Quella in discussione potrebbe essere la prima legge di bilancio scritta anche grazie dall’Intelligenza artificiale. Non è un mistero. I parlamentari di Camera e Senato da mesi oramai hanno preso dimestichezza con gli strumenti di IA generativa. Non è neppure una novità. Diversi deputati e senatori usano già l’IA per interrogazioni e emendamenti. Talvolta in modo esplicito, altre volte meno.
In alcuni casi in modo anche un po’ provocatorio, come ha fatto il deputato di Azione Marco Lombardo, che lo scorso maggio ha presentato un’interrogazione interamente scritta da ChatGpt. Primo caso (ufficiale) in un’aula parlamentare. Ma la legge di bilancio è un’altra cosa. È la più complicata delle leggi. Un atto normativo vasto e tecnico, dove nell’equilibrio tra entrate e uscite spesso si nascondono dettagli, micro-misure (le così dette mancette), effetti di tensioni politiche.
L’uso di chatbot per analizzare emendamenti e modifiche al testo
Mercoledì scorso al termine di una conferenza in Senato su Intelligenza artificiale e economia il senatore Massimo Garavaglia si è congedato in tutta fretta: “Mi spiace molto dovermi allontanare, ma mi attendono 500 emendamenti alla manovra da analizzare. Certo, l’Intelligenza artificiale aiuta, ma comunque serve un controllo”.
L’evento è stato organizzato dallo stesso Garavaglia. Ed era presente anche la senatrice del Pd Susanna Camusso. Lei, che l’IA ha detto di non usarla e di preferire ancora carta e penna (“meglio se stilografica”, ha aggiunto), ha però detto di aver notato l’uso di strumenti di intelligenza artificiale generativa da parte dei suoi colleghi. “Si vede, si legge quando lo fanno”. Ma a quali sono questi strumenti?
Camusso (Pd): “L’IA è meno usata nel lavoro di quanto si narra. I monopoli Big Tech? Vanno smontati”
La Camera ha voluto una sua IA. Ma in pochi la usano
Lo scorso luglio sono stati presentati tre progetti di IA per supportare il lavoro dei parlamentari. Depuchat, Norma e Mse. Ognuno con funzioni specifiche: trasparenza, analisi della produzione legislativa; scrittura assistita. Difficile avere stime assolute, ma è facile immaginare che non siano questi quelli usati in questi mesi. Anzi, molti ne sono certi. “Penso che siano in pochi a usarli. I tempi di risposta alle domande sono molto lunghi, le risposte talvolta sbagliate e spaginate. Direi che al momento siamo in una fase ancora molto sperimentale”, spiega a Italian Tech Giulia Pastorella, deputata di Azione e tra le persone in Parlamento più attente ai temi dell’innovazione.
Da qualche mese i deputati più attenti usano normalmente strumenti di Ia per scremare e analizzare emendamenti. Ma gli strumenti più usati sono quelli più popolari: Chatgpt di OpenAi, Claude di Anthropic, Gemini di Google. Sono più veloci, più precisi e facili da usare. “Lo fanno in molti e io stessa mi sono trovata a spiegare a colleghi più anziani come usarli”, continua Pastorella.
Difficile dire quando questi strumenti saranno migliorati e usati dall’arco parlamentare. Ma resta il dubbio sul perché non si sia deciso di adottare una soluzione aperta, come Mistral o Anthropic, adattandola al lavoro parlamentare. I tre prototipi sviluppati dalla Camera dei deputati e presentati lo scorso 9 luglio sono stati concepiti per modernizzare e supportare il lavoro parlamentare. Ma se questo sta avvenendo è grazie agli strumenti di IA già in circolazione. "Io sono sempre molto scettica verso soluzioni create ad hoc per soluzioni pubbliche. C’era la possibilità di usare uno strumento già sul mercato, ma garantendo massimo di rispetto e segretezza”. Si poteva adattare al lavoro dei parlamentari uno strumento esistente quindi, è l’opinione di Pastorella. “Non so perché non sia stata scelta quella strada”.
I rischi dell’uso dell’IA generativa: segretezza dei testi, precisione delle risposte e visione politica
Tra i parlamentari c’è chi è curioso. Chi meno. “Il punto è che bisogna usarli con attenzione. Ci sono dei documenti segreti che è meglio non caricare su un chatbot di IA. E comunque le risposte vanno controllate per capire se ci sono allucinazioni e errori”, continua. Ma quanti lo fanno? Qui è difficile dirlo, anche perché si scende nell’uso personale di un sistema che è utilissimo, aiuta, ma ha limiti noti rispetto a segretezza e privacy. Quello che si carica su un chatbot di IA, entra in possesso del chatbot stesso.
Ma condividere dei documenti riservati non è l’unico rischio. C’è il rischio che un sistema di IA possa dare risposte sbagliate. C’è quello di usare quelle informazioni per interrogazioni e riportare al microfono di Camera e Senato delle informazioni scorrette. C’è un rischio di pigrizia, di delegare in modo eccessivo il proprio ruolo politico a un software.
E c’è infine un problema di linea politica: molti chatbot non si limitano a dare delle risposte, ma le danno a loro modo, spesso portandosi dietro pregiudizi dovuti al loro addestramento. “Con i giusti modi si può chiedere qualcosa di specifico adattando al proprio tono, al proprio stile, alla propria ragione politica”, ragiona Pastorella. “Ma il rischio è che queste IA vengano usate in parlamento in modo acritico. ChatGpt non è l’enciclopedia, ma molti sembrano non rendersene conto”, conclude.