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Il rapporto

Come è messa l’Italia nell’era dell’Intelligenza artificiale. Il rapporto della Fondazione Leonardo

Come è messa l’Italia nell’era dell’Intelligenza artificiale. Il rapporto della Fondazione Leonardo

Presentato a Montecitorio, è la prima fotografia di come sta cambiando il Paese con l’arrivo di questa nuova tecnologia. Floridi: “Abbiamo tutte le carte, ma bisogna muoversi”. Cosa funziona, cosa meno, cosa migliorare subito

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Luciano Floridi ha un dono. Riesce a spiegare cose complicate con immagini semplici. Filosofo dell’informazione, docente a Yale, Floridi per fotografare la situazione dell’Italia nell’era dell’Intelligenza artificiale usa l’immagine di un panino: “Un bel panino. Due fette di pane fatte molto bene, di altissima qualità. E dentro un ripieno così così, come quello di un tramezzino dozzinale. Le due fette di pane gourmet sono i dati e la normativa. In mezzo però ci sono cose che vanno assolutamente migliorate: le applicazioni, il software, l’industria stessa che si muove con questa tecnologia”.

Il rapporto della Fondazione Leonardo: “L’Italia nell’era dell’IA”

Montecitorio. Sala della Regina gremita. L’occasione è la presentazione del rapporto “L’Italia nell’era dell’IA”, curato da lui e da Micaele Lovecchio per la Fondazione Leonardo. La fotografia che ne esce è di un paese che accelera, ma che si trova davanti a un bivio decisivo. Consolidare il primato normativo e infrastrutturale per scalare le posizioni nel mercato unico europeo e globale.

La normativa è quella europea, l’AI Act. I dati sono quelli che l’Italia è in grado di elaborare grazie alla presenza di due dei cinque supercomputer più potenti del Vecchio Continente (HPC6 di Eni, secondo in Europa e sesto al mondo, e Leonardo del CINECA, quinto in Europa e decimo al mondo). Il documento pubblicato è una roadmap strategica per i decisori politici. E fissa obiettivi ambiziosi. Portare il valore del mercato nazionale dell’IA dagli attuali 1,2 miliardi di euro a 5 miliardi di euro entro il 2030, triplicando il tasso di adozione nelle imprese dal 16% a oltre il 65%.

L’Italia ha le carte in regole. La “terza via” possibile

L’Italia ha tutte le carte per farcela, si legge. La qualità di norme e dati la pongono in una situazione buona per chi vuole scalare. Ma non è sufficiente un buon pane per fare un buon panino. Mentre gli Stati Uniti dominano il settore grazie a investimenti privati che superano i 100 miliardi di dollari annui e la Cina risponde con una massiccia mobilitazione statale, l’Italia cerca una "terza via" basata sulla sovranità dei dati e sull'IA responsabile.

Una terza via da cercare insieme all’Europa. “Competere con Usa e Cina è possibile. L’alternativa è l’opensource. Per porsi come alternativa servirebbe lavorare a un’intelligenza artificiale opensource, garantita dalle norme dell’IA Act, per avere un campione continentale e proporlo fuori, all’Australia, al Canada, al Giappone, al Brasile, tutto il resto del mondo che non è tra i due poli. Io dico che si può fare. Noi siamo convinti che si possa fare. Ci sarà chi dirà che non è possibile. Va bene, legittimo. Ma che non impedisca a chi vuole provarci di farlo”, ragiona Floridi.

L’Italia modo disporrebbe anche di un vantaggio competitivo: è il primo Stato membro dell'UE a essersi dotato di una legge organica sull'IA (la Legge 132/2025), si legge nel rapporto. Questo quadro normativo, entrato in vigore nell'ottobre 2025, anticipa e integra l’AI Act europeo, offrendo alle aziende una "certezza del diritto" che manca in altri mercati. Ma l’industria, nel suo complesso, non sembra pronta. Non del tutto. "L'Italia registra un'accelerazione nell'adozione dell'intelligenza artificiale da parte delle imprese, ma deve fare i conti con un profondo divario strutturale tra grandi aziende e piccole realtà”, commenta il sottosegretario all'Innovazione, Alessio Butti. È un tema. E il governo sta cercando di affrontarlo. “La strategia governativa, in tal senso, si articola su tre direttrici: incremento del tasso di adozione; coerenza tra sperimentazione e norme, con interventi legislativi su dati, competenze e regole; scalabilità, ovvero il passaggio dai progetti pilota della PA a servizi pubblici stabili e riusabili su tutto il territorio nazionale”, ha aggiunto Butti.

