parole chiave sensibili — per esempio “deepfake”, “nudo”, “foto”, “IA” o “immagine”.In questo modo si ricevono notifiche automatiche via e-mail ogni volta che il motore di ricerca indicizza una nuova pagina in cui compare quella combinazione di parole.È, in pratica, come avere un radar personale che monitora costantemente la rete e segnala in tempo reale se il proprio nome viene associato a contenuti potenzialmente manipolati.