È rimasto un dubbio. Un solo dubbio sul missile che sabato 28 febbraio ha colpito una scuola iraniana uccidendo 165 persone. Quasi tutte bambine. Perché se i video circolati ieri hanno mostrato che a scendere in picchiata sull’edificio è stato un Tomahawk, un missile americano, resta da chiarire se quella scuola sia diventata un bersaglio militare per un calcolo sbagliato fatto da un’Intelligenza artificiale. Nessun commento ufficiale. Nessuna conferma. Ma una certezza c’è. I
n Iran è in corso la prima guerra “Ai-first” mai combattuta. Un cambiamento epocale. Avvenuto assai prima di quanto si potesse immaginare. Ora l’IA è ovunque. Dalla pianificazione degli attacchi alla propaganda. Dai droni militari alle immagini di guerra diventate contenuti virali sui social. Bombe e Macarena.
L’IA non indossa l’elmetto ma pianifica, organizza,
Adesso è chiaro. Chi pensava che l’IA si sarebbe presa il ruolo di protagonista delle guerre del futuro sotto forma di robot assassini o droni imprendibili sbagliava. L’IA in guerra non indossa l’elmetto. Ma analizza dati, setaccia immagini satellitari, simula scenari, gestisce la logistica, pianifica gli attacchi. E lo fa a velocità impensabile per un umano. L’IA accorcia i tempi di esecuzione delle operazioni militari. Individua bersagli. Lo fa con la freddezza matematica dell’algoritmo. E con l’ingenuità di chi può scambiare una scuola con un complesso militare.
L’operazione “Epic Fury” lanciata dagli Stati Uniti contro l’Iran non sarebbe stata possibile senza l’uso dell’Intelligenza artificiale. Non con quella intensità offensiva. 900 attacchi mirati solo nelle prime 12 ore dal lancio dell’operazione. 3.000 nei primi tre giorni. Numeri impensabili senza software. L’IA è entrata nel ciclo decisionale dei vertici militari. Lo ha fatto in diversi modi. Se in passato un analista doveva guardare ore di video e leggere centinaia di report per identificare un bersaglio, oggi l’IA effettua analisi dei dati in tempo reale. Basta una domanda e l’IA risponde. Un militare può chiedere di individuare tutti i sistemi anti aerei in una determinata area di una mappa e li ottiene con un click. L’IA è addestrata con ogni report, ogni immagine presa dall’alto, ogni fonte di intelligence. È un po’ come usare ChatGpt. Ma per uccidere.
La Kill chain della guerra: Palantir, Anthropic, Anduril
Sia gli Usa che Israele non hanno mai discusso apertamente di come stanno usando l’IA nel conflitto in Iran. Ma basta leggere quello che sta accadendo in questi giorni per farsi un quadro piuttosto preciso. Il Pentagono lavora con decine di aziende americane che sviluppano IA e missili intelligenti. Ognuna di queste è entrata negli ingranaggi della macchina militare statunitense.
La “Kill chain” la chiamano, la catena di attacco in una traduzione italiana decisamente meno aggressiva dell’originale. Qualche esempio. Palantir, l’azienda fondata da Peter Thiel, icona della Silicon Valley repubblicana, è un po’ il sistema nervoso centrale di tutte le operazioni fatte con l’IA. Analizza dati, immagini satellitari, video di droni e intercettazioni in tempo reale. Palantir è l’infrastruttura che fa in modo che tutto funzioni. Per farlo deve integrarsi con modelli di IA come Anthropic e OpenAi, che trasformano dati in decisioni, calcoli in linguaggio umano.
Claude, il modello di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic, è con ogni probabilità quello usato dagli Usa negli attacchi del 28 febbraio. È il motore che ha processato dati per classificare i bersagli suggerendo l’ordine di attacco. Questione che è al centro di una disputa enorme tra azienda e Pentagono. I suoi contratti infatti erano stati cancellati da poco perché l’azienda si è opposta all’uso di Claude per la sorveglianza di massa interna e per sistemi d’arma autonomi in grado di uccidere persone senza intervento umano. Cosa che poi è successa. Il Pentagono ha dichiarato Anthropic un pericolo per la sicurezza della catena di approvvigionamento militare americana.
Infradito, hawaiane e armi letali
Anthropic, guidata dall’italo-americano Dario Amodei, ha fatto causa al Pentagono. Ma altre aziende producono sensori militari. Missili intelligenti come quelli prodotti a Long Beach, California, da Anduril. Il suo amministratore, Palmer Luckey, è uno dei simboli della conversione della Silicon Valley alla ragione nazionale e alla sicurezza. Aria scanzonata da imprenditore tech, camicia hawaiana e infradito di ordinanza, è il capo di una delle aziende che produce le armi più letali al mondo. Il braccio armato dei ragionamenti e dei calcoli che fanno le altre aziende.
Sistema nervoso centrale, ragionamento, braccia. L’IA nella guerra americana è un po’ ovunque. In ogni fase. L’Iran e “Epic Fury” è la sua fase matura. Ma le prove generali gli Stati Uniti le hanno fatte il mese scorso a Caracas. L’IA è stato l’architetto strategico della cattura di Nicolas Maduro. Anche in quel caso si sarebbe usato Palantir con l’elaborazione di Anthropic. Combinazione che ha orchestrato in tempo reale le manovre di 150 velivoli e l’infiltrazione dei militari in maniera precisa, raccontano le cronache. Riducendo i tempi di pianificazione. Quello che fa l’IA.
Non cattura Maduro. Non bombarda l’Iran. Ma fornisce vantaggio informativo e velocità di esecuzione. Informazioni. A una velocità inedita in guerra. E qui si nasconde il più grande dei pericoli. Perché una mente umana non è in grado di stare dietro la quantità di informazioni generate dall’IA. In caso di pericolo imminente, il rischio più grande è che ci si affidi. Che nel dubbio si faccia click perché lo ha suggerito la macchina. Un confine labile. E siamo già su quel confine. Il più pericoloso di tutti. Il rischio al momento non è tanto che la macchina diventi cattiva. Ma che l’uomo diventi pigro. L’IA non è solo uno strumento tattico. Ma è una sfida etica.
Il ruolo della Cina: tecnologia come fondamenta per la risposta iraniana
La velocità è il parametro intorno al quale ruota tutto. L’esercito israeliano è stato tra i primi al mondo a usare l’IA. Algoritmi analizzano dati e immagini per individuare minacce prima che si concretizzino. Tramite l’IA monitora aree sotto il suo controllo o interesse. La Silicon Wadi, l’ecosistema di startup tecnologiche israeliane, fornisce tecnologie militari d’avanguardia. L’uso in campo militare è lo stesso di quello fatto dagli Usa.
L’IA è uno strumento di calcolo. E in campo militare il calcolo è tutto. L’Iran non può competere dal punto di vista tecnologico con i modelli americani e israeliani. Non può nemmeno accedere ai modelli di punta come Claude o ChatGpt. Ma ha una strategia. E passa per Pechino. Teheran usa modelli IA accessibili liberamente online. Li adatta su propri hardware e li fa funzionare. Il ruolo della Cina è cruciale. A partire dallo scorso anno gli iraniani sono potuti tornare sul mercato internazionale. E si sono rivolti alla Cina. Pechino ha fornito una rete digitale avanzata. Ha dato all’Iran la possibilità di usare BeiDou, l’equivalente cinese del Gps (global posizioning system, americano, il sistema satellitare che consente di calcolare posizioni precise di dispositivi, aerei e mezzi su scala globale).
Sono arrivati i modelli di intelligenza artificiale aperta di DeepSeek e Qwen. La Cina da tempo esporta tecnologia e equipaggiamenti militari a Teheran. Fornisce al regime le fondamenta tecnologiche per difendersi. Su queste fondamenta l’Iran costruisce droni e algoritmi d’attacco. Un sistema che sta dimostrando la sua efficacia. Per quanto a basso costo e messo su in emergenza, regge. E gli ingegneri iraniani si sono dimostrati piuttosto bravi ad adattarsi. La breve storia dell’IA ha già dimostrato che il vantaggio competitivo acquisito con un’innovazione dura pochissimo. Tutto può cambiare da un momento all’altro. Bisogna muoversi su più piani. Compreso il fronte interno. E anche qui l’IA dà una mano.
Missili e Macarena. Sangue e Mortal Kombat
Poco dopo l’inizio del conflitto i canali social delle maggiori istituzioni americane, compresa la Casa Bianca, hanno cominciato a diffondere video virali delle operazioni militari in corso in Iran. Video veri e artefatti messi insieme, immagini generate dall’IA con immagini di guerra vera.
Sangue vero e pixel. Musiche leggere come la Macarena o a quelle di film d’azione come Mortal Kombat messe insieme allo scoppio delle bombe. Video ad effetto, dal tono epico. Un messaggio con due finalità. Uno all’esterno, per intimorire. Uno all’interno, per rafforzare il consenso alle operazioni militari. Anche sul lato della comunicazione l’IA sta svolgendo un ruolo. Più legato alla propaganda che alle battaglie sul campo. Ma comunque importante in questa fase. Mai come in questa guerra si è vista la rete invasa di contenuti falsi generati dall’IA.
Creator da tutto il mondo stanno generando video falsi che mostrano palazzi in fiamme, come il Burj Khalifa di Dubai, o di Tehran bombardata a tappeto. Video finti. Di cose mai accadute. Ma in grado di generare centinaia di milioni di visualizzazioni. Tutto è cambiato. E anche la comunicazione politica si è adeguata. Difficile immaginare quale sarà l’effetto di questa costante commistione di piani. Realtà e finzione. Verità e propaganda. Un’altra sfida.