Nei giorni scorsi l’account ufficiale Disney ha pubblicato su Threads, la piattaforma social controllata da Meta, un invito ai follower: condividere una citazione tratta dai suoi film o cartoni animati che consentisse di descrivere il proprio stato d’animo in quel momento.
Si trattava del classico post pensato per stimolare l’engagement, costruito appositamente per generare commenti e interazioni.
Invece di risposte innocue, molti utenti hanno iniziato a usare quel post per lasciare messaggi apertamente antifascisti o comunque contro l’autoritarismo.
Lo hanno fatto, appunto, condividendo frasi tratte dall’immaginario Disney e dai suoi franchise – dal cartone animato Robin Hood a Indiana Jones e l’ultima crociata – trasformando dialoghi di personaggi fittizi in veri e propri messaggi politici.
A un certo punto il post è stato rimosso, senza alcuna spiegazione ufficiale.
Come spesso accade sui social, la “censura” ha fatto ancora più rumore, anche perché alcuni utenti avevano già salvato il contenuto e i commenti, oggi non più accessibili.
Il post di Disney che faceva leva sulla nostalgia è un caso emblematico della comunicazione dei brand sui social.
Le aziende sollecitano la partecipazione del pubblico, salvo poi intervenire quando la conversazione prende una piega politica, scegliendo di ridurre l’esposizione e chiudere il confronto.
In questo caso l’effetto è stato controproducente: la rimozione del post ha suggerito che la major americana volesse smarcarsi dalle opinioni politiche “allegate” al suo post, finendo così per amplificare l’attenzione sulla vicenda.