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Tecnologie per un clima che cambia

Tecnologie per un clima che cambia

Secondo gli analisti il climate tech è uno tra i mercati più dinamici al mondo, destinato a crescere fino a 218,33 miliardi di dollari entro il 2033. L’Italia? È in prima fila, grazie ad alcune

startup di successo e a fondi dedicati

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La crisi climatica è una realtà planetaria. Sta modificando la vita sulla Terra. Anche l’estate 2025 è entrata negli annali: il mese di giugno è stato il più caldo di sempre in Italia. Non solo, l’intensificazione di fenomeni meteorologici estremi, le ripetute alluvioni, siccità e incendi, colpiscono la nostra vita in termini di sicurezza, salute pubblica e stabilità economica. Questi cambiamenti non riguardano solo la natura, ma coinvolgono profondamente la società nel suo insieme, ponendo sfide complesse che necessitano di soluzioni innovative, integrate e collaborative. È un processo che non impatta solamente il presente, ma anche il futuro e le generazioni che verranno, rendendo imprescindibile una visione a lungo termine.

Per affrontare l’emergenza climatica bisogna anche innovare il modo di produrre beni, costruire edifici, spostarsi, riciclare i rifiuti, e gli esempi potrebbero continuare a lungo. Se ne occupa il cosiddetto climate tech: innovatori, scienziati, startup, imprenditori visionari – coloro che trasformano idee rivoluzionarie in soluzioni concrete per la transizione climatica.

Sono i protagonisti del settore focalizzato sulla lotta al cambiamento climatico attraverso le nuove tecnologie [che rientra nell’ambito del cleantech, ndr]. Tra le innovazioni del comparto rientrano i sistemi di cattura del carbonio, il monitoraggio climatico, infrastrutture resilienti e lo stoccaggio avanzato di energia rinnovabile. In altre parole, tecnologie progettate per avere un impatto diretto sul clima.

Il mercato globale del climate tech è stato valutato in 34,2 miliardi di dollari nel 2024 e si prevede che raggiungerà i 218,33 miliardi entro il 2033, con un tasso di crescita annuale del 22,87% nel periodo 2025–2033 (fonte Astute Analytica). La politica ambientale è diventata il motore più affidabile per la crescita del settore, con il 2024 che segna il passaggio da impegni volontari a mandati obbligatori.

In questo scenario, quello che una volta era un mercato periferico per l’innovazione all’interno dell’Unione Europea, oggi è in piena espansione.

Con l’Italia che si è ritagliata un suo spazio grazie a startup climatiche di successo – come Energy Dome, Limenet, WSense, RarEarth – e a un numero crescente di fondi dedicati come Mito Technology Ventures, 360 Capital, Primo Climate, Maya Ventures, Algebris Climatech, Coreangels Climate.

I dati sugli investimenti in startup cleantech italiane al terzo trimestre del 2025 mostrano segnali incoraggianti: dopo la frenata del trimestre precedente, si è registrata un’impennata che porta il totale a quasi 130 milioni di euro investiti da gennaio ad agosto, già oltre i livelli del 2023 (fonte Cleantech for Italy). Un risultato in controtendenza rispetto alla contrazione degli investi menti globali, che riflette la forte fidu cia degli investitori italiani nel settore.

Sul piano settoriale, i materiali avanzati continuano a dominare il mercato, in linea con il 2024: rappresentano il 44% degli investimenti conclusi quest’anno, con particolare attenzione al biomanufacturing (Arsenale Bioyards) e ai materiali ottenuti da scarti alimentari (Krill Design).

In crescita anche il comparto energetico, trainato dal round di 27 milioni di dollari di Tulum Energy, startup pionieristica nella produzione di idrogeno pulito, guidata da Massimiliano Pieri. «La nostra tecnologia si distingue soprattutto per la capacità di assicurare allo stesso tempo un’elevata scalabilità e un’eccezionale efficienza energetica», dice Pieri. «In questo modo potremo soddisfare le notevoli esigenze dei grandi consumatori industriali di idrogeno, come le raffinerie e gli impianti chimici, a costi competitivi».Non solo, è aumentato anche l’investimento medio, ora pari a 3,6 milioni di euro rispetto ai 2,3 del 2024.

«Questi dati – secondo Federico Cuppoloni, direttore di Cleantech for Italy – delineano un quadro chiaro dello stato del cleantech italiano: il lancio dei nuovi fondi e la maturazione di realtà di primo piano – come Energy Dome, che ha di recente siglato una partnership strategica con Google per lo stoccaggio energetico a lungo termine – segnano la fine della prima fase di sviluppo del mercato e l’avvio della successiva, quella dello scale-up e dell’ingresso sistematico di nuove soluzioni sul mercato. La sfida per il 2026 sarà affrontare tre nodi cruciali dell’industrializzazione: il nodo finanziario, ovvero mobilitare risorse sufficienti a sostenere i primi impianti su scala industriale; il nodo del mercato interno, che richiede di valorizzare la base produttiva del Paese e di attivare pienamente la domanda pubblica come leva di adozione tecnologica; e quello regolamentare, che implica processi di permitting più rapidi e un accesso più semplice agli strumenti di finanza pubblica. Capitali, domanda interna e regolamenti: tre sfide che richiedono una politica industriale nuova, se l’Italia vuole fare del climate tech la leva della propria competitività».