Infrastruttura e carburante per i modelli linguistici sovrani

A supporto della strategia normativa corre la potenza di calcolo. Con l'entrata in funzione di HPC6 (secondo in Europa) e il consolidamento di Leonardo (quinto), l'Italia è l'unico Paese del continente a vantare due supercomputer nella Top 5 europea. Questa infrastruttura è considerata il "carburante" necessario per addestrare modelli linguistici sovrani, come i progetti Minerva, Velvet e Italia, riducendo la dipendenza dai modelli a scatola chiusa di oltreoceano.

Il vero problema: la fuga dei cervelli, una zavorra per tutto il sistema paese

Nonostante le eccellenze, il rapporto non nasconde le criticità sistemiche. La "fuga dei cervelli" rimane la minaccia principale alla sovranità tecnologica. Il divario salariale per i profili specializzati in IA tra Italia e Germania oscilla ancora tra il 40% e il 50%, un gap che rischia di svuotare i centri di ricerca nazionali. Per arginare l'emorragia, la Fondazione Leonardo propone ai decisori politici un intervento d’urto sul piano fiscale: estendere il regime dei "lavoratori impatriati" da 5 a 10 anni specificamente per i professionisti del settore.

L'obiettivo è chiaro: competere con i pacchetti di incentivi aggressivi messi in campo da Berlino e Londra. "Il quadro geopolitico generale ci impone una riflessione sulle nuove tecnologie, sulla loro provenienza, sul fatto che l'Europa non può permettersi di restare inerte come un vaso di coccio tra vasi di ferro. Sarebbe un errore madornale. L'Ue deve assumere una leadership non solo dal punto di vista regolatorio, che pure serve e rispetto al quale sta già agendo bene, ma anche dal punto di vista della capacità di fare innovazione”, commenta invece Anna Ascani, Vicepresidente della Camera e deputata dem.

Investimenti nel settore: Il ruolo di Cdp e del venture capital

Il rapporto stima un fabbisogno di risorse pari a circa 1,2 miliardi di euro nel triennio 2026-2028. Di questi, 500 milioni dovrebbero confluire nel fondo di Venture Capital dedicato all'IA gestito da CDP, con l'obiettivo di far nascere almeno 5 "unicorni" italiani entro la fine del decennio (attualmente solo Domyn ha raggiunto tale status). Settori come la manifattura 4.0, l'agroalimentare, i beni culturali e, soprattutto, le Life Sciences rappresentano le nicchie verticali dove l'Italia può vantare una leadership globale. I recenti "mega-round" nel settore biotech (AAVantgarde Bio e Nanophoria) confermano che l'integrazione tra IA e scienze della vita è già una realtà matura.

Se le grandi aziende italiane sembrano pronte ad anticipare la conformità all'AI Act (prevista per agosto 2026), la preoccupazione degli analisti si sposta sulle Piccole e Medie Imprese (PMI). Il rischio è un "digital divide" di nuova generazione: per questo il rapporto suggerisce l'attivazione, entro giugno 2026, di strumenti di autovalutazione della "AI-readiness" e un accesso semplificato ai fondi PNRR. Sul fronte dei cittadini, la percezione sta cambiando. Sebbene la fiducia nella Pubblica Amministrazione resti tiepida, un'indagine citata nel rapporto rivela che il 58% degli italiani è favorevole all'uso di agenti IA per semplificare la burocrazia, dalla prenotazione di appuntamenti alla richiesta di licenze.

L'appello finale del rapporto ai decisori politici è un invito all'urgenza. Entro aprile 2026 dovranno essere emanati i decreti attuativi della Legge 132 per garantire che il primato normativo non resti una "scatola vuota". "L’Italia ha le competenze e l'infrastruttura per competere", conclude il documento. "La sfida ora è organizzativa: trasformare l'IA da un rischio percepito in una solida opportunità di crescita industriale".