Italian Tech

Intelligenza artificiale

La terza guerra globale dei browser

La terza guerra globale dei browser

Promette di essere combattuta ovunque. Finora le altre due le ha vinte chi offriva la migliore velocità. E chi ha vinto ha vinto tutto. Questa si giocherà sull’integrazione più riuscita dell’IA capace di agire e sintetizzare per noi. Chi sono gli attori in campo e quali gli scenari più probabili

4 minuti di lettura

La terza guerra dei browser è appena iniziata. E se le prime due si sono giocate soprattutto sulla velocità di caricamento delle pagine, questa la vincerà chi saprà integrare capacità di azione e intelligenza degli agenti IA integrati.

Il termine ‘guerra’ non è un’esagerazione dei media o degli analisti che ne fanno ampio uso. La verità salta subito agli occhi se si dispongono su una linea temporale i browser più popolari della storia di Internet. Dal 1992 ad oggi c’è una costante subito evidente: chi vince raggiunge sempre percentuali di adozione vicine alla totalità degli utenti. Chi vince, vince tutto. E quindi la storia di Internet è anche la storia dei browser che l’hanno resa più accessibile.

Da WordWibeWeb a Chrome: 30 anni di alternanze in vetta

WordWideWeb, il primo browser inventato da Tim Berners-Lee nel 1990. Mosaic, che ha raggiunto il suo picco nel 1993. Netscape Navigator, dominante tra il 1995 e il 1998. Poi Internet Explorer di Microsoft (1999-2010). La loro alternanza è stata motivata soprattutto dalla facilità di utilizzo. È stata la loro la prima guerra dei browser. Fino all’arrivo della seconda era. Dove la competizione si è spostata sulla performance, sulla velocità di rendering e sull’interfaccia utente. Safari nel 2003, Mozilla Firefox l’anno successivo, che ha offerto una risposta open source a Explorer.

Poi arriva il 2008. Google mette a disposizione Chrome. Che diventa il browser più usato dal 2010 fino ai giorni nostri. In ogni caso, in ogni alternanza, chi ha vinto la partita lo ha fatto portandosi dietro percentuali enormi di utilizzo, spesso sopra il 70%. Forse basta questo elemento per capire perché oggi siamo di fronte a quella che molti ritengono una nuova guerra dei browser. E l’Intelligenza artificiale è la causa del conflitto.

Chi ha provato i nuovi browser con l’IA concorda su un punto: una volta provati, è difficile tornare indietro. Difficile dire oggi se sia davvero così. La forza di Chrome con l’IA Mode e Overview, di Atlas di OpenAi, di Dia, di Comet di Perplexity è tutta qui. Offrono una esperienza diversa di Internet. Un nuovo modo di cercare le informazioni. Un rapporto uomo-macchina più integrato, dove la seconda non solo cerca, ma ordina, sintetizza, agisce al posto nostro.

Cosa ha determinato finora la successione al trono dei Browser

È un modello più rapido. Più comodo. E facile da adottare. Tutti elementi che finora hanno caratterizzato ogni lotta di successione al trono dei browser: ha vinto sempre chi è stato in grado di offrire il sistema più semplice e efficiente. Per molti, questo nuovo uso della rete potrebbe portare alla morte del Web: nato per navigare tra le pagine (surfare si è detto per anni), oggi su questi browser ci si atterra, si chiede qualcosa e si ottiene una risposta. E spesso quella risposta la si dà per buona. Fine.

A questo quadro un po’ catastrofista ha cercato di rispondere lo stesso inventore del World Wide Web, Berners Lee: “Il web non è morto”, ha detto in una recente intervista a The Verge. “Ma la partita oggi non è più nel design del browser, ma nel controllo dell’agente che naviga al tuo posto. È il primo cambiamento strutturale”. Nel ragionamento di Berners Lee, il web semantico (quello che usiamo ancora oggi), non ha fallito. Ma da ora in poi, non si tratterà più di avere schede o icone più belle, fatte meglio, ma di chi controlla l’entità che interpreta e agisce al posto nostro sul web.

L’IA e l’organizzazione del caos: i browser in gara

L’IA struttura il caos del web semantico. Capisce i dati e li connette logicamente. Si tratta di una rivoluzione, a suo avviso, potenzialmente positiva. Ma il controllo dell’agente è il rischio. E la vera posta in gioco. Lo ha capito bene OpenAi. Tre anni dopo aver lanciato ChatGpt, la società di Sam Altman ha lanciato Atlas, il suo browser con l’IA. A ben vedere Atlas, come tutti gli altri browser lanciati negli ultimi mesi, non è uno strumento di navigazione con l’Ia.

È una ChatGpt che naviga Internet al posto nostro. Ordina, suggerisce, pianifica, acquista per noi. L’intera esperienza di ricerca online può essere delegata. Stessa cosa per Comet di Perplexity (lanciata a settembre 2025), oppure per Claude di Anthropic. Si possono ‘digitare’ titoli di libri e chiedere di acquistarli. È il software a riempire il carrello per noi.

Ma la competizione nei mesi si è articolata su più fronti. Tra i browser potenziati dall'IA c’è anche Dia di The Browser Company, che integra una chat IA con la capacità di analizzare la cronologia e i siti a cui l'utente è collegato per svolgere compiti. A questi si aggiunge Neon di Opera, un agentic browser con consapevolezza contestuale in grado di fare ricerca, shopping e persino scrivere codice anche offline.

Parallelamente, un'altra linea di attacco è costituita dai browser focalizzati sulla privacy, che mirano agli utenti insoddisfatti della raccolta dati, come Brave (con blocco tracker integrato e ricompense in criptovaluta), DuckDuckGo (che ha recentemente integrato funzionalità di IA generativa e blocco anti-truffa) e Vivaldi (che offre un'interfaccia ultra-personalizzabile senza tracciare i dati utente).

Una sfida che sembra entusiasmare soprattutto gli analisti più attenti alle questioni di privacy su questo fronte è Ladybird, che mira a costruire un browser open source totalmente nuovo, senza ricorrere al codice di Chromium (il progetto open source di Google, usato da molti browser in circolazione).

C’è infine quelli che sono stati rinominati i “mindful browsers", che pongono l'accento sul benessere mentale e sulla produttività: Opera Air integra promemoria per le pause ed esercizi di respirazione, mentre SigmaOS si concentra sull'organizzazione del lavoro con un'interfaccia workspace-style e schede verticali trattate come to-do list.

Tanti concorrenti, una certezza: Google ha una posizione difficile da scalzare

Tutti esperimenti. Nuovi lanci che con ogni probabilità nel medio periodo più che a nicchie di mercato punteranno a essere integrati come estensioni di browser esistenti. La realtà oggi è che Chrome, il browser di Google Alphabet, detiene il 72% del mercato globale e circa 3 miliardi di utenti (secondo Safari, 14%, terzo Edge di Microsoft, 4%). Per scalzarlo però dal vertice delle ricerche bisogna vincere la partita più difficile: riabituare la memoria muscolare degli utenti; allentare il freno che ognuno ha nel cambiare le proprie abitudini.

E ‘aprire Chrome’ oggi è lo standard per miliardi di persone. “Può sembrare una guerra tecnologica, ma non è così. È una guerra di mercato”, commenta Paolo Cellini, professore di Economia digitale alla Luiss di Roma. “Google ora è sotto assedio. E si muove in ritardo. Ma Google quello che sta accadendo lo vede. E sa che sono a rischio 250 miliardi di ricavi dalla pubblicità.

Si muoverà di conseguenza e farà un prodotto all’altezza dei suoi rivali, userà la sua presenza nei sistemi Android (il software per dispositivi mobile di Google, ndr), porterà l’Ai Mode in tutto il suo ecosistema”, ragiona Cellini. L’effetto ipotizzabile, per il docente, è uno solo: “Se sono capaci di farlo, non credo ci sarà mai partita.” Google parte da una posizione di forza.

Chrome è usato da miliardi di persone, in tutto il mondo. Domina anche in Russia e in Cina, anche se invece di Google sono usati altri motori di ricerca, rispettivamente Yandex e Baidu. Eppure, molti esperti di tecnologia pensano che Atlas, Comet o Dia possano determinare la caduta del gigante. Per Cellini, pensare che sia vera partita è un po’ illudersi: “È difficile. In questo mercato non c’è spazio per tutti. Vincerà uno, e Google parte avvantaggiata.”

@arcangelo.rociola