«L’India prova a ridisegnare gli equilibri geopolitici dell’intelligenza artificiale». A Nuova Delhi, al primo summit globale sull’AI organizzato nel Sud del mondo lo scorso febbraio, sul palco c’era anche un’esperta italiana. Si chiama Ivana Bartoletti, vicepresidente globale di Wipro, multinazionale indiana di consulenza per la trasformazione digitale con 240 mila dipendenti. Bartoletti guida la governance AI.
«L’India ha fatto qualcosa di più che ospitare 20 capi di governo e oltre 100 CEO, da Sam Altman di OpenAI a Dario Amodei di Anthropic. Ha messo al centro l’impatto dell’IA: non solo modelli potenti e infrastrutture digitali. Il Paese si candida a diventare il laboratorio di un’intelligenza artificiale democratica e ridisegna l’equilibrio tra Stati Uniti e Cina».
Nata a Napoli, cresciuta a Pordenone, Bartoletti ha una laurea in scienze politiche e un passato nella politica italiana. Poi una seconda laurea in legge nel Regno Unito. Qui si appassiona a privacy e dati, attraversando il crocevia tra istituzioni, diritti e tecnologia. Vive all’estero da anni.
«L’India è fortissima: 1,4 miliardi di abitanti, popolazione giovane, formazione scientifica competitiva. Sono capaci di fare scaleup di infrastrutture digitali pubbliche a una velocità che in Europa fatichiamo a immaginare. Ma il punto è l’inclusività: per loro investire nell’intelligenza artificiale significa ridurre divari, generare crescita economica e costruire un vero progresso sociale».
Una foto iconica di quel Summit ha fatto il giro del mondo: il Primo Ministro Narendra Modi al centro, mani alzate, con Sam Altman di OpenAI alla sua sinistra accanto a Dario Amodei di Anthropic, non si sono stretti la mano. Cosa rivela questa immagine?
«I meme che stanno girando online raccontano la rivalità tra i due e in genere la competizione feroce nel settore. Tra le polemiche più recenti, Anthropic ha appena lanciato spot che deridono i piani di OpenAI di inserire pubblicità su ChatGPT».
Perché questo summit indiano differisce dagli altri sull’AI?
«Altrove si discute di tecnologia pura o regole globali calate dall’alto. Qui l’IA è considerata un catalizzatore di crescita per le persone: nessuno deve restare indietro. C’è un’attenzione concreta al fatto che i modelli non riflettano solo una parte del mondo, quello occidentale...».
La governance AI è sempre più centrale: cosa implica davvero?
«Non è solo una questione regolatoria, ma strategica. Non si tratta di discutere su quanto siano forti questi modelli, ma su quanto riusciamo ad assorbirli, a utilizzarli, a indirizzarli dove vogliamo che vadano. Privacy, sicurezza, resilienza e protezioni legali devono guidare il design dei modelli, rendendoli un requisito giuridico».
I modelli AI sono migliorati su bias e sicurezza, o restano fragili?
«OpenAI e big tech hanno progredito molto. Ma oggi il problema è un altro: ChatGPT, strumento nato per la produttività, è usato dall’80% come consigliere personale, quasi uno psicologo».
Quali rischi etici emergono da questo uso?
«I modelli non sono terapeuti, non hanno responsabilità cliniche. Creano attaccamento forte, specie nei giovani. Quando GPT-4o è stato ritirato dal mercato, i ragazzi scrivevano: “Ho perso il mio miglior amico”. E questo ci dice moltissimo. Nascono nuove relazioni, irreali, chiuse in bolle, con una macchina…».
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Un rapporto dell’Autonomy Institute che rivela: il 79% dei giovani 18-24 anni nel Regno Unito usa AI companions, il 41% quotidianamente. Come contrastare queste “bolle diseducative”? Vietare chatbot ai minori?
«In alcuni casi i divieti esistono ma non sono controllati, e non bastano. Così gli strumenti diventano presenze costanti, sono strutturati per tenerti lì, sono sicofanti, programmati per compiacerci, darci ragione, tenerti dentro una relazione “esclusiva”. E questo tipo di relazione finisce per avere un impatto su come i ragazzi vivono poi le relazioni umane. Vietarli significa deresponsabilizzare le aziende. Il problema infatti non è solo l’esistenza dello strumento in sé, è l’esposizione a determinati contenuti. Prendiamo quello che è successo con Grok e la possibilità di creare deepfake sessuali di foto reali. Il modello è stato invaso da foto oscene. Bisogna imporre che certe funzioni non vengano introdotte. E monitorare i contenuti. Se sono nocivi, non devono esserci. Punto».
Resti ottimista sull’IA?
«Sì, può dare beneficio all’umanità se principi etici sono progettati ex ante e monitorati continuamente. Le big tech devono programmare meglio tutto, anche gli AI companions: così possono educare, non diseducare».
Come cambierà il futuro del lavoro?
«È un tema cruciale: servono politiche pubbliche e regole per rendere i lavoratori partecipi. Ma non mi piacciono analisi catastrofiche, che ci distraggono dai temi importanti di cui dovremmo occuparci oggi. Nel Driving seat, al posto di guida, siamo seduti noi e possiamo ancora operare per umanità. Serve più inclusione, specie per le donne…».
In Europa solo il 19% dei lavoratori IA sono donne: come invertire?
«In India è il 43%. Ma non è solo una questione tecnica. Non basta avere donne tech, laureate in materie STEM: servono donne nei ruoli di potere, ai vertici delle aziende, dove si decide su prodotti, su quali modelli programmare e come».
Come mettere le donne al comando dell’IA?
«L’intelligenza artificiale non è solo una tecnologia, è questione sociale. L’AI non è neutra, è sociopolitica. Scegliere dati, non sceglierli, “massaggiarli” perché siano più equi, significa decidere equità sociale. Sono scelte umane che ci riguardano tutti. E dobbiamo occuparcene tutti. Non possiamo dire mai: la tecnologia non mi interessa. E poi mantenete sempre un atteggiamento critico, che non vuol dire negativo: più si diventa critici, più si impara a usarli»
Un messaggio finale?
«Se vedete deepfake o contenuti o immagini strani, denunciateli pubblicamente. Non siamo soli